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"Un bel libro, Marcus, non si valuta solo per le sue ultime parole, bensì sull'effetto cumulativo di tutte le parole che le hanno precedute. All'incirca mezzo secondo dopo aver finito il tuo libro, dopo averne letto l'ultima parola, il lettore deve sentirsi pervaso da un'emozione potente; per un istante, deve pensare soltanto a tutte le cose che ha appena letto, riguardare la copertina e sorridere con una punta di tristezza, perché sente che quei personaggi gli mancheranno. Un bel libro, Marcus, è un libro che dispiace aver finito". [Joël Dicker in "La verità sul caso Harry Quebert"]

giovedì 23 aprile 2026

"𝓣𝓱𝓮 𝓛𝓸𝓷𝓰 𝓦𝓪𝓵𝓴" 𝓮 𝓢𝓽𝓮𝓹𝓱𝓮𝓷 𝓚𝓲𝓷𝓰 𝓬𝓱𝓮 𝓪𝓿𝓮𝓿𝓪 𝓹𝓻𝓮𝓿𝓲𝓼𝓽𝓸 𝓽𝓾𝓽𝓽𝓸


"The Long Walk" e Stephen King che aveva previsto tutto
«È una storia di guerra e lo sarà sempre. Ma l'elemento su cui ci siamo concentrati per renderla più rilevante nel mondo odierno è stato il nichilismo finanziario», racconta il regista Francis Lawrence

👉 fonte: Rolling Stone

Che sia il King è chiaro, di nome e di fatto. Ma un giorno Sua Maestà Stephen verrà studiato a scuola, non solo per la vastità della sua produzione, per il suo stile unico, ma soprattutto perché attraverso i suoi incubi ha previsto come il mondo, soprattutto quello più vicino a lui, sia destinato a marcire e, prima o poi, a esplodere. Chissà cosa ancora non ci ha raccontato, quale storia ha nel cassetto che non tira fuori per evitare una follia collettiva che la faccia avverare. Probabilmente è solo questione di tempo.
Nel mentre continuiamo a goderci film e serie tratti dai suoi racconti e novelle. La maggior parte, diciamolo, non memorabili. Negli ultimi anni, Mike Flanagan e Andy Muschietti hanno fatto più danni che altro. Invece con The Long Walk Francis Lawrence, supportato dalla scrittura di J.T. Mollner (se non avete visto Strange Darling, rimediate), ha fatto un lavoro davvero eccellente, raccontando la storia di questi ragazzi che camminano fino alla morte e finché non ne resterà solo uno, che vincerà soldi per salvare la vita alla sua famiglia e potrà esaudire un altro desiderio. Quale se lo confidano i due protagonisti (magnifici), Cooper Hoffman e David Jonsson. The Long Walk arriva nelle sale italiane il 23 aprile, distribuito da Adler Entertainment. E per l'occasione abbiamo fatto una chiacchierata, un po' meno lunga della marcia, proprio con Lawrence, che nel frattempo continua a raccontare giochi estremi con adolescenti all'ultimo sangue.
Non so se sia una coincidenza, ti trovi sempre in una specie di Hunger Games. Ma questo è diverso, perché l'impatto sociale e politico del romanzo di Stephen King è enorme. E penso che tu e J.T. Mollner abbiate fatto davvero un ottimo lavoro. Come avete approcciato questa storia? Ci ho pensato a lungo. Volevo realizzarlo per la prima volta quando ho girato Io sono leggenda, quindi intorno al 2006, 2007, ma alla fine i diritti sono andati a qualcun altro. Era una storia che amavo, che ho seguito per molto tempo e che ho sempre avuto in mente, osservando le varie versioni che andavano e venivano nel corso degli anni mentre altri cercavano di adattarla per il cinema. E alla fine è tornata da me, quando Roy Lee, il mio partner produttivo in questo progetto, ha ottenuto i diritti e me l'ha proposta. Io e J.T. ci siamo concentrati su alcune cose. Le relazioni tra i ragazzi sono il cuore della storia e volevo mantenere questo aspetto, ma volevo anche assicurarmi che lo affrontassimo da un punto di vista cinematografico e cercare di trovare un modo per renderlo visivo in termini di distanza percorsa, inteso come peso che avrebbe avuto sui ragazzi dal punto di vista fisiologico e psicologico, le loro relazioni, ciò che vedono, com'è l'ambiente circostante e tutto il resto. Quindi era importante lavorare con qualcuno come J.T., che è un regista e pensa in termini cinematografici. L'altro aspetto era quello tematico. Il romanzo è stato scritto alla fine degli anni '60 come una sorta di risposta alla guerra del Vietnam. È una storia di guerra e lo sarà sempre. Ma l'elemento su cui ci siamo concentrati per renderla più rilevante nel mondo odierno è stato il nichilismo finanziario. Che sia negli Stati Uniti o in qualsiasi altra parte del mondo, è sempre più difficile per le persone mettere il cibo in tavola, avere un tetto sopra la testa e mandare i figli a scuola. È sempre più difficile sbarcare il lunario. C'è una disperazione finanziaria globale che volevamo sfruttare per spiegare perché ragazzi come questi si possano cimentare in qualcosa di così orribile come la lunga marcia. E questo è diventato il tema centrale su cui concentrarci.
Molto attuale, specialmente nel tuo Paese in questo momento: c'è un tiranno folle che decide che le vite delle persone non valgono nulla. Tu e J.T. non potevate sapere quello che sarebbe successo negli ultimi due anni. Quando hai visto il film, diciamo un anno fa, una volta finito, qual è stata la tua reazione? Ci sembrava rilevante a causa della disperazione globale. Volevamo toccare un argomento che sentivamo non fosse solo una questione americana, ma qualcosa che sta accadendo ovunque. E, guarda, questo succede anche con la saga di Hunger Games. Suzanne Collins scrive partendo da un tema preciso, di solito perché è toccata da qualcosa che sta accadendo nel mondo. E poi, in qualche modo, diventa sempre più attuale col passare del tempo. Sta accadendo anche con il nuovo film, L'alba sulla mietitura. È sempre pazzesco vedere come i temi e le idee di un film possano evolversi. Di certo pensare oggi che possa esserci una leva obbligatoria per i giovani negli Stati Uniti è qualcosa che si avvicina a ciò che Stephen King scriveva originariamente.
The Long Walk era, come hai detto, un film cinematograficamente pericoloso, facilmente a rischio noia dato che si tratta, in effetti, di ragazzi che camminano. Invece è tutt'altro che questo, ci sono continue variazioni di ritmo, e cose sempre diverse che accadono. Come ci siete riusciti? Abbiamo capito tutto in fase di sceneggiatura. In primis bisognava guardare le storie dei personaggi e dire: "Ok, questo è il cuore della storia, le relazioni tra questi ragazzi". È il motivo per cui volevo realizzare questo film: i legami emotivi. Ci si aspetta che questi ragazzi si azzuffino, competano e si sabotino a vicenda, e invece finiscono per sostenersi l'un l'altro fino alla fine. E l'ho sempre trovato bellissimo. Insomma, sapevo che quello era il cuore. E se hai attori straordinari e scene fantastiche che legano i ragazzi, sei a metà dell'opera. E poi volevamo far sentire la distanza, il peso, i diversi tipi di esperienze che si potrebbero avere in un viaggio come questo, dando valori emotivi diversi alle sequenze. Così c'è una scena in cui camminano, il tempo è bello, ci sono la natura e i fiori, un arcobaleno, e i personaggi entrano in sintonia tra loro. E poi qualcosa di terrificante: notte fonda, ti sei addormentato, hai ricevuto due avvertimenti, te ne resta solo uno e all'improvviso affronti questa grande salita, lo zaino è pesantissimo, sei senza fiato e hai una pistola puntata alla testa, c'è una tensione estrema. Quello è sempre stato l'obiettivo, creare un crescendo. Ci ha molto aiutato rendere la prima uccisione, quella di Curly, cruda e intensa. Questi ragazzi stanno facendo una passeggiata. E poi la morte del primo ragazzo rende improvvisamente tutto molto reale, alza la posta in gioco e definisce il tono per il resto del film.
Hai menzionato i tuoi attori, un gruppo di giovani straordinari. Come li hai scelti? Quando ho iniziato a sviluppare il film e l'abbiamo presentato alla Lionsgate, con cui lavoro spesso, eravamo d'accordo sul fatto che fosse un progetto difficile, vietato ai minori, il che significa senza grandi budget. E uno dei vantaggi è che ho avuto la libertà di scegliere semplicemente i migliori attori possibili. Non si trattava di fama, non si trattava di follower su Instagram, non si trattava di nulla del genere. Solo di chi sarebbe stato il migliore. Sapevo fin da subito che volevo che Cooper interpretasse Garraty. E non l'avevo mai incontrato. Avevo lavorato con suo padre, Philip Seymour Hoffman, anni prima in Hunger Games. Così ho organizzato una videochiamata su Zoom, abbiamo chiacchierato, e ha accettato. Il resto, onestamente, è arrivato attraverso il processo di casting. David Jonsson, che non era sul mio radar, è stata la terza persona nella prima serie di provini video che ho visto. Stava leggendo per il ruolo di McVries, e ho capito immediatamente che quel ragazzo era McVries. E sentirlo recitare le scene che gli avevamo dato mi ha fatto sentire che il film avrebbe funzionato. Ho fatto un test tra David e Cooper su Zoom, ed è stato fantastico. Avevo la coppia protagonista. Da lì in poi, ho preso spunto da Coppola, ho seguito il metodo di casting che aveva usato per I ragazzi della 56ª strada, aveva in mente un gruppo di giovani attori fantastici, ma li provinava per parti diverse. Ed è più o meno quello che ho fatto io. Devo trovare un attore e dire: "Oh, ok, questa persona è interessante, ma sta facendo il provino per Barkovich. Potrebbe essere uno Stebbins migliore". E ho iniziato a scambiare i personaggi finché non abbiamo trovato gli attori giusti nei ruoli giusti. Sono tutti fantastici.
Ultima domanda su Mark Hamill. Vederlo passare al lato oscuro della Forza è molto divertente, ma credo che Luke Skywalker abbia offuscato il fatto che è anche un grande attore. Un ruolo come questo gli rende il giusto riconoscimento per la sua carriera. Per il Maggiore si trattava di decidere che tipo di persona volevo che fosse, se una versione stereotipata, un tipo rigido che urla e grida costantemente, oppure qualcos'altro. Non conoscevo Mark, ma lo avevo visto nell'ultima trilogia di Star Wars nella sua versione invecchiata di Luke Skywalker, logoro, stanco, intrigante. E sapevo anche che negli anni aveva fatto un sacco di doppiaggio. Così abbiamo fatto una videochiamata su Zoom. Lui era interessato al progetto. Parlando, mi dice che è cresciuto nelle basi militari, e mi fa: "Senti, conosco questo tipo". E tira fuori l'accento, la voce, tutto ciò che speravo e anche di più. Ma l'altra cosa che è stata davvero interessante sia per lui che per Judy Greer, che interpreta la madre di Garraty e che è un'attrice fantastica, è che abbiamo girato in ordine cronologico, ed è la prima volta che lo faccio. Di solito con attori come Mark e Judy si prepara il set, si salta da una parte all'altra e si programma il film in modo da farli venire per cinque giorni e poi rimandarli a casa. Invece entrambi sono andati e tornati nel corso delle settimane, supportando lo sviluppo psicologico dei ragazzi. Sono stati fantastici.

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