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"Un bel libro, Marcus, non si valuta solo per le sue ultime parole, bensì sull'effetto cumulativo di tutte le parole che le hanno precedute. All'incirca mezzo secondo dopo aver finito il tuo libro, dopo averne letto l'ultima parola, il lettore deve sentirsi pervaso da un'emozione potente; per un istante, deve pensare soltanto a tutte le cose che ha appena letto, riguardare la copertina e sorridere con una punta di tristezza, perché sente che quei personaggi gli mancheranno. Un bel libro, Marcus, è un libro che dispiace aver finito". [Joël Dicker in "La verità sul caso Harry Quebert"]

venerdì 6 febbraio 2026

Recensione dell'inchiostro Lamy Blue-Black (in boccetta)


Per questa mia recensione dell'inchiostro Blue-Black della Lamy, parto dal calamaio: è il notissimo modello T52, uguale per tutti gli inchiostri "standard" dell'azienda tedesca (gli inchiostri premium della serie Crystal, invece, usano il calamaio  T53).
Si tratta, come potete vedere da questa breve carrellata di foto, di una elegante boccetta che contiene ben 50 ml di inchiostro (c'è anche una versione più piccola, poco diffusa, contenente soltanto 30 ml di inchiostro, chiamata Lamy T51). Io sono solito usare l'inchiostro Blue-Black (blu-nero) ma, come ho appena detto, in commercio ci sono anche i classici nero, rosso, blu, verde, turchese… oltre a tanti altri in edizione limitata o celebrativi.


Analizziamo la confezione d'acquisto: la boccetta è inserita in un semplice scatolino con alette (su cui sono indicate anche le istruzioni ed i disegnini per ricaricare la stilografica). Una volta aperto lo scatolino, quindi, ecco emergere questa boccetta… o calamaio, per i più nostalgici!
La boccetta, avendo un collo largo è in grado di ospitare anche le penne stilografiche più grosse; è tutta in vetro ed è inserita in una basetta in plastica nera e cava al centro, perché la boccetta vera e propria ha, alla sua estremità, una specie di "fossetta", utilissima per poter utilizzare fino all'ultima goccia di inchiostro contenuta al suo interno. Inoltre, dentro alla stessa basetta in plastica, è posta (estraendola da una fessura laterale) una piccola ma pratica strisciolina di carta assorbente con cui, una volta terminate le operazioni di ricarica, potremo anche pulire la punta della stilografica.
Il prezzo di una boccetta T52 è intorno agli 11-12 euro… E per quanto mi riguarda (visto che uso questo inchiostro ogni giorno), li vale tutti.


Passiamo ora alla prova vera e propria dell'inchiostro Lamy Blue-Black. Si tratta di un inchiostro molto fluido (non intasa e non ostruisce la penna), abbastanza scorrevole (il flusso è sempre costante). È particolarmente indicato per l'uso su documenti d'ufficio, firme ed assegni. Il nome blu-nero è abbastanza fuorviante perché si tratta di una colorazione tendente al "grigiastro profondo" con accenni di blu scuro quasi vintage. Comunque, l'effetto (evidentissimo appena l'inchiostro è messo su carta) non è per nulla sgradevole, ed anzi a me piace moltissimo perché è una tonalità molto elegante. Tiene abbastanza bene il contatto con l'acqua ed i liquidi in generale; sfumatura e spiumaggio sono completamente assenti.
L'asciugatura è velocissima: dopo 7-8 secondi puoi già passarci un dito sopra senza il rischio di sporcarti. E questo vuol dire che non ci saranno neanche problemi di attraversamento della carta (salvo in casi estremi o se quest' ultima è di pessima qualità).
Insomma, è un buon inchiostro professionale (ma nulla ci vieta di usarlo in altri contesti), senza infamia e senza lode. Per dirla tutta, è il classico inchiostro per la vita di tutti i giorni (ecco, appunto).


L'autore di "Skyrim" suggerisce a George RR Martin di arrendersi con "Game of Thrones"


L'autore di Skyrim suggerisce a George RR Martin di arrendersi con Game of Thrones

👉 fonte: Serial.everyeye.it

L'ex protagonista di Skyrim, ora romanziere, Bruce Nesmith, ha un consiglio piuttosto controcorrente per George RR Martin, l'autore di Game of Thrones, che ha ripetutamente ammesso di aver avuto difficoltà a completare la sua serie di Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco: gettare la spugna.
Mentre i fan della saga attendono da anni il nuovo libro The Winds of Winter, che per giunta non è neppure previsto che sia l'ultimo dato che dovrà essere seguito dal vero volume conclusivo della saga, ovvero A Dreams of Spring, Nesmith va controcorrente.
Dopo aver ricoperto il ruolo di lead designer di Skyrim, Nesmith ha lasciato Bethesda Game Studios e l'industria dei videogiochi in generale nel 2021, per poi dedicarsi alla scrittura di romanzi, e da allora ha pubblicato tre libri della serie Loki Redeemed e una serie di tre libri di LitRPG, Glory Seeker. Con questa notevole esperienza nella scrittura di romanzi fantasy, Nesmith ha commentato il dilemma di George RR Martin in una recente intervista con Press Box PR:
"George ha dato la sua storia a qualcun altro, che l'ha elaborata e ha fatto un lavoro straordinario con una serie tv", ha detto Nesmith, riferendosi all'adattamento televisivo di otto stagioni della HBO, Game of Thrones. "Penso che farebbe bene a rendersi conto che il suo lavoro può essere finito da qualcun altro e che lui a quel punto potrebbe fare qualcosa di nuovo. Portare a termine il lavoro, almeno per me, ha la precedenza sul fatto di doverlo fare personalmente."
I fan de Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco attendono con ansia il prossimo libro della serie, The Winds of Winter, da circa 15 anni. Martin, 77 anni, è stato sempre più onesto negli ultimi anni riguardo alle sue difficoltà nel riuscire a finire il sesto libro e la saga in generale, che come detto dovrebbe concludersi con il settimo volume A Dream of Spring. L'adattamento della HBO, come noto, ha superato gli eventi dei romanzi e realizzato un finale originale per Game of Thrones, e Martin ha promesso che l'epilogo della sua storia sarà molto diverso da quello visto nella serie tv.
Per quanto riguarda le opere di Nesmith, l'autore ha scherzato: "Non voglio seguire la strada di George, a meno che qualcuno non voglia offrirmi un contratto con HBO per le mie storie. A quel punto sarei felice di lasciare che David Benioff (il co-showrunner di Game of Thrones) le finisca per me."

American Psycho: il maschio tossico a volte ritorna


American Psycho: il maschio tossico a volte ritorna
A 35 anni dall'uscita il cult di Easton Ellis continua a ispirare il cinema e il teatro. Ma ora il tipo d'uomo che racconta è diventato mainstream

👉 fonte: la Repubblica

La casa editrice Simon & Schuster aveva già pagato a Bret Easton Ellis 300 mila dollari di anticipo per il suo terzo romanzo, American Psycho, quando, spaventata dai contenuti violenti e sessisti del libro decise inopinatamente che non l'avrebbe pubblicato. L'autore si tenne l'anticipo e portò il libro a un altro editore, Vintage, che lo pubblicò immediatamente. Da allora il successo di American Psycho è inarrestabile. Sono passati 35 anni, un paio di musical, un film interpretato da Christian Bale, un numero infinito di meme, citazioni, furti dal libro finiti in altri libri, e in questi mesi Luca Guadagnino sta preparando il remake del film, con Austin Butler nel ruolo di Patrick Bateman.
Qual è il segreto? Prima di tutto è un grande libro, dostoevskiano si è detto, allucinato, perverso, mozzafiato. Fa ridere, spaventa, è destabilizzante. Ellis è uno degli scrittori più importanti di fine Novecento e American Psycho è forse il suo libro più bello. Ma il personaggio di Patrick Bateman ha finito per riguardarci in maniera sempre più profonda. All'epoca, il libro esce nel 1991, sembrava che Ellis avesse voluto raccontare una storia che prendeva di mira il capitalismo più feroce, l'edonismo reaganiano secondo la perfetta definizione di D'Agostino (la vuota e demente attitudine yuppie all'esistenza. Abiti, marche, ossessione per il corpo, sesso caricaturale. La violenza come antidoto allo stress) una violenza forse immaginata ma ugualmente mostruosa, valvola di decompressione in una società che glorificava la competizione.
Bateman è classista, misogino, omofobo, un manichino senza anima. Deve essere quello che si sono detti nella famosa riunione alla Simon & Schuster, quella dove hanno preso la decisione della quale, immagino, si stanno pentendo ancora. Ma quello che non potevano prevedere è che il mondo sarebbe diventato esattamente quello che il killer psicopatico sognava, e lui un archetipo della mascolinità, un esempio per parecchi spostati. Nella cosiddetta manosfera, la comunità virtuale di maschi odiatori di femmine, quella alla quale si fa riferimento nella serie inglese Adolescence (che tutti abbiamo visto con sgomento), ci si riferisce agli uomini come Bateman con l'appellativo di "maschio sigma". Diverso dal maschio alfa perché più introverso, solitario, un lupo, ma altrettanto potente.
Figura glorificata dal famoso Andrew Tate, statunitense, ex kickboxer e imprenditore, guru dell'affermazione personale, misogino, sessista e amato da Donald Trump. Il maschio sigma (#sigma in rete) è un individualista che insegue un successo personale mettendosi fuori dalle regole che considera ridicole: Patrick Bateman ma anche John Wick, Thomas Shelby di Peaky Blinders e il Brad Pitt di Fight Club.
Tra i miti di Bateman, nel romanzo di Ellis, c'era Donald Trump. Allora faceva ridere, perché nessuno immaginava che quel ricchissimo palazzinaro col ciuffo, il volto da bambino dispettoso e la passione per la televisione, sarebbe diventato presidente degli Stati Uniti. Oggi Trump è un punto di riferimento dei fanatici della manosfera, dei maschi che vanno in brodo di giuggiole per quel linguaggio, «le donne vanno prese per la figa», come soavemente dichiarò il presidente degli Stati Uniti d'America. Per non parlare della mascolinità tossica e abusante che emerge dagli Epstein Files.
Possiamo dire quindi che noi siamo l'universo distopico e grottesco sognato da uno psicopatico? In parte sì. Con l'aggravante che noi abbiamo messo la divinizzazione del denaro e della forma fisica in quell'acceleratore di particelle nevrotiche che sono i social. Facendo diventare l'ansia e l'angoscia sociale tecnicamente imbattibili e la fragilità un mostro da nascondere dietro le più varie armature. Il culto della giovinezza, le diete, i digiuni, le vitamine, il mito dell'immortalità. La chirurgia estetica, la riprogrammazione genetica, qualsiasi cosa pur di non invecchiare, di non sembrare invecchiati.
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giovedì 5 febbraio 2026

National Geographic Italia - febbraio 2026

National Geographic Italia - febbraio 2026
Vol. 57, n. 2
6,90 euro

In copertina Un tecnico del Comune di Lisbona si cala nella rete fognaria cittadina nel mezzo della Praça do Comércio, nel quartiere centrale della Baixa.

Sotto il suolo di Lisbona. Viaggio nella dimensione sotterranea, una seconda città che brulica inaspettatamente di vita. Sotto i marciapiedi e le strade della capitale portoghese si scavano nuove gallerie pensando al futuro, si gestiscono risorse fondamentali per la popolazione e si scopre l'antico passato della città.
Reinventare la birra. In Belgio aziende e scienziati sono al lavoro per creare un prodotto analcolico che piaccia davvero agli amanti della bevanda.
Animali di confine. Lungo la frontiera tra Messico e Stati Uniti anche la fauna selvatica è ostacolata dalla barriera concepita per bloccare i migranti illegali.
Nelle grotte del Congo. In missione con un gruppo di ricercatori italiani per scoprire un mondo inesplorato nelle viscere del paese africano.
Country brasileiro. Scordatevi il samba; oggi la musica che impazza in Brasile è il sertanejo, sull'onda del boom dell'industria agricola.
La basilica che ha ispirato Notre-Dame tornerà all'antica gloria? L'odissea lunga 180 anni del restauro della prima chiesa gotica del mondo.
Lotta alle emissioni, eppur si muove anche grazie alle conferenze ONU. Le COP, compresa anche l'ultima di Belém, sono bocciate regolarmente come insuccessi, ma restano indispensabili.
Ai poli c'è molta più vita di quanta ne vediamo. Per capire le massicce alterazioni in corso nelle sempre più calde regioni polari, l'oceanografa Allison Fong va a caccia dei più minuti indizi.

mercoledì 4 febbraio 2026

Ernest Hemingway: Per chi suona la campana


Ernest Hemingway: Per chi suona la campana

Titolo originale: For Whom the Bell Tolls
Formato: brossura
Pagine: 498
Editore: Oscar Mondadori (24 maggio 2016)
ISBN-13: 9788804668343
ASIN: 8804668342

Data di acquisto: regalo di Natale 2025
Letto dal 31 gennaio al 4 febbraio 2026

▪️Sinossi
«Quando l'acciaio smise di cadere egli era ancora vivo. Alzò la testa e guardò il ponte».
Durante la guerra di Spagna, un giovane americano antifranchista, Robert Jordan, è incaricato di far saltare un ponte in territorio nemico. Nei tre giorni che trascorre nella foresta con i partigiani della "banda di Pablo", l'inglés incontra Maria e il grande amore, e raggiunge (grazie anche alle discussioni con i compagni e alle profonde riflessioni che la costante vicinanza della morte gli suggerisce) quella comprensione della vita di cui era sempre andato in cerca. Troverà così il coraggio di sacrificarsi perché al di là di ogni errore e di ogni violenza ci siano pace e libertà per tutti, e l'uomo non si rassegni al dolore e alla vergogna.

▪️L'incipit del libro
"Nessun uomo è un'ISOLA, intero in se stesso. Ogni uomo è un pezzo del CONTINENTE, una parte della TERRA. Se una ZOLLA viene portata dall'onda del MARE, l'Europa ne è diminuita, come se un PROMONTORIO fosse stato al suo posto, o una MAGIONE amica, o la tua stessa CASA. Ogni morte di uomo mi diminuisce, perché io partecipo dell'umanità. E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana. Essa suona per te". John Donne (1573-1651)
Il mento poggiato sulle braccia incrociate, l'uomo era disteso sulla terra bruna del bosco coperta d'aghi di pino. Sulla sua testa il vento investiva, fischiando, le cime degli alberi. In quel punto il versante del monte si raddolciva ma un poco più in giù precipitava ripido, e l'uomo poteva vedere la traccia nera della strada incatramata che, serpeggiando, attraversava il valico.
Parallelo alla strada correva un torrente e giù, sulla sponda del valico, l'uomo vedeva una ruota idraulica e l'acqua scrosciante della chiusa, bianca sotto il sole estivo.

▪️La mia (brevissima) recensione
"Speriamo che non sia costretto a uccidere - pensava Anselmo -. Dopo la guerra, credo, si dovrà organizzare qualche forma di espiazione civile, perché tutti possano lavarsi del peccato d'assassinio, altrimenti la nostra esistenza non avrà mai una base umana e onesta. Uccidere è necessario, lo so, ma fa molto male all'uomo, e secondo me, quando tutto sarà finito e avremo vinto la guerra, si dovrà organizzare una qualunque espiazione perché possiamo purificarci tutti".
Al centro di Per chi suona la campana, pubblicato nel 1940 da Ernest Hemingway, c'è Robert Jordan, un professore americano che, durante la guerra civile spagnola, è arruolato nelle Brigate Internazionali con l'incarico di far saltare un ponte strategico. Contestualmente vive una relazione sentimentale, ha conflitti morali ed ha cognizione dell'assurdo costo umano della guerra.
I temi affrontati sono: la morte e l'estremo sacrificio per un'ideale, l'amore (in questo caso inteso come allegoria della speranza) che sboccia anche in un orrendo contesto come quello della guerra, la violenza (da entrambe le parti, sia ben chiaro) che erode identità, relazioni e tutto ciò in cui si crede.
Ed è proprio su quest'ultimo punto che entra in scena il ponte di Robert Jordan… Un ponte che diventa simbolo di due diverse visioni della politica e, di fatto, anche simbolo di un legame da spezzare. Ecco qui il tragico ma necessario concetto del libro: per erigere il futuro, a volte, è necessario demolire il presente.
📌 Voto: 🔵🔵🔵🔵🔵 (5 su 5)

martedì 3 febbraio 2026

Ian McEwan: Quello che possiamo sapere


Ian McEwan: Quello che possiamo sapere

Titolo originale: What We Can Know
Formato: Kindle (867 KB)
Pagine: 376
Editore: Einaudi (4 novembre 2025)
ASIN: B0FV28L7BY
ISBN-13: 9788858449707

Data di acquisto: 27 gennaio 2026
Letto dal 27 gennaio al 3 febbraio 2026

▪️Sinossi
Nell'ottobre del 2014, durante una cena tra amici, il grande poeta Francis Blundy dedica alla moglie Vivien un poema che non verrà mai pubblicato e di cui si perderanno le tracce. Un secolo più tardi, in un mondo ormai in gran parte sommerso dopo un Grande Disastro, lo studioso di letteratura Thomas Metcalfe scopre degli indizi che puntano a un intreccio amoroso e criminale. Ma che ne sappiamo degli uomini e delle donne del passato, con le loro passioni e i loro segreti? E che sapranno i nostri discendenti di noi e del mondo guasto che gli lasceremo in eredità?
«Un potente omaggio a un'epoca perduta… e una splendida raffigurazione di cosa significhi cercare legami umani nelle parole e fra le pagine». Library Journal
Nel maggio del 2119 Thomas Metcalfe, studioso di letteratura del periodo 1990-2030, si reca per l'ennesima volta alla biblioteca Bodleiana per consultarne gli archivi, a lui arcinoti, nel tentativo di scovare qualche scampolo di informazione inedita sull'oggetto dei suoi interessi, la fantomatica "Corona per Vivien" del grande poeta Francis Blundy, mai ritrovata. Il viaggio è disagevole, ora che la Bodleiana è stata trasferita nella Snowdonia, nel Nord del Galles, per sottrarre il suo prezioso contenuto alle acque che, dopo il Grande Disastro e l'Inondazione che ne seguì, sommersero l'originaria sede, a Oxford, e gran parte della terra. Ma gli abitanti del XXII secolo, sopravvissuti a quella catena di eventi, sono avvezzi al disagio e alla penuria, e inclini a guardare alla ricchezza e alla varietà del mondo precedente ora con rabbia ora con sognante nostalgia. Forse anche così si spiega l'ossessione di Metcalfe per il poemetto perduto. Miracolo di costruzione poetica, la Corona di Blundy fu composta poco più di cent'anni prima, nel 2014, in occasione del compleanno della moglie Vivien, e recitata un'unica volta durante i festeggiamenti presso il Casale dei Blundy, in un tripudio di vini e cibi deliziosi e ora introvabili, alla presenza della loro cerchia di amici. Facendo riferimento al celebre banchetto del 1817, cui parteciparono Keats e Wordsworth, l'evento fu successivamente definito Secondo Immortal Convivio. La profusione di diari, corrispondenze e messaggi disponibili racconta delle correnti di amore e invidia che attraversavano tutti i partecipanti, del primo marito di Vivien, il liutaio Percy, e della malattia degenerativa che si era impossessata del suo cervello, delle ambizioni represse della donna. Ma dell'agognata Corona per Vivien neanche l'ombra. Che fine ha fatto la sublime poesia della cui stessa esistenza ormai i più dubitano? Quale verità si cela dietro la sua scomparsa? E quale differenza potrebbe mai fare il suo ritrovamento? Sarà un'intuizione geniale a fornire l'indizio che orienterà Metcalfe in una caccia al tesoro stevensoniana nell'ignoto. Il suo viaggio svelerà una storia d'amore e di compromessi e un crimine impunito, e getterà una luce nuova su figure che le parole tramandate gli avevano fatto credere di conoscere intimamente. Al lettore il nuovo strabiliante viaggio letterario di McEwan offre una chiave per riscattare il presente dal senso di catastrofe imminente che lo attanaglia e per immaginare un futuro in cui non tutto è perduto.

▪️L'incipit del libro
Il 20 maggio 2119 presi il traghetto della notte da Port Marlborough e nel tardo pomeriggio arrivai al piccolo attracco nei pressi di Maentwrog-under-Sea che serve la biblioteca Bodleiana nella Snowdonia. Era una giornata primaverile tiepida e senza vento e il viaggio era stato tranquillo, anche se, come è facile immaginare, dormire seduti su una panca in doghe di legno è un supplizio. Percorsi le due miglia del pittoresco tragitto che conduce alla funicolare a propulsione idrica e forza di gravità. Si unirono a me quattro utenti della biblioteca con i quali chiacchierai del più e del meno mentre venivamo trasportati a un migliaio di piedi su per il monte, nella scricchiolante cabina in legno lucido di quercia. Cenai da solo nel refettorio della biblioteca, poi chiamai la mia amica e collega Rose Church per informarla che ero arrivato sano e salvo. Quella notte riposai bene nella mia stanza monacale. A differenza di quanto era accaduto durante la mia prima visita, dover condividere il bagno con altre sette persone non mi diede fastidio.

▪️La mia recensione
"Avrei voglia di urlare attraverso un buco nella volta del tempo e mettere in guardia chi è vissuto un secolo fa: se volete che i vostri segreti rimangano tali, sussurrateli nell'orecchio del vostro più caro e più fidato amico. Mai a una tastiera e a uno schermo. Se lo fate, noi sapremo tutto".
In questo bel giallo letterario Ian McEwan intreccia molto bene scienza, ecologia, storia, distopia e limiti della mente umana. A questi "ingredienti" aggiungeteci anche una scrittura evocativa ed in grado di rendere semplici anche alcune questioni intricate o abbastanza delicate. E se tutto ciò non vi basta, mettete in conto che leggendo Quel che possiamo sapere starete leggendo anche 3-4 libri allo stesso tempo: nelle 376 pagine del libro, infatti, vedremo scorrere la stessa storia da due punti di vista narrativi differenti, per giunta imbottiti da costanti salti temporali.
Vi riassumo la trama in questo modo: Nel 2119, in un mondo uscito distrutto dal Grande Disastro (una spaventosa guerra mondiale a cui ha fatto seguito un'alluvione su scala planetaria dovuta al totale scioglimento della calotta polare), lo studioso Thomas Metcalfe cerca di rintracciare un poema scritto nel 2014 dal brillante poeta Francis Blundy e dedicato alla moglie Vivien.
Il libro, come vi ho anticipato, si snoda su due piani temporali: un futuro post-disastro (con un mondo in gran parte sommerso e con la popolazione mondiale che, pian piano, sta ancora cercando di risollevarsi) ed un passato che, sorpresa, è… il nostro presente (quindi con tutti i segnali più che evidenti di una decadenza della società davanti ai nostri occhi ma che ci ostiniamo a non vedere).
Ian McEwan ha creato un futuro altamente credibile in cui si rispecchiano tutti gli errori e gli orrori della nostra epoca. Non a caso lo stesso scrittore britannico ha definito questo suo libro "fantascienza senza la scienza". Perciò, la costante ricerca del misterioso poema (Una corona per Vivien) diventa anche una sorta di allegoria dell'incapacità dell'uomo del nostro tempo di cogliere i segni dell'attuale involuzione sociale.
Le uniche due lacune che mi sento di segnalare riguardano:
- La parte "investigativa" è molto affascinante ma procede con lentezza;
- Il mondo post-disastro è sì suggestivo ed affascinante nel suo orrendo addivenire ma, alla fin fine, resta sempre in secondo piano rispetto alla trama vera e propria.
A conti fatti, quindi, Quello che possiamo sapere è un romanzo di non facile lettura ma in grado di farci riflettere su questioni etiche e politiche.
📌 Voto: 🔵🔵🔵🔵 (4 su 5)

▪️Leggi anche:

La Jugoslavia sull'orlo dell'abisso


La Jugoslavia sull'orlo dell'abisso
Elvira Mujčić. In un romanzo inframezzato da documenti storici, l'autrice italobosniaca narra lo sgretolarsi dell'utopia socialista e l'emergere dei nazionalismi su base etnica e religiosa. Un racconto che ricorda il nostro presente

👉 fonte: il Sole 24 Ore

«Chissà se era questo che intendevano certi francesi quando dicevano che l'arte deve posizionarsi sopra l'abisso» si chiede laconico il bosniaco Nene, che ha ventisette anni nel 1990, nel vedere il suo atelier di artista, installato nel capanno degli attrezzi dei genitori, per metà franato nella scarpata che porta al fiume, dopo una notte di pioggia torrenziale.
Che sarebbe accaduto la scrittrice italobosniaca Elvira Mujčić, autrice di La stagione che non c'era, lo aveva lasciato immaginare fin dalle prime pagine. Fin da quando Nene, nella luce violacea del tardo pomeriggio, aveva preso il bus per tornare per la prima volta nella sua cittadina d'origine. Dopo alcuni anni a Sarajevo, dove era fuggito dall'ostilità del padre, aveva infatti avuto l'impressione che la distanza tra il baratro e la casa dei suoi fosse diminuita, e che nei giorni continuasse a farlo.
Così si assottigliava anche il tempo della pace. L'avvenire del suo Paese, la Jugoslavia sul punto di sgretolarsi, incombe e si rispecchia in qualche modo nella vita del giovane, tornato tra i seljaci (i contadini, ma anche i rappresentanti di un mondo retrogrado, preilluminista) senza neanche essere riuscito a laurearsi e dunque ancor più osteggiato di prima. Tornato senza sapere cosa fare della sua vita, ma ossessionato dalla frase detta qualche tempo innanzi da un amico, il suo insegnante di lettere, che, ubriaco e forse anche per questo più consapevole dei continui sinistri scricchiolii che da mesi annunciavano il gonfiarsi dei nazionalismi su base religiosa e etnica, lo aveva apostrofato rabbioso chiedendogli se tra dieci, venti, o trent'anni «qualcuno saprà che Paese era il nostro? Cioè, al di là dell'idealizzazione o del disprezzo, com'era davvero?».
Trentacinque sono passati, trenta dal genocidio di Srebrenica, e anche Mujčić si è posizionata sull'orlo dell'abisso. Ha voluto raccontare il fallimento dell'esperimento socialista a partire proprio dagli ultimi mesi in cui ancora esisteva, dagli ultimi giorni prima della guerra fratricida che ha fatto centinaia di migliaia di morti, chiedendosi quale sia stato il momento esatto in cui l'erodersi del fragile equilibrio su cui si reggeva lo Stato socialista multientico e multireligioso è divenuto irreversibile.
Se lo chiede Nene, l'artista, che per esorcizzare la fine che tutti presagiscono ma pochi riescono a percepire come veramente possibile, si è messo a fare l'archeologo per il futuro, racimolando quelli che immaginava sarebbero stati i cimeli di un Paese scomparso. Nene, che mentre arriva l'ultimo gelido inverno prima della fine è tormentato dalla luce del tramonto egiziano in cui immagina si sia ucciso un suo caro amico «come una cornice di felicità impossibile» e che poi, per la prima volta «sente il bisogno di diventare un giovane ottimista seguace di Ante Markovic o di chiunque proponesse un'utopia ampia e pacifica, invece di una trincea buia e mortale dove recitare a memoria le proprie tradizioni in attesa di un proiettile in fronte».
Se lo chiede l'infaticabile Merima, sua vicina di casa, amica di un tempo, amica ritrovata, che al sogno di «fratellanza e unità» dei popoli continua a credere appassionatamente (nonostante per l'averci creduto troppo si era trovata giovane madre di una bambina senza un padre) militando nel nuovo partito socialista, fino a quando, ormai sull'orlo della guerra, deve ammettere che è davvero finita quando si trova costretta con la violenza a dover appartenere all'una o all'altra parte.
Se lo chiede chi legge, sbalordito dalle somiglianze della fine di quell'epoca con quel che sta accadendo nell'odierno mondo globalizzato. Anche perché Mujčić, che all'epoca era una bambina poco più grande della figlia di Merima, ha fatto un lavoro notevole: ha inframezzato la narrazione di fantasia con spezzoni di brani radiofonici e televisivi che venivano trasmessi in quei giorni, rendendo così palese come la descrizione dei fatti di allora non sia influenzata dalla nostra odierna.
All'inizio di questo romanzo, lucida ed elegante cronaca di una fine annunciata, per esempio, Nene ascolta un'intervista:

- Professor Grebo, abbiamo ascoltato alcuni dei discorsi drammatici del XIV congresso della Lega dei Comunisti di Jugoslavia. Lei, assieme ad altri tre esponenti del Partito comunista della Bosnia ed Erzegovina avete fatto una proposta che, visto come si stanno mettendo le cose, sembra provenire da un altro mondo. Che cosa avete proposto?
- Buonasera, sì abbiamo fatto l'unica proposta sensata in una situazione degenerata. Abbiamo semplicemente chiesto di non separarci per nazionalità all'interno del Partito ma per ideologia. Dunque due linee ideologiche invece delle sei nazionali: socialisti riformisti e comunisti dogmatici, secondo un criterio politico. Invece qui siamo alla follia, ci stiamo dividendo per nazionalità, tra bosniaci, serbi, sloveni, croati e così via. Rischiamo di trasformarci da comunisti in nazionalisti.

La malattia del corpo sociale che ha messo fine alla Jugoslavia è oggi tornata per diventare una pandemia.

lunedì 2 febbraio 2026

Perché scegliere il self publishing? I consigli della vincitrice dell'Amazon Kindle Storyteller 2025


Perché scegliere il self publishing? I consigli della vincitrice dell'Amazon Kindle Storyteller 2025
Cosa spinge un autore verso l'auto-pubblicazione invece di cercare la via della casa editrice tradizionale? Ce lo spiega in questa intervista Gea Petrini, scrittrice e vincitrice di Amazon Kindle Storyteller 2025

👉 fonte: LibreriAmo

Perché decidere di autopubblicarsi? Cosa spinge un autore che ha un "libro nel cassetto" a optare per il self publishing piuttosto che scegliere le vie tradizionali? Ce lo racconta Gea Petrini, vincitrice con il suo Il trono del lupo della sesta edizione italiana di Amazon Kindle Storyteller, il premio letterario che celebra il meglio del self publishing.
Nel suo libro, l'autrice accompagna il lettore in una storia fantasy romance dalle suggestioni nordiche e medievali, ambientata in un regno sospeso tra incanto e mistero. Tutto ha inizio dove sorge la Muraglia d'Argento, un'immensa barriera di mattoni lucenti, tanto bella quanto crudele, che imprigiona un intero regno a causa di una terribile maledizione. Ne Il trono del lupo, forza della natura, potere e amore si intrecciano con intensità, dando voce a sentimenti umani senza tempo, come il desiderio di libertà.
Cosa spinge un autore verso l'auto-pubblicazione invece di cercare la via della casa editrice tradizionale? Ce lo spiega in questa intervista Gea Petrini, scrittrice e vincitrice di Amazon Kindle Storyteller 2025.
Il trono del lupo mescola atmosfere storiche e fantasy. Qual è stata la scintilla iniziale che ti ha portato a scrivere questa storia e quanto lavoro di ricerca storica c'è dietro la costruzione del tuo mondo? La Muraglia d'Argento è stata la prima suggestione. L'immagine dirompente di un'altissima barriera che circonda in un anello perfetto un intero regno. Una maledizione che isola un popolo da mille anni. Subito dopo è nata Opal, una giovane con un potere sinistro: la Mercante di Anime capace di trattare con la morte per la salvezza e la dannazione. A quel punto mi sono chiesta: cosa succede se in quel luogo isolato convivono fazioni che la storia ha sempre messo una contro l'altra, lupi e streghe? La trama si è costruita attorno a una stirpe reale e a un principe, Thorne, fedele solo a due cose: il suo popolo e i suoi lupi. Poi arriva il lavoro di creazione del worldbuilding: le scelte che riguardano il livello della tecnologia, l'economia, l'architettura, le classi sociali. Questa è una fase complessa, ma bellissima. Giornate dedicate esclusivamente a costruire un mondo coerente e credibile nelle sue regole. Quali conseguenze può avere un isolamento millenario sulla povertà, i privilegi, le risorse? È lì che nasce il conflitto. E quando hai il conflitto, si accende anche il cuore del romance: Opal e Thorne si trovano su lati opposti della stessa storia, e ogni scelta d'amore o di potere ha un prezzo.
Sei la vincitrice del premio Amazon Kindle Storyteller 2025. Cosa ti ha spinto inizialmente verso l'auto-pubblicazione invece di cercare la via della casa editrice tradizionale? Quando ho pubblicato il mio primo romanzo nel 2021 avevo tra le mani una saga dark fantasy new adult corale, con un worldbuilding complesso. In quel momento mi è stato detto da una persona del settore che l'editoria tradizionale era poco propensa a investire su esordienti con progetti così. Il self publishing mi è sembrata la strada più concreta per far arrivare subito la storia ai lettori, senza snaturarla. Così ho deciso di tentare la strada per trovare i miei lettori ed è stata una scelta che mi ha cambiato la vita.
Raccontaci il tuo percorso che ha portato all'autopubblicazione e la tua esperienza con KDP: quali sono state le difficoltà e i punti di forza derivati dagli strumenti per gli scrittori attualmente disponibili sul mercato? L'autopubblicazione con Amazon KDP mi ha permesso di diventare una scrittrice a tempo pieno, dopo più di dieci anni alla direzione di giornali locali nel Lazio. Il punto di forza, per me, è il rapporto diretto con i lettori: puoi costruire la tua identità d'autrice, scegliere tempi e strategie di pubblicazione (anche ravvicinate), testare il pubblico, esplorare generi e angolazioni nuove. E soprattutto hai il controllo: ogni decisione creativa, dal testo alla copertina, passa da te. La difficoltà è l'altra faccia della stessa libertà: devi professionalizzare tutto il processo. Editing, cover design, impaginazione, gestione della dashboard KDP, pricing e aspetti tecnici richiedono tempo, competenze e un investimento economico. Un punto delicato è anche la gestione dell'imprevisto: impari a prevenire i problemi e a fare rete con altri autori per condividere soluzioni utili. Gli strumenti oggi sono sempre più maturi, sia su KDP (penso, per esempio, alle opzioni di formato come l'hardcover) sia fuori da Amazon: software di impaginazione, servizi professionali, advertising, newsletter. Come è emerso durante IndieVerse, evento durante il quale è avvenuta la premiazione di Amazon Kindle Storyteller, in molti casi la qualità percepita di un libro indie e di uno tradizionale è la stessa. La grande sfida resta la scoperta: farsi conoscere in modo strutturato, con una presenza sui social media atta a portare le persone a trovare proprio la tua storia.
Che consiglio daresti ad un autore che vorrebbe autopubblicarsi, ma che è incerto se farlo o meno? Consiglio di porsi poche, precise domande. Sono pronta a impegnarmi per dare ai lettori un libro curato in ogni aspetto? Storia, editing, copertina, impaginazione. E poi mi domanderei, il mio pubblico dove si trova e come lo raggiungo? Il self tende a funzionare molto bene per la fiction di genere, come romance, fantasy e thriller, perché i lettori cercano attivamente quel tipo di storie e autori. Per una narrativa più generalista spesso serve una strategia diversa e tempi più lunghi. Ultimo punto: sono disponibile a comunicare il mio lavoro? Oggi avere una presenza social aiuta tantissimo a farsi scoprire.
Puoi darci qualche piccola anticipazione sui tuoi progetti futuri come scrittrice? Vedremo presto nuove espansioni del "mondo del lupo" o hai intenzione di esplorare nuovi generi? Il Trono del Lupo, vincitore del premio Amazon Kindle Storyteller, è un romanzo standalone. Una casa di produzione cinematografica ha acquisito i diritti di trasposizione sullo schermo del romanzo: un'altra grande opportunità arrivata grazie al self. Non posso escludere che, in futuro, possano esserci ampliamenti di quel mondo, ma in questo momento sono concentrata sull'uscita e sul lancio del mio nuovo fantasy romance Il Principe dei Corvi. Anche questo è uno standalone in uscita su Amazon il 29 gennaio 2026: una storia intensa, un amore proibito in un regno spietato dove in gioco c'è la libertà. Spero possa entrare nel cuore dei lettori come è già nel mio.

"Il Signore degli Anelli", ma perché i film hanno eliminato il personaggio più misterioso dei libri?


Il Signore degli "Anelli", ma perché i film hanno eliminato il personaggio più misterioso dei libri?
Nei romanzi è una presenza fondamentale e fuori da ogni schema, ma l'adattamento cinematografico ha preferito farne a meno per precise ragioni narrative

👉 fonte: Bestmovie.it

La trilogia cinematografica de Il Signore degli Anelli, diretta da Peter Jackson, è spesso citata come uno degli adattamenti letterari più riusciti della storia del cinema. Eppure, nonostante la sua notevole fedeltà ai romanzi di JRR Tolkien, i film si sono presi anche alcune libertà creative importanti. La più discussa riguarda l'eliminazione di Tom Bombadil, uno dei personaggi più enigmatici e affascinanti dell'intera saga letteraria.
Nei libri, Bombadil appare come una figura fuori da ogni schema. Non è un Uomo, né un Elfo, né un Nano, e nemmeno un Hobbit. Vive nell'Antica Foresta insieme alla moglie Goldberry e sembra del tutto estraneo alle logiche di potere che governano la Terra di Mezzo. Il suo tratto più sorprendente è che l'Unico Anello non ha alcun effetto su di lui: può indossarlo senza diventare invisibile e senza subirne la corruzione, un dettaglio che lo rende potenzialmente uno degli esseri più potenti dell'universo di Tolkien, ma anche uno dei più incomprensibili.
Tolkien stesso non ha mai chiarito fino in fondo chi o cosa fosse davvero Bombadil. In alcune lettere lo definisce "non essenziale alla narrazione", spiegando di averlo inserito perché già esistente in precedenti poesie e perché utile a evocare un senso di mistero e di libertà primordiale. Bombadil, più che servire attivamente alla trama, ne completa l'atmosfera: rappresenta qualcosa di antico, incontaminato, che esiste al di fuori del conflitto tra Bene e Male.
Proprio per questo, però, il personaggio diventa un problema in un adattamento cinematografico. Nei commenti audio dell'edizione home video de La Compagnia dell'Anello, Peter Jackson ha spiegato che le sequenze dedicate a Bombadil non contribuivano in modo diretto all'avanzamento della storia e rischiavano di rallentare ulteriormente un film già molto lungo. Tagliare Bombadil ha permesso di concentrare il racconto sul viaggio della Compagnia e di dare maggiore spazio a elementi ritenuti più funzionali, come la prigionia di Gandalf e l'ascesa di Saruman.
La scelta ha inevitabilmente deluso molti lettori, per i quali Bombadil incarna uno degli aspetti più poetici e sfuggenti dell'opera di Tolkien. Allo stesso tempo, però, è proprio l'autore ad aver fornito, indirettamente, la giustificazione più forte al taglio: se Bombadil non è centrale per la storia dell'Anello, allora può essere sacrificato in favore di una narrazione più compatta e cinematografica.
Nonostante l'assenza nei film di Jackson, Tom Bombadil non è scomparso dalle trasposizioni de Il Signore degli Anelli. Il personaggio è apparso in adattamenti radiofonici, miniserie televisive, videogiochi e, più recentemente, anche nella serie Il Signore degli Anelli - Gli Anelli del Potere, dove la sua presenza è stata letta da molti come un omaggio diretto ai fan dei libri.
Alla fine, l'eliminazione di Tom Bombadil dai film resta una delle decisioni più emblematiche del difficile equilibrio tra fedeltà letteraria ed efficacia cinematografica. Un taglio doloroso per i puristi, ma probabilmente inevitabile per trasformare un mondo così vasto e simbolico in una trilogia capace di parlare a un pubblico globale.

5 romanzi di fantascienza impossibili da trasporre in un film


5 romanzi di fantascienza impossibili da trasporre in un film

👉 fonte: Everyeye.it

La fantascienza è da sempre il genere che più di tutti ama sfidare i limiti dell'immaginazione, ma non tutte le storie nate sulla pagina sembrano destinate a trovare una seconda vita sullo schermo. Alcuni romanzi, però, metterebbero in crisi le fondamenta stesse del linguaggio del cinema: eccone 5 esempi.

▪️Dragon's Egg. Considerato uno degli esempi più estremi di hard science fiction, questo romanzo racconta una civiltà aliena che vive sulla superficie di una stella di neutroni. I Cheela sono minuscoli, schiacciati da una gravità inconcepibile e vivono intere esistenze in pochi minuti umani. Rappresentare una simile realtà, fatta di scale temporali e fisiche totalmente incompatibili con la percezione umana, renderebbe qualunque adattamento quasi incomprensibile.
▪️Il Ciclo della Cultura. All'apparenza perfetto per il cinema, con astronavi, intelligenze artificiali e conflitti galattici, questo ciclo è in realtà un'enorme riflessione filosofica su etica, potere e interventismo. Il cuore delle storie non è l'azione, ma il dubbio morale. Ridurre tutto a uno scontro tra buoni e cattivi significherebbe snaturare l'essenza stessa della Cultura, come dimostra il fallimento dei tentativi di adattamento televisivo.
▪️Il Ciclo Barocco. Tre romanzi, migliaia di pagine, decenni di storia e interminabili digressioni su scienza, economia e filosofia. Qui la trama è spesso secondaria rispetto alle idee. Trasformare un'opera così verbosa e dispersiva in un racconto audiovisivo coerente sarebbe un'impresa titanica, anche per gli addetti ai lavori più esperti e talentuosi.
▪️Il Libro del Nuovo Sole. Raccontato da un narratore inaffidabile che maschera una civiltà tecnologica decadente dietro un linguaggio arcaico, questo capolavoro vive sull'ambiguità del testo. Il cinema, mostrando troppo, toglierebbe allo spettatore il piacere della scoperta e dell'interpretazione.
▪️Ancillary Justice. Narrato dal punto di vista frammentato di un'Intelligenza Artificiale che è stata, contemporaneamente, migliaia di persone, il romanzo gioca con identità, memoria e linguaggio. Rendere visivamente questa coscienza distribuita senza semplificarla sarebbe quasi impossibile, ed è proprio questa complessità a renderlo indimenticabile.