Vittorio Bodini, Puglia oscura e lancinante, un film sull'anima del Salento
Novecento italiano Nel 1959 l'ispanista Vittorio Bodini stese con Gustavo D'Arpe il soggetto per una pellicola (mai realizzata) ambientata vent'anni prima: col titolo «Vite barocche» lo pubblica Besa Muci edizioni
👉 fonte: il Manifesto
Nel gennaio del 1959 al Théâtre Antoine di Parigi debutta Les Possédés, adattamento teatrale in tre parti del romanzo dostoevskiano I demòni, realizzato nientemeno che da Albert Camus.
Il Premio Nobel algerino non si era certo risparmiato: in quattro ore filate di pièce, all'appello c'erano trentatré attori e sette scenografie diverse, agilmente alternate da una piattaforma rotante. Risultato: un tour de force drammaturgico applaudito da pubblico e critica. Il testo fu stampato da Gallimard nello stesso anno.
Non è soltanto una paronomasia ma lo dice anche il proverbio che dall'aria frizzante parisienne a quella barisienne il passo è breve (e si pensi anche a Les barisiens di Daniele Maria Pegorari): sempre nel '59 Vittorio Bodini, allora docente di Lingua e letteratura spagnola all'università, e Gustavo D'Arpe, amico dell'adolescenza leccese, nonché redattore della Gazzetta del Mezzogiorno e attore, decidono di mettere su il soggetto per un film; I posseduti -guarda caso - è depositato alla SIAE in novembre. Da esso sguscia un treatment (più dettagliato, con qualche modifica, tra cui i nomi dei protagonisti) dal titolo Vite barocche.
Purtroppo, il film non fu mai realizzato. Conservati all'Archivio Bodini nella Biblioteca Centrale dell'Università del Salento, i dattiloscritti sono finalmente disponibili in un'edizione, provvista di appendice documentaria, che riannoda i momenti salienti della collaborazione tra Bodini e D'Arpe: dalla stesura dei Posseduti al trattamento vero e proprio, fino ad "Atmosfera e significati della storia", un saggio descrittivo che racconta gli «irti contorcimenti» degli ulivi, i motivi profondi di un «Sud finora inesplorato dalla narrazione cinematografica». Vite barocche. Trama per un film (a cura di Antonio Lucio Giannone, Besa Muci, pp. 136, € 15,00) restituisce quindi al lettore un'esperienza artistica singolare, frastagliata, basaltica. Osserva Giannone nel contributo prefatorio: «Non sappiamo come sia nata l'idea di scrivere insieme il soggetto per un film. Forse fu proprio D'Arpe, in contatto con gli ambienti cinematografici, a suggerire a Bodini questa idea. Per scrivere il soggetto, Bodini riutilizzò un suo romanzo giovanile rimasto inedito e incompiuto, pubblicato postumo col titolo Il fiore dell'amicizia, piegandolo però ad altre esigenze e ad altri scopi e facendone quindi qualcosa di radicalmente diverso». Il romanzo, probabilmente composto tra il '42 e il '46, metteva in campo le acrobazie autobiografiche di squattrinati pugliesi, vitelloni avant lettre: l'apporto di D'Arpe è da ravvisare probabilmente nel missaggio tecnico, cioè nel trasferimento formale della scrittura narrativa in storyline filmico.
Ecco '’incipit dei Posseduti (l'originale è costituito da undici pagine dattiloscritte e ambientato nel 1939): «Questa è una storia del Sud. Un Sud senza macchiette né gallismi. Un meridione che si svela nel paesaggio. Un paesaggio che entra nella storia dei suoi personaggi, come elemento vivo e realistico, allusivo e simbolico». Marcello, un cinico «Ulisse di provincia», deve lottare assieme ad altri giovani edonisti e tardo-dannunziani contro i signori, i contadini e la piccola borghesia di Lecce, quell'«anima del Salento» fatta di battisteri, gerani su «balconi spagnoleggianti», esoterismo diffuso. Questi maudits vogliono uscire dalla prigione dorata dei loro «sogni barocchi» in modo da guadagnare le blandizie della «classe alta»: serve un matrimonio - è l'idea di Alfredo, «rampollo degenere dell'aristocrazia» - con tanto di fuga e vestimenti fascisti «per entrare tra i "dominatori"». Il prescelto è appunto Marcello che «ha un'aria quasi da signore»; la promessa sposa è Margherita, cugina di Alfredo. Bodini e D'Arpe ci conducono tra poeti idealisti e riti tenebrosi, nel cuore moresco della volontà di potenza salentina.
Vite barocche consta invece di cinquantatré pagine dattiloscritte. Qui i personaggi principali sono Ernesto Agostini e Pia Sangermano, ma ancora «il vero protagonista è il paesaggio, il paesaggio assolato», la camusiana pensée de midi. Insomma, il setting è il prim'attore; il contenitore è il contenuto. Nei titoli di testa campeggiano abitazioni bianche di calce, squarci d'azzurro, le tormentose foglie di tabacco, fichi d'India, cariatidi. Vite barocche è una sceneggiatura a tutti gli effetti che tenta di penetrare le increspature di una Puglia oscura, lancinante. I «dritti» ora sono intenti a disquisire «di donne e di gioco», ora sono a teatro ad attendere le ballerine, ora fanno schioccare le stecche del biliardo. Professionisti del bighellonare, rasentano il paesaggio urbano fino a Santa Maria di Leuca.
Non è un caso che l'indagine socio-antropologica di Bodini si intrecci alla spedizione salentina di Ernesto de Martino nell'estate del 1959 (da cui verrà fuori, nel '61, La terra del rimorso. Contributo a una storia religiosa del Sud). «Consulente per i riti magici delle prefiche e dei tarantolati», de Martino additerà i segni nascosti del tarantismo (in particolare, la recrudescenza ciclica e l'apparizione di san Paolo che rivela la futura guarigione), la vita riarsa dei contadini e le leggi ferree della realtà meridionale nei «campi sotto un sole spietato». Atmosfera e significati della storia, composto da quattro pagine numerate, è un contributo che spiega il tentativo - destinato al fallimento, verghiano - di ascesa sociale di Ernesto (il Marcello dei Posseduti), còlto da una «febbre di possesso» che lo induce a sedurre una tabacchina, Ndata, «creatura semplice e primitiva», poi presa dal demone - dal blues, si direbbe - della taranta. Come sottolinea Giannone, nel finale di Vite barocche «compare un motivo centrale della riflessione bodiniana presente anche nelle raccolte poetiche degli anni cinquanta: la condizione di immobilismo del Sud, dove la storia non riesce a procedere e anzi sembra che vada all'indietro, proprio come il "cavallo sorcigno" che "camminerà a ritroso sulla pianura", di una lirica della Luna dei Borboni». Il barocco salentino è miscela di grazia e scaramanzia, voluttà visiva e terra aspra.

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