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"Un bel libro, Marcus, non si valuta solo per le sue ultime parole, bensì sull'effetto cumulativo di tutte le parole che le hanno precedute. All'incirca mezzo secondo dopo aver finito il tuo libro, dopo averne letto l'ultima parola, il lettore deve sentirsi pervaso da un'emozione potente; per un istante, deve pensare soltanto a tutte le cose che ha appena letto, riguardare la copertina e sorridere con una punta di tristezza, perché sente che quei personaggi gli mancheranno. Un bel libro, Marcus, è un libro che dispiace aver finito". [Joël Dicker in "La verità sul caso Harry Quebert"]

mercoledì 11 febbraio 2026

Negli Usa che censurano i libri, sparisce anche Gabriel García Márquez

Negli Usa che censurano i libri, sparisce anche Gabriel García Márquez
Secondo l'associazione Pen America sono 23mila i titoli introvabili in scuole e biblioteche pubbliche: da Allende ad Atwood, da Toni Morrison a Stephen King. Insieme alle opere di tanti autori latinoamericani

👉 fonte: la Repubblica

La censura di libri in scuole e biblioteche americane ha colpito anche Gabo. Ci sono pure i romanzi di Gabriel García Márquez, autore di capolavori come Cent'anni di solitudine e L'amore ai tempi del colera, tra i 23mila titoli che negli ultimi cinque anni sono stati progressivamente cancellati dagli scaffali dei luoghi del sapere pubblico in alcuni Stati degli Usa perché "inappropriati": Florida, Georgia, Oklahoma, Iowa, Kentucky, North Carolina, Texas, solo per fare alcuni esempi.
Tra gli altri latinoamericani vittime di censura ci sono anche Isabel Allende e Laura Esquivel. Sono gli ultimi nomi che saltano fuori dagli elenchi costantemente aggiornati da Pen America che da cinque anni monitora un'escalation di restrizioni nei confronti dei libri, soprattutto nelle biblioteche scolastiche: sono stati registrati circa 23mila casi di limitazioni. Le misure vanno dal semplice ritiro temporaneo al divieto permanente, fino all'accesso limitato sotto condizioni particolari. Dalle distopie di Margaret Atwood a Shakespeare, da Toni Morrison a bestseller pop come Twilight di Stephenie Meyer. E ancora icone come Stephen King.
L’allarme lo ha lanciato l’associazione no profit che difende il diritto di parola degli autori in tutto il mondo: secondo il suo l’ultimo report i book bans hanno coinvolto 49 stati. Via dagli scaffali storie con protagonisti di colore (44% dei casi) o queer (39%). Vietati pure i romance se hanno riferimenti al sesso, anche non esplicito. Contro la censura è sceso in campo un esercito di donne: c’è la scrittrice Lauren Groff, autrice del bestseller Fato e Furia, due volte finalista al National Book Award, amatissima da Barack Obama, che in Florida, capitale dei book bans, ha aperto una libreria indipendente che vende, e soprattutto espone in primo piano, i libri banditi. "Alimentati da campagne che accusano falsamente di indottrinamento e danno da parte di think tank di estrema destra, organizzazioni di base, leader eletti e attivisti conservatori, i governi statali hanno promulgato 51 leggi e politiche con divieti diretti sull'istruzione con ripercussioni sulle aule e sulle biblioteche di tutto il Paese" scrive Pen nel report.
"In Texas i legislatori sono andati ancora oltre, attribuendo ai librai la responsabilità di vagliare i materiali prima di venderli alle scuole e ai bibliotecari quella di controllare le loro collezioni, richiedendo loro di applicare un sistema di classificazione basato su categorie vagamente definite, come ad esempio se un libro è sessualmente esplicito o sessualmente rilevante. La legge (la HB 900) è stata poi parzialmente annullata in tribunale, ma non prima che i dirigenti scolastici rimuovessero i libri nel tentativo di ottemperare al suo mandato impossibile", si legge ancora.
Il fenomeno, però, non riguarda più solo le scuole. Nel 2024 l'American Library Association ha documentato 821 tentativi di censura in biblioteche pubbliche e universitarie che hanno coinvolto più di 2.400 titoli. La maggior parte delle contestazioni, circa il 72%, proviene da gruppi organizzati, come Moms for Liberty, o istituzioni. I contenuti che più frequentemente finiscono nel mirino riguardano tematiche Lgbtq+, razziali, violenze sessuali ed educazione sessuale. Secondo Noticiero Univision, il telegiornale della rete televisiva statunitense Univision che si rivolge soprattutto al pubblico di lingua spagnola, nel 2025, diverse biblioteche federali, comprese quelle militari, hanno rivalutato o eliminato libri legati alla diversità. In molti casi, la censura non è palese: i titoli diventano difficili da reperire o vengono relegati in aree non accessibili al pubblico. Il processo si è intensificato a partire dal gennaio 2025, quando l'amministrazione Trump, come ha documentato Pen, ha firmato decreti per limitare le politiche di inclusione a livello federale, imponendo la revisione di programmi educativi e bibliotecari. In particolare, alcune biblioteche militari hanno registrato rimozioni di centinaia di titoli, inclusi testi su teoria critica della razza, femminismo e storia delle minoranze. Autori come Maya Angelou e Ibram X. Kendi sono spariti dai cataloghi.
L'American Library Association ha denunciato una violazione dei diritti garantiti dal Primo Emendamento. Le conseguenze sono tangibili, in particolare per le comunità rurali, dove biblioteche e bibliotecari subiscono pressioni e riduzioni di fondi. In risposta, associazioni come Pen Club America continuano a monitorare i ritiri, sostenendo autori, insegnanti e bibliotecari, e promuovendo ricorsi legali.

martedì 10 febbraio 2026

La vera fonte di Cormac McCarthy? È l'autobiografia di un criminale che amava la violenza più efferata


La vera fonte di Cormac McCarthy? È l'autobiografia di un criminale che amava la violenza più efferata

👉 fonte: il Giornale

"Artista e soldato", recita la lapide a Cambridge, Massachusetts. La copertina della sua autobiografia, invece, lo chiama canaglia, mascalzone, farabutto. In My Confession. Recollections of a Rogue (La mia confessione. Memorie di una canaglia, pubblicato nel 1956), Samuel Chamberlain (1829-1908) ripercorre gli episodi più avventurosi e violenti che costellano i suoi quasi ottant'anni di vita. Molto lontana dall'essere una confessione sacramentale, il bandito di vacillante fede battista, originario del New Hampshire, si racconta per accumulo episodico. Tra le pagine, serpeggia qui e là una certa oscillazione morale, una lieve tensione alla redenzione, quella di chi, davanti alla morte imminente (anche se sempre scampata) recita il Padrenostro. Ma, dei quarantadue capitoli che descrivono lo scempio e le malefatte di Chamberlain, sono gli ultimi tre a destare un particolare interesse. Sono infatti i capitoli che ne raccontano l'adesione alla banda di John Joel Glanton e del suo secondo in comando, Judge Holden. Proprio a questi capitoli conclusivi si è ispirato Cormac McCarthy durante la stesura del suo capolavoro, Blood Meridian or the Evening Redness in the West, pubblicato nel 1985.
Meridiano di sangue si apre con la celebre e poetica pagina che descrive il protagonista, il ragazzo, che resta per tutte le oltre trecento pagine del libro senza nome: un'elisione biblica che sa di annullamento ontologico.
Il ragazzo ci viene presentato come un giovane irrequieto, generato da una famiglia anonima e distrutta. Il padre è un insegnante alcolizzato che recita a memoria versi di poeti antichi, la madre è morta di parto. Lui, solo un ragazzo con una innata propensione alla violenza irrazionale. La mindless violence che costella l'intero romanzo è tutto ciò che il giovane ha sempre cercato. Naturalmente, non sarà sufficiente a saziarlo, neanche dopo tutte le stragi compiute dai farabutti della spedizione di Glanton o dalle scelleratezze di Holden, che il ragazzo osserva in prima persona. Nella prima pagina è the child, poi the kid, fino alle ultime pagine del romanzo, quando appare come the man, l'uomo, poco prima della resa dei conti con la figura faustiana del giudice Holden, un immenso uomo eburneo e glabro che incarna in sé tutto il sapere e la violenza della terra.
Il viaggio di Chamberlain comincia nel 1844: a poco più di quattordici anni, fugge in Illinois. Due anni dopo scoppia la guerra col Messico. Si arruola quasi per istinto, come se la guerra fosse una calamita naturale per certi ragazzi irrequieti. "La guerra è il gioco per eccellenza perché la guerra è in ultima analisi un'effrazione dell'unità dell'esistenza. La guerra è dio" proferisce Holden in una delle pagine più note del romanzo di McCarthy. Chamberlain parte con un reggimento dell'Illinois, poi cambia divisa a San Antonio, passa ai Dragoni regolari dell'esercito. Affascinato fino alla venerazione dai Texas Rangers, si costruisce addosso una leggenda: dice di aver combattuto a Monterrey quando la battaglia è già finita prima ancora del suo arrivo. La veridicità della cronaca fa acqua da tutte le parti: più della confessione di un penitente, leggiamo l'automitizzazione di un manigoldo. In Messico vive come nelle pagine di un romanzo d'appendice: scorribande contro i guerriglieri, notti ubriache nelle cantine, donne amate e perdute con la stessa rapidità con cui si scarica una pistola. Combatte a Buena Vista. Dipinge: la guerra entra nei suoi occhi prima ancora che nei suoi ricordi. Nel 1849 al suo nome si affianca l'appellativo di disertore. Torna a Boston, si sposa, mette al mondo dei figli, come se la vita borghese potesse arrestarlo, consacrarlo all'aspirata santità di una vita buona, cristiana. Da giovane aveva studiato teologia. Cavalca poi con John Glanton, apparso per la prima volta in una rissa in un saloon all'inizio dell'autobiografia, riapparendo solo alla fine del libro come il comandante della spedizione di cacciatori di scalpi in Messico. Resta subito folgorato da Glanton. Lo presenta come un uomo consumato dalla sofferenza. In gioventù aveva amato una ragazza, uccisa durante un assalto di una tribù di Apache Lipan. Stava per sposarla. Glanton imbroglia, massacra, stupra, mutila e scalpa le sue vittime, come tutti i suoi complici e come Holden, nel deserto fisico, legale e morale in cui si compie questa carneficina. Durante un'orgia, ubriaco, giura di voler salvare i suoi uomini dalla dannazione eterna, si inginocchia per pronunciare una preghiera dal fervore galvanizzante e si rialza per sparare all'impazzata, calmato solo dal giudice, che lo stringe tra le braccia come un cristo deposto.
Dall'episodio tutto sommato marginale della vita di Chamberlain sono le ultime quaranta pagine di un'autobiografia lunga circa trecento , McCarthy estrapola la cornice del romanzo più violento e sconvolgente del Novecento americano. Le brutalità perpetrate dai farabutti di Glanton ai danni delle tribù indigene e dei civili messicani sono raccontate con dovizia di particolari e in diverse occasioni sono la matrice cui McCarthy attinge per i suoi massacri, conficcati come proiettili fra i monologhi gnostici del giudice o fra descrizioni di cieli stellati e di piane desertiche popolate da nient'altro che ossa e carcasse. Quel deserto disegna i contorni del tribunale ideale dove il giudice è al contempo inquisitore e magistrato, creatore, tutore ed esecutore della sua legge di morte.
My Confession è di fatto il documento grezzo da cui McCarthy liberamente pesca uomini, vite e morti, è il pezzo d'argilla su cui Cormac lavora puntigliosamente per costruire un'epopea degna di un poema antico. La materia storica emerge di continuo nel romanzo, tanto che l'impressione di irrealtà e stordimento generati dalla spietata insensatezza del fatto violento sembrano frutto della sola invenzione autoriale. Peggio, sembrano il prodotto di una mente offuscata dal male. Leggendo però con attenzione il romanzo, si scorgono in filigrana i fatti storici e la realtà umana che ha forgiato la base narrativa del testo di McCarthy. Eppure McCarthy non confeziona un romanzo storico. È, anzi, profondamente anti-storico. Ribalta la Storia per definirne un controcanone. La distruzione del mito americano del West libero e progredito, la messa in luce delle ipocrisie della modernità e della conoscenza, la teorizzazione della violenza non solo come strumento di mantenimento del potere, ma anche come origine stessa della legge e dello Stato: dalle memorie di un bandito, McCarthy ricostruisce di fatto le radici del male e come questo operi sull'uomo. Il fulcro di Meridiano di sangue. Infatti, non è Glanton, come per le pagine di Chamberlain, ma Holden. Holden ci è presentato da subito da Chamberlain come una figura esecrabile, votata esclusivamente al sangue e alle donne, noto per essere uno stupratore, un assassino spietato e al contempo un uomo dall'eloquio straordinario e dalla sconfinata conoscenza interdisciplinare, dalle lingue alla geologia. In McCarthy, la conoscenza di Holden si manifesta come atto distruttivo. Sul suo taccuino annota e disegna la realtà al fine di possederla, di avere il potere di distruggerla, di vincolare l'esistenza stessa del reale alla sua volontà. Gli uccelli dice sono un insulto nei suoi confronti: li vorrebbe tutti chiusi in uno zoo infernale. E continua "ciò che esiste senza la mia conoscenza, esiste senza il mio consenso".
Chamberlain lo descrive come un uomo dalla stazza gargantuesca. Afferma di averlo disprezzato dal primo momento. Holden lo sapeva, ma lo trattava con estrema educazione. Allo stesso modo, the kid guarda con sospetto all'abisso morale del giudice, ma il giudice, nel gusto manifestato dal ragazzo per la violenza immotivata, vede terreno fertile, e non accetta la sconfitta. Lo tenta, gli parla come fosse un figlio. E, solo alla fine, lo punisce per non essersi conformato alla sua legge. Chamberlain dice poi che "nessuno sapeva chi o cosa fosse". In effetti, nulla si sa delle origini di Holden. Prima di unirsi alla banda di Glanton, portava un altro nome. L'appellativo di Judge lo deve avere conquistato sul campo, applicando la sua legge feroce su commilitoni insubordinati e civili inermi. In Meridiano di sangue, Holden non tollera disertori né uomini tentati dalla pietà. Sempre Chamberlain menziona le doti di Holden quale straordinario suonatore e ballerino. Proprio il giudice, nelle battute finali del romanzo, castigato il ragazzo, suona il violino e domina la sala da ballo con una danza demoniaca, mentre dice che non morirà mai.
È noto che McCarthy non amasse rilasciare interviste. La più importante fu sicuramente quella apparsa il 19 aprile 1992 sul New York Times, firmata da Richard B. Woodward. A proposito del suo debito nei confronti della prosa di Faulkner (ma anche Melville e Dostoevskij, quelli che chiamava "good writers"), disse che "Il fatto spiacevole è che i libri sono fatti di libri. Il romanzo dipende per la sua vita dai romanzi che sono stati scritti". Ai tre autori citati va quindi aggiunta la fonte storica, My Confession, e forse anche Conrad, di cui non si può ignorare l'incidenza nella creazione di Holden, che assurge a versione mefistofelicamente connotata di Mr Kurtz (forse mediata dall'uscita di Apocalypse Now, sei anni prima della pubblicazione del romanzo). Del resto, è proprio McCarthy che, sul materiale di lavoro di Meridiano di sangue, alle parole del giudice (che afferma che l'uomo deve purgarsi da ciò che lo rende tale) affianca, con una nota scritta a mano, l'esclamazione finale di Kurtz, che sul letto di morte sussurra: "L'orrore! L'orrore!". L'orrore che Holden ha compiuto per tutta la sua vita senza mia palesare il benché minimo rimorso. L'orrore di cui Holden è incarnazione.

I classici nella stanza di Antonio, vol. 9: Notre-Dame de Paris


Victor Hugo: Notre-Dame de Paris

Titolo originale: Notre-Dame de Paris
Formato: Kindle (79.8 MB)
Pagine: 836
Editore: Mondadori (25 febbraio 2020)
ASIN: B0848DCMT7
ISBN-13: 9788835700234

Data di acquisto: 7 gennaio 2026
Letto dal 1° al 10 febbraio 2026

▪️Sinossi
Tutti gli occhi si erano alzati verso il sommo della chiesa. Ciò che vedevano era straordinario. In cima alla galleria più elevata, più in alto del rosone centrale, c'era una grande fiamma che montava tra i due campanili con turbini di scintille, una grande fiamma disordinata e furiosa di cui il vento a tratti portava via un lembo nel fumo.

▪️L'incipit del libro
Sono passati oggi trecentoquarantotto anni, sei mesi e diciannove giorni da quando i parigini si svegliarono al frastuono di tutte le campane che sonavano a distesa nella triplice cinta della Cité, dell'Université e della Ville.
Eppure il 6 gennaio 1482 non è un giorno di cui la storia abbia conservato il ricordo. L'avvenimento che a quel modo metteva in moto, di prima mattina, le campane e i borghesi di Parigi non aveva nulla che fosse degno di nota. Non era un assalto di piccardi o di borgognoni, né un reliquiario portato in processione, né una rivolta di studenti nella vigna di Laas né un ingresso del nostro assai temuto signore messere il Re, e neppure una bella impiccagione di ladroni e di ladrone sulla piazza della Justice di Parigi. E neppure l'arrivo improvviso, così frequente nel quindicesimo secolo, di qualche ambasceria gallonata e impennacchiata. Erano appena due giorni che l'ultima cavalcata di questo genere, quella degli ambasciatori fiamminghi incaricati di concludere il matrimonio tra il delfino e Margherita di Fiandra, era entrata a Parigi con grande fastidio del signor cardinale di Borbone il quale, per compiacenza verso il re, aveva dovuto fare buon viso a tutta quella baraonda di borgomastri fiamminghi e fare loro omaggio, nel suo palazzo di Borbone, di una molto bella moralità, satira e farsa mentre una pioggia a scroscio inondava i magnifici arazzi del suo portone.

▪️La mia (brevissima) recensione
"Sarai impiccato. È semplicissimo, signori onesti borghesi! Come voi trattate i nostri da voi, noi trattiamo i vostri da noi. La legge che voi applicate con i malviventi, i malviventi la applicano con voi. Se è cattiva, la colpa è vostra. Ogni tanto bisogna pure che si veda la smorfia di un brav'uomo sopra il collare di canapa, questo rende onorevole la cosa".
Ecco qui un libro che ha una intensità emotiva incredibile. Una trama che intreccia alla perfezione le tragicità di Quasimodo, Esmeralda e Frollo nella Parigi del 1482. Con la cattedrale di Notre-Dame che diventa una vera e propria protagonista (ci imbatteremo in intere pagine incentrate unicamente sulla sua architettura) e collante di tutte le vicende.
In Notre-Dame de Paris, Victor Hugo riesce ad unire Storia, romanticismo e critica sociale. E quel che è davvero impressionante è che dopo quasi 200 anni (il libro, infatti, è stato pubblicato nel 1831) la sua trama è ancora attuale. Anzi, è più attuale che mai…
Tutto ruota intorno alla zingara Esmeralda (vittima dei soliti pregiudizi), chiodo fisso del campanaro deforme Quasimodo, dell'arcidiacono Claude Frollo (in perenne tormento tra fede religiosa e desiderio sessuale) ed il superficiale capitano Phoebus de Châteaupers.
Un libro abbastanza lungo ed impegnativo (alcune divagazioni ne rallentano un po' il ritmo) ma che ripaga a suon di emozioni.
A fine lettura, inoltre, è impossibile porsi la fatidica domanda su chi sarebbero oggi Quasimodo, Esmeralda e Frollo… Ebbene la risposta che mi son dato è questa:
- Quasimodo sarebbe un individuo emarginato ed "additato" per la sua diversità da una società che fatica ad integrarlo;
- Esmeralda sarebbe la classica artista di strada ma anche, e perché no?, una creator che usa i social per esprimersi;
- Frollo sarebbe un alto dirigente, colto e rispettato ma, dentro di sé, perennemente combattuto tra dominio e brama di potere.
📌 Voto: 🔵🔵🔵🔵 (4 su 5)

"L'ultimo colpo", il ritorno del maestro del crime Don Winslow è subito un caso editoriale


L'ultimo colpo, il ritorno del maestro del crime Don Winslow è subito un caso editoriale
Don Winslow, tra gli scrittori americani più apprezzati e maestro del genere thriller e noir, che torna in libreria con il romanzo L'ultimo colpo. Scopri perché il libro è già un successo

👉 fonte: LibreriAmo

Il maestro del crime Don Winslow è tornato a sorpresa in libreria con L'ultimo colpo, una raccolta di sei nuovi romanzi brevi. Uscito il 27 gennaio in contemporanea mondiale, in Italia per HarperCollins nella traduzione di Alfredo Colitto, il libro si è subito affacciato ai primi posti della classifica dei libri più letti in Italia e non solo.
L'uscita di questo nuovo libro inaugura Black, la nuova collana di HarperCollins dedicata alle voci indimenticabili del genere. Ma perché questo libro è già un caso editoriale e perché dovresti assolutamente correre a leggerlo?
In questo volume di oltre 300 pagine, Winslow non ci regala una sola trama, ma sei diverse angolazioni del destino umano. Dalle luci dei casinò che sfidano leggendari rapinatori alle storie di adolescenti che consegnano alcolici illegali, fino al ritorno dell'amato detective-surfista Boone Daniels. Sei storie dinamiche in cui con il suo inconfondibile stile Don Winslow fonde umanità, umorismo e azione, catturando ancora una volta l'essenza del mondo criminale e le sue sfumature.
Rapinare un casinò è assolutamente im­possibile. Ed è proprio questo che ren­de l'idea irresistibile per un leggenda­rio rapinatore. Ma in fondo quello che conta davvero è L'ultimo colpo. Per racimolare qualche soldo, un adolescente ambizioso e intra­prendente consegna alcolici illegali alle persone de La lista della domenica.  In una tavola calda, due uomini della mala raccontano Una storia vera. Sembrano solo battute e pettegolezzi, ma poi si scopre che toc­cherà a qualcun altro pagare il conto.
Un poliziotto si trova a dover scegliere tra il suo lavoro e l'affetto per un cugino, il cui destino è L'ala nord. Il surfista-detective Boone Da­niels e la sua squadra sono incaricati di sorvegliare la star del cinema, che qualcuno vuole morta, durante La pausa pranzo. E per fini­re, un singolo, terribile errore manda in prigione un devoto uomo di famiglia e mette in rotta di Collisione l'uomo che vuole essere e l'assassino che è costretto a diventare. Da quest'ultima storia sarà tratto un film con Jake Gyllenhaal.
Ogni racconto è una scarica di adrenalina, ma anche una riflessione profonda sulla morale, sulla famiglia e sugli errori che cambiano il corso di una vita. Winslow, con il suo stile asciutto e cinematografico, ci porta dentro l'abitacolo di una pattuglia o dietro il bancone di una tavola calda, facendoci sentire l'odore della polvere e il peso delle scelte sbagliate.
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Michele Mari, a cena con la morte


Michele Mari, a cena con la morte
I convitati di pietra è una commedia nerissima, in cui un gruppo di compagni di scuola scommette su chi sopravvivrà più degli altri. Un romanzo esilarante, cinico, irresistibile. E perfino commovente

👉 fonte: rsi.ch

Migliavacca, Fustigati, Brodo, Rivadeneyra.
Sono i cognomi dei ragazzi protagonisti di I convitati di Pietra di Michele Mari. Compagni di classe in un liceo classico del centro di Milano, alla fine degli anni Settanta. Una sera a cena decidono di mettere in piedi un «progetto geniale, disumano e spietato»: ogni anno verseranno in una cassa comune una cifra prestabilita che poi, opportunamente investita, nel corso dei decenni moltiplicherà il capitale, fino a cifre vertiginose. Chi incasserà questa somma che potrebbe cambiare la vita di chiunque? Semplicemente, chi vivrà più degli altri: gli ultimi tre sopravvissuti avranno accesso al montepremi.
Il problema è che una volta messo in moto questo meccanismo, il gioco diventa sempre meno divertente, a mano a mano che passano gli anni, e non solo perché iniziano a farsi strada tra i partecipanti idee come quella che, beh, per mettere le mani sul bottino, in fondo, basta eliminare fisicamente gli altri concorrenti. Con presupposti del genere, sembra di andare verso il thriller, ma non solo: il libro gioca con i generi, ed è uno dei romanzi più divertenti usciti nel 2025 (è arrivato nelle librerie proprio agli sgoccioli dello scorso anno). Tocca corde comuni, senza cadere mai nella banalità. È, in un certo senso, il Mari più pop degli ultimi anni. E se posso permettermi, arriva a essere perfino commovente.
«I miei rapporti con i compagni di classe, oggi, sono buoni, anzi ottimi», spiega lo stesso Mari rispondendo all'inevitabile domanda. «Non con tutta la classe, ma diciamo metà, o due terzi: abbiamo continuato, a sentirci, a vederci, certo, non in modi così cerimoniosi e maniacali come i personaggi del mio libro. Però, per anni ci siamo visti, se non tutti gli anni, almeno un anno sì, uno no, per decenni. Devo dire, però, che da un po' di tempo io sono stato inadempiente, spesso assente, anche perché nel frattempo la vita mi aveva portato lontano da Milano, un po' a Roma, un po' a Bergamo, per cui ho perso un po' di colpi. Quindi scrivere questo libro (anche se non c'è una corrispondenza diretta tra i personaggi e i miei reali compagni) è come fosse una specie di risarcimento di tutti gli atti mancati, di tutte le cene saltate in questi ultimi anni».
Ce ne sono tanti di atti mancati, che vengono riparati quando ormai il tempo è scaduto, anche dentro questo libro. Il tempo che ci porta verso la naturale scadenza è del resto il tema fondamentale su cui esercitare decenni di letteratura, per Michele Mari. E qui c'è la morte, ma anche l'idea di resistere alla maturità, riflessioni su cosa significa coltivare la memoria di rapporti passati, che rimangono intrappolati nell'ambra e sono destinati a essere ricordati, raccontati, ma non più vissuti. C'è un irresistibile cinismo (figlio, a detta dello stesso Mari, della tradizione umoristica inglese) che permette al narratore di tratteggiare i personaggi attraverso pochi particolari, per poi spazzarli via dall'esistenza.
Il cinismo però si scioglie nella parte finale, e la parabola de I convitati di pietra sembra trovare un'inaspettata morale per cui, se perdonate la semplificazione, la vita vale effettivamente la pena di essere vissuta: per le cose che ci piacciono, e a volte perfino per le persone. «Quello che ho scoperto scrivendo questo libro - chiosa Mari - non lo avevo messo in conto, ed è stato un po' una novità… direi una conquista, per me. Alcuni di questi personaggi scoprono di avere un vero senso di appartenenza, di fratellanza, un vero affetto. Se non un amore, un'amicizia profonda. Tutte cose su cui avevano sghignazzato, cose che erano state da loro svalutate nichilisticamente, e che invece paradossalmente rivelano la propria tenuta e la propria profondità fuori tempo massimo, quando ormai i personaggi hanno ottanta, novant'anni». Non saprei se definirlo ottimismo, ma si tratta se non altro di una luce di speranza. Di questi tempi, è già qualcosa.

Come si può leggere, oggi?


Come si può leggere, oggi?
In un tempo che ha messo da parte i libri, la risposta arriva da Luca Cena, libraio, autore e content creator. Che insegna a cercare volumi antichi e rari, ma soprattutto, storie che rimangono

👉 fonte: Rolling Stone

Leggere è complicato, faticoso e richiede tempo e molta concentrazione. Tutte cose oggi lontane da una quotidianità fatta di impegni compulsivi, isterie e vacue e assortite superficialità occasionali che confondono non poco e stressano anche di più.
Inoltre i libri occupano spazio e fanno polvere, invadono potenzialmente ogni angolo in case sempre più piccole. E poi anche solo a vederli appaiono incredibilmente tutti troppo lunghi, centinaia di pagine che reclamano un'urgenza da mettere in fila a tutte le altre urgenze. Il tempo così come lo spazio sembrano allora per davvero non solo non bastare mai, ma non esserci proprio.
Leggere in tempi tanto frenetici quanto mediocri, ovvero in questo scorcio di millennio, non è mai stato meno di moda. Mentre per giunta non si fa altro che leggere da mattina a sera, subissati come si è da informazioni, spesso totalmente trascurabili, che invadono le timeline dei social pretendendo subito (e subito ottenendo) attenzione, almeno il tempo di una manciata di secondi, poi arriva la nuova di tizio e caio, dalla pizzeria imperdibile alle assurdità di Donald Trump.
Una sequela di impegni in proroga permanente. Si legge tutto ma mai nulla fino in fondo, si capisce tutto, ma nulla si comprende per davvero. E così, in un incedere che ha sostituito allo zoppo l'inebetito, non si arriva mai in fondo alla pagina, al capitolo per non dire al racconto e figuriamoci se si arriva in fondo a un romanzo. Già sarebbe bello arrivare in fondo a una frase letta e pure pronunciata, magari senza aggredire, magari facendosi capire prima che il tempo, sempre limitatissimo, dell'altro scada come una sentenza capitale.
Che siano annunci, dichiarazioni, interviste, citazioni, tutto è ridotto all'osso e quindi molte volte all'incomprensibile. E nonostante alla fine della giornata il computo offra una distesa di parole lette, dette e ascoltate che varrebbero ben più di un romanzo al giorno, il significato che se ne trae è pressoché nullo, come quello di un vortice da cui si è usciti ancora vivi per miracolo o per fortuna.
Si staglia così un panorama all'opposto da quello offerto da Pluribus (la serie di Vince Gilligan) dove la solitudine non è data da un mondo unico e onnisciente, ma da un modo vario e totalmente cerebroleso e come tale imprevedibile, come da regola della stupidità dell'indimenticabile Carlo M. Cipolla, così giusto da aggiungere alla lista delle cose da fare, da vedere, da ascoltare e da leggere, provare quantomeno a buttare un occhio a Le leggi fondamentali della stupidità umana (Il Mulino).
Una morte cerebrale diffusa che si sostanzia nell'ansia di ogni nuova ipotesi, imprevisto e «Proprio ora che mi ero messo a pari!», si sente spesso esclamare di fronte a un nuovo film, a una nuova serie, podcast e anche libro. Come se ci fosse un grande manovratore che ci obbliga a una performance continua. Certo la pressione sociale è evidente a chiunque come è evidente che non si tratta più di una socialità dove ciò che si vede è condiviso da altri, ma in cui ci si rimbalza come in una partita di Patronu, titoli da consigliare o meglio imporre all'altro. Celo, celo, manca!
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lunedì 9 febbraio 2026

Capolavori del cinema tratti da romanzi da recuperare: "Eyes wide shut"


Capolavori del cinema tratti da romanzi da recuperare: Eyes wide shut
Come il romanzo Doppio sogno ha ispirato Eyes Wide Shut: un viaggio tra letteratura e cinema nel cuore del desiderio, della gelosia e dell'inconscio

👉 fonte: LibreriAmo

Eyes Wide Shut, l'ultimo film di Stanley Kubrick  uscì nel 1999, continua a essere oggetto di interpretazioni, analisi e dibattiti. Ma forse la sua forza narrativa, surreale e inquietante, nasce proprio dal fatto che non è solo cinema: è cinema in dialogo con la letteratura.
Perché Eyes Wide Shut non è semplicemente "ispirato da" un romanzo. È un adattamento libero e radicale che prende le coordinate psicologiche, simboliche e oniriche da un testo ottocentesco e le trasporta in una dimensione visiva che sfida qualsiasi certezza.
Quel romanzo è Doppio sogno (Traumnovelle) di Arthur Schnitzler, pubblicato nel 1926: la storia di un uomo e una donna alle prese con desideri nascosti, paure, identità segrete e mondi che si svelano oltre il velo della coscienza.
Eyes Wide Shut rimane uno dei film più discussi e amati del cinema contemporaneo non perché sia semplice o immediato, ma perché costruisce un ponte tra letteratura e immaginario visivo: porta sullo schermo la psicologia del desiderio, del dubbio e della doppiezza che già abitava il testo di Arthur Schnitzler.
Dal libro allo schermo, l'esperienza non si limita a raccontare una storia diversa: rivela che le narrazioni più potenti sono quelle in cui il sogno, la paura e il desiderio si intrecciano indissolubilmente. Ed è per questo che Eyes Wide Shut continua a essere un cult da (ri)guardare, studiare e interrogare.
Doppio sogno è un testo breve, sottile, ma potentissimo nella sua capacità di esplorare ciò che si cela dietro le buone maniere della borghesia viennese di inizio Novecento. Il protagonista, Fridolin, è un medico che, dopo aver ascoltato le confidenze inquietanti della moglie Albertine, si ritrova a vagare per le strade della città in una notte che sembra un incubo: incontri misteriosi, tentazioni, ambiguità di identità e una sfilata di personaggi simbolici.
L'elemento che più caratterizza il romanzo è il sogno e il doppio: non c'è quasi distinzione tra ciò che è reale e ciò che è immaginato. Schnitzler lavora con precisione psicologica sulle pulsioni, sulla gelosia, sull'oscuro che abita in ogni relazione umana. Il tempo narrativo si piega, i confini si dissolvono, il lettore si trova sospeso in una consapevolezza che non è mai rassicurante.
La novella è quindi una sorta di antefatto letterario delle moderne speculazioni sull'inconscio: un terreno in cui le regole morali si dissolvono e dove il desiderio non è un accessorio, ma una forza inarrestabile.
Kubrick non fa un adattamento "classico" della novella di Schnitzler. Non trasferisce personaggi o trame così come sono scritti, ma ne cattura l'intensità psicologica e simbolica.
Nel film, Tom Cruise interpreta Bill Harford, un medico di successo la cui vita borghese prende una piega profonda dopo una confessione della moglie Alice (interpretata da Nicole Kidman): l'aver provato desiderio per un altro uomo. Da quel momento, Bill intraprende un viaggio notturno che lo porta in scenari surreali: feste segrete, maschere, sensazioni di doppio, identità scambiate e desideri inconfessabili.
La trama è diversa (il film è ambientato nella New York contemporanea) ma il problema centrale resta identico a quello di Schnitzler: cosa succede quando il desiderio, prima represso, si affaccia nella coscienza? Come reagisce il soggetto quando si confronta con l'oscenità della propria interiorità?
Kubrick costruisce una lunga discesa nella notte, un po' come Dante nella sua selva oscura, ma senza redenzione garantita. Il film non offre risposte definitive, ma piuttosto immagini potenti e aperte all'interpretazione.

Dal libro allo schermo: somiglianze e differenze
Il sogno e la doppiezza. Nel romanzo di Schnitzler è tutto sottile, fluttuante: la notte è un mondo onirico in piena luce diurna. Kubrick traduce questa logica in immagini: le maschere, le luci artificiali, il ritmo sospeso della narrazione costituiscono una logica onirica per immagini.
Il desiderio come motore narrativo. In entrambi i testi il desiderio è ciò che mette in discussione l'ordine apparente. In Doppio sogno è un motore psicologico puro; in Eyes Wide Shut diventa visivo, rituale, collettivo, inquietante.
Identità e maschere. Schnitzler lavora con il concetto letterario del doppio. Kubrick, con il suo stile visivo, rende la maschera metafora: non solo quella fisica delle scene ermetiche della festa, ma quella psicologica che ogni personaggio indossa nel rapporto con l'altro.
Il finale. Il romanzo di Schnitzler si chiude lasciando molto in sospeso, oscillando tra realtà e sogno. Allo stesso modo Kubrick non chiude nulla in maniera risolutiva: la scena finale ha la stessa inquietudine e ambiguità, suggerendo che ciò che accade di notte non scompare alla luce del giorno.

Quello che lega Doppio sogno e Eyes Wide Shut non è tanto una trama precisa, quanto una idea di soggetto: l'essere umano come narratore di sé, ma anche come oggetto di pulsioni che spesso nega, reprime, nasconde.
La filosofia contemporanea, da Freud in poi, ci ha insegnato che ciò che noi chiamiamo "coscienza" è soltanto la superficie di un mare profondissimo. Kubrick, visivamente, e Schnitzler, letterariamente, esplorano questo mare: ciò che sta sotto è sia fonte di piacere che di terrore.
La notte, nei due testi, non è solo un tempo cronologico: è una dimensione in cui la coscienza si rovescia, e l'io è costretto a confrontarsi con aspetti che di giorno restano nel buio. Il doppio, il desiderio, il giudizio morale: tutto diventa fluido, incerto.

Che fine hanno fatto i sogni che sognavamo? Se lo chiede Mattia Insolia nel romanzo "La vita giovane"


Che fine hanno fatto i sogni che sognavamo? Se lo chiede Mattia Insolia nel romanzo La vita giovane
Dopo Gli affamati e Cieli in fiamme, Mattia Insolia torna con un romanzo duro, potente e, forse, generazionale, La vita giovane. Il protagonista è Matteo, costretto a tornare a casa per il matrimonio di due suoi amici… Sarà l'occasione per ricordare il passato, fare i conti con i fantasmi lasciati al paese e provare a rispondere a una domanda: che fine hanno fatto i sogni che sognavamo?

👉 fonte: il Libraio

Ci sono storie che cominciano con un'affermazione. Altre che ruotano attorno a una domanda. Ci sono domande che trovano risposta e altre che, ça va sans dire, restano orfane.
La vita giovane (Mondadori) di Mattia Insolia gira attorno a un quesito semplice e devastante: che fine hanno fatto i sogni che sognavamo?
Una risposta non viene data in modo diretto, e forse non potrebbe essere altrimenti. È qualcosa che ogni lettore e lettrice deve cercare fuori dal libro, dentro la propria esperienza.
Nonostante si parli di sogni, il romanzo è duro e concreto, come solo la realtà sa essere. La realtà di Matteo, protagonista ventottenne che da nove anni non rientra al paese natale. Perché tornarci significherebbe fare i conti con ciò che è rimasto indietro, con i fantasmi lasciati lì ad aspettare. Eppure Matteo torna, perché due amici del liceo stanno per sposarsi. È questo il pretesto narrativo da cui Insolia fa partire il racconto: un ritorno che diventa attraversamento (e superamento?) del passato.
Al paese, per quel weekend speciale, Matteo ritrova i cinque amici con cui ha condiviso l'infanzia e soprattutto gli anni del liceo: Sofia, Giorgio, Matilde, Marta e Tommaso. Anni che il narratore recupera poco a poco, intrecciando presente e memoria, riportando alla luce episodi che hanno segnato per sempre quel gruppo.
Qualcuno potrebbe definire Insolia un autore generazionale: ha trent'anni, come il suo protagonista, e racconta una generazione attraversata da rabbia, disillusione e desiderio di capire. Forse lo è, forse no. In ogni caso, la storia riesce a parlare anche a chi non appartiene a quella precisa età anagrafica, perché le domande che pone vanno oltre…
I temi di La vita giovane sono molti, ma non si ha mai la percezione che siano stati inseriti per accumulo o per effetto. Emergono in modo genuino, perché fanno parte della vita dei personaggi. C'è l'amore, nelle sue forme più fragili e mancate; l'amicizia come rifugio e la famiglia come gabbia; i sensi di colpa, molti, che si stratificano nel tempo; la violenza, in quasi ogni sua (drammatica) sfumatura; l'autolesionismo; relazioni profondamente tossiche; genitori che abbandonano e altri che trascinano verso il fondo; la malattia e l'abuso di sostanze; i segreti e i "ti amo" soltanto sussurrati.
Ogni personaggio riesce a trovare il suo spazio, Matteo ne racconta pregi e difetti come fossero ancora tutti insieme. Così anche ogni argomento trova il modo di emergere, dolorosamente. Attraverso quest'unica voce tutti si confessano a chi legge, e maggiormente a loro stessi.
In fondo a tutte queste storie scorre lo stesso sentimento: un senso di smarrimento che accompagna il passaggio all'età adulta. Citando il romanzo con cui Mattia Insolia è stato proposto al Premio Strega 2021 (Gli affamati, Ponte alle Grazie), potremmo dire che questi sono ragazzi svuotati, senza più appetito…
Interessanti sono anche gli stratagemmi narrativi scelti da Insolia (che all'attivo, sempre per Mondadori, ha Cieli in fiamme, 2023). Il primo è dichiarato: è lo stesso Matteo a raccontarci di aver chiesto agli amici ciò che lui non ha vissuto in prima persona, gli anni successivi al liceo, diventando così un narratore che raccoglie, ricostruisce e restituisce. Il secondo è più sottile, ma altrettanto efficace: la creazione di una tensione crescente, quasi da thriller, attorno a quell'episodio violento che turba i cinque amici e che incombe sul romanzo come una ferita mai rimarginata.
La scrittura segue questo movimento: è frammentata, fatta di salti improvvisi tra ricordi, scene del presente, episodi lontani. Un andamento che restituisce il funzionamento della memoria e del pensiero, quel continuo andare avanti e indietro che accompagna ogni tentativo di dare un senso a ciò che è accaduto.
E poi c'è quella domanda, che torna, insiste, accompagna ogni capitolo: che fine hanno fatto i sogni che sognavamo? È una domanda che non riguarda solo Matteo e i suoi amici, ma chiunque abbia immaginato una strada e si sia ritrovato, a un certo punto, su un sentiero diverso. La vita giovane non offre consolazioni facili, ma costruisce uno spazio di riconoscimento. Un romanzo con cui è difficile non entrare in connessione, perché parla di ciò che resta quando il tempo passa e chiede il conto.

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domenica 8 febbraio 2026

Spotify che vende libri proprio non ce l'aspettavamo


Spotify che vende libri proprio non ce l'aspettavamo
Il colosso dello streaming inizierà a vendere libri cartacei tramite la sua applicazione: l'annuncio di Spotify è giunto a sorpresa

👉 fonte: Punto Informatico

Con una mossa piuttosto inattesa, Spotify ha annunciato che inizierà a vendere libri all'interno della sua app. Non audiolibri, ma libri cartacei. Lo farà grazie alla collaborazione con Bookshop.org, a partire dalla primavera e coinvolgendo inizialmente i territori degli Stati Uniti e del Regno Unito. L'obiettivo dichiarato è quello di supportare gli autori e le librerie indipendenti, sia dal punto di vista della visibilità sia da quello economico.
L'iniziativa mira solo a estendere il raggio d'azione della piattaforma o c'è davvero di più? A questo punto, ci aspettiamo di vedere il colosso dello streaming aprire un e-commerce attraverso cui comprare singoli e album su supporto fisico. Dopotutto, il ritorno del vinile è una tendenza ormai ben affermata e molti stanno riprendendo familiarità con la musica da toccare.
Tornando alla vendita dei libri, un passaggio del comunicato ufficiale spiega bene la finalità che Spotify vuol raggiungere: Crediamo che il futuro della lettura o dell'ascolto debba essere flessibile e adattarsi meglio alla vita delle persone. Dopotutto, il 73% dei proventi per il mondo dell'editoria arriva ancora oggi dal cartaceo.
Un'altra novità annunciata è Page Match. Ne abbiamo già scritto su queste pagine alcune settimane fa, quando sono emerse le prime informazioni. È una funzionalità che permette di passare dal libro all'audio libro e viceversa, in un istante.
Come funziona? È molto semplice: basta inquadrare una pagina con la fotocamera dello smartphone e la piattaforma trova automaticamente quel punto da cui ripartire nell'audiolibro. Sarà disponibile entro la fine di febbraio nelle app Android e iOS di Spotify, per la maggior parte dei volumi in inglese. Il supporto per le altre lingue dovrebbe arrivare più avanti.

Si scrive meglio di giorno o di notte? Chiedete a Sartre


Si scrive meglio di giorno o di notte? Chiedete a Sartre
Da Marcel Proust a Rosella Postorino, un viaggio tra le abitudini più o meno notturne che danno vita ai libri e i ritmi circadiani degli scrittori

👉 fonte: rsi.ch

La biografa Annie Cohen-Solal racconta, tra i vizi di Jean-Paul Sartre (tra cui fumare due pacchetti di sigarette al giorno) l'assunzione di Corydrane, miscela di anfetamina e aspirina; anziché le due compresse raccomandate pare che ne prendesse una ventina, e che non disdegnasse scrivere di notte e dormire di giorno.
Franz Kafka amava scrivere dopo la mezzanotte; nelle Lettere a Milena emerge ben più combattuto del francese: «Il sonno è l'essere più innocente che ci sia e l'uomo insonne il più colpevole».
Tra i gufi, anche Marcel Proust. Si alzava alle quattro di pomeriggio, accendeva una miscela di oppiacei per alleggerire gli effetti dell'asma cronica, poi scriveva, preferibilmente a letto.
James Joyce (racconta il biografo Richard Ellmann) si alzava tardi, lavorava nel pomeriggio e passava le serate nei locali per "ripulirsi la mente dal lavoro letterario".
Truman Capote, come Proust, preferiva scrivere a letto (si definì un «autore assolutamente orizzontale»). Scriveva quattro ore al giorno, mentre consumava bevande e fumo. Aveva delle ossessioni: non sopportava vedere più di tre mozziconi di sigaretta nel portacenere, non iniziava né finiva nulla di venerdì e si rifiutava di «comporre un numero di telefono o di accettare una stanza d'albergo se la somma delle sue cifre dava un numero da lui ritenuto sfortunato».
Non mancano, tuttavia, i mattinieri.
Sylvia Plath, soprattutto dopo la nascita dei figli, scriveva all'alba. È noto che J.K. Rowling abbia scritto i primi libri di Harry Potter seguendo un rituale speranzoso e disciplinato: si recava ogni giorno all'Elephant House, ordinava un caffè (quanto allora si poteva permettere) e scriveva a oltranza con la bimba vicino.
Anche Toni Morrison era solita scrivere all'alba, quando i figli dormivano. Si comprende la non neutralità, oltre che per la famosa "stanza tutta per se", e quindi per il dove della scrittura, anche per il quando della scrittura (dell'essere donna, e dell'avere figli o meno).
Tra i mattinieri, Hemingway e Maya Angelou. Quanto a Thomas Mann, lui si svegliava prima delle otto, beveva una tazza di caffè con la moglie, faceva un bagno; alle otto e mezza faceva una colazione completa e dalle nove a mezzogiorno si chiudeva nel suo studio.
E oggi? La tendenza delle scuole di scrittura è insegnare la disciplina, l'idea di mettersi alla scrivania ogni giorno, magari dal mattino. Ma si può essere disciplinati e seguire il proprio tamburo; insonni e scrivere di notte, oppure combattersi se si è così (perché gli scrittori sono persone, e l'idea di artista maledetto è morta con Baudelaire e la sua sifilide).
Violetta Bellocchio racconta: «Io non posso scrivere di notte, né dopo un orario che stabilisco, perché altrimenti mi parte un ciclo di insonnia brutale con semi-allucinazioni visive (cerco di dormire e vedo righe di testo che si compongono e disfano: pare che a mia madre accadesse la stessa cosa)». Quando lavora a un libro s'impone un timer di salvataggio e chiusura file, attorno alle 20 o 21. «Il che a tratti è una rogna perché se comincio tardi nell'arco della giornata la tentazione è sempre di andare avanti a oltranza durante la notte, ma non fa più per me».
Rosella Postorino ha l'abitudine di dormire con il Kindle sotto il cuscino, «così se nella notte mi sveglio posso sfilarlo e leggere. Se sto scrivendo, per esempio nelle vacanze dal lavoro, mi sveglio alle 6 per scrivere. Di notte, anche se mi sveglio, non scrivo».
Mattia Insolia, all'alba, si dedica alla lettura. Altre due Millennial di talento vivono l'esperienza agli antipodi; Eleonora C. Caruso condivide: «Il sonno per me è un Tema, ho scoperto come si dorme negli ultimi tre anni grazie ai farmaci». Valentina D'Urbano invece racconta un guilty pleasure: «Niente musica e tisane, ma sigarette e programmi trash» che manda in loop per concentrarsi mentre scrive.
Una cosa è certa: Jean-Paul Sartre faceva di peggio. E ciò sa ancora rassicurarci.