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"Un bel libro, Marcus, non si valuta solo per le sue ultime parole, bensì sull'effetto cumulativo di tutte le parole che le hanno precedute. All'incirca mezzo secondo dopo aver finito il tuo libro, dopo averne letto l'ultima parola, il lettore deve sentirsi pervaso da un'emozione potente; per un istante, deve pensare soltanto a tutte le cose che ha appena letto, riguardare la copertina e sorridere con una punta di tristezza, perché sente che quei personaggi gli mancheranno. Un bel libro, Marcus, è un libro che dispiace aver finito". [Joël Dicker in "La verità sul caso Harry Quebert"]

domenica 8 febbraio 2026

Spotify che vende libri proprio non ce l'aspettavamo


Spotify che vende libri proprio non ce l'aspettavamo
Il colosso dello streaming inizierà a vendere libri cartacei tramite la sua applicazione: l'annuncio di Spotify è giunto a sorpresa

👉 fonte: Punto Informatico

Con una mossa piuttosto inattesa, Spotify ha annunciato che inizierà a vendere libri all'interno della sua app. Non audiolibri, ma libri cartacei. Lo farà grazie alla collaborazione con Bookshop.org, a partire dalla primavera e coinvolgendo inizialmente i territori degli Stati Uniti e del Regno Unito. L'obiettivo dichiarato è quello di supportare gli autori e le librerie indipendenti, sia dal punto di vista della visibilità sia da quello economico.
L'iniziativa mira solo a estendere il raggio d'azione della piattaforma o c'è davvero di più? A questo punto, ci aspettiamo di vedere il colosso dello streaming aprire un e-commerce attraverso cui comprare singoli e album su supporto fisico. Dopotutto, il ritorno del vinile è una tendenza ormai ben affermata e molti stanno riprendendo familiarità con la musica da toccare.
Tornando alla vendita dei libri, un passaggio del comunicato ufficiale spiega bene la finalità che Spotify vuol raggiungere: Crediamo che il futuro della lettura o dell'ascolto debba essere flessibile e adattarsi meglio alla vita delle persone. Dopotutto, il 73% dei proventi per il mondo dell'editoria arriva ancora oggi dal cartaceo.
Un'altra novità annunciata è Page Match. Ne abbiamo già scritto su queste pagine alcune settimane fa, quando sono emerse le prime informazioni. È una funzionalità che permette di passare dal libro all'audio libro e viceversa, in un istante.
Come funziona? È molto semplice: basta inquadrare una pagina con la fotocamera dello smartphone e la piattaforma trova automaticamente quel punto da cui ripartire nell'audiolibro. Sarà disponibile entro la fine di febbraio nelle app Android e iOS di Spotify, per la maggior parte dei volumi in inglese. Il supporto per le altre lingue dovrebbe arrivare più avanti.

Si scrive meglio di giorno o di notte? Chiedete a Sartre


Si scrive meglio di giorno o di notte? Chiedete a Sartre
Da Marcel Proust a Rosella Postorino, un viaggio tra le abitudini più o meno notturne che danno vita ai libri e i ritmi circadiani degli scrittori

👉 fonte: rsi.ch

La biografa Annie Cohen-Solal racconta, tra i vizi di Jean-Paul Sartre (tra cui fumare due pacchetti di sigarette al giorno) l'assunzione di Corydrane, miscela di anfetamina e aspirina; anziché le due compresse raccomandate pare che ne prendesse una ventina, e che non disdegnasse scrivere di notte e dormire di giorno.
Franz Kafka amava scrivere dopo la mezzanotte; nelle Lettere a Milena emerge ben più combattuto del francese: «Il sonno è l'essere più innocente che ci sia e l'uomo insonne il più colpevole».
Tra i gufi, anche Marcel Proust. Si alzava alle quattro di pomeriggio, accendeva una miscela di oppiacei per alleggerire gli effetti dell'asma cronica, poi scriveva, preferibilmente a letto.
James Joyce (racconta il biografo Richard Ellmann) si alzava tardi, lavorava nel pomeriggio e passava le serate nei locali per "ripulirsi la mente dal lavoro letterario".
Truman Capote, come Proust, preferiva scrivere a letto (si definì un «autore assolutamente orizzontale»). Scriveva quattro ore al giorno, mentre consumava bevande e fumo. Aveva delle ossessioni: non sopportava vedere più di tre mozziconi di sigaretta nel portacenere, non iniziava né finiva nulla di venerdì e si rifiutava di «comporre un numero di telefono o di accettare una stanza d'albergo se la somma delle sue cifre dava un numero da lui ritenuto sfortunato».
Non mancano, tuttavia, i mattinieri.
Sylvia Plath, soprattutto dopo la nascita dei figli, scriveva all'alba. È noto che J.K. Rowling abbia scritto i primi libri di Harry Potter seguendo un rituale speranzoso e disciplinato: si recava ogni giorno all'Elephant House, ordinava un caffè (quanto allora si poteva permettere) e scriveva a oltranza con la bimba vicino.
Anche Toni Morrison era solita scrivere all'alba, quando i figli dormivano. Si comprende la non neutralità, oltre che per la famosa "stanza tutta per se", e quindi per il dove della scrittura, anche per il quando della scrittura (dell'essere donna, e dell'avere figli o meno).
Tra i mattinieri, Hemingway e Maya Angelou. Quanto a Thomas Mann, lui si svegliava prima delle otto, beveva una tazza di caffè con la moglie, faceva un bagno; alle otto e mezza faceva una colazione completa e dalle nove a mezzogiorno si chiudeva nel suo studio.
E oggi? La tendenza delle scuole di scrittura è insegnare la disciplina, l'idea di mettersi alla scrivania ogni giorno, magari dal mattino. Ma si può essere disciplinati e seguire il proprio tamburo; insonni e scrivere di notte, oppure combattersi se si è così (perché gli scrittori sono persone, e l'idea di artista maledetto è morta con Baudelaire e la sua sifilide).
Violetta Bellocchio racconta: «Io non posso scrivere di notte, né dopo un orario che stabilisco, perché altrimenti mi parte un ciclo di insonnia brutale con semi-allucinazioni visive (cerco di dormire e vedo righe di testo che si compongono e disfano: pare che a mia madre accadesse la stessa cosa)». Quando lavora a un libro s'impone un timer di salvataggio e chiusura file, attorno alle 20 o 21. «Il che a tratti è una rogna perché se comincio tardi nell'arco della giornata la tentazione è sempre di andare avanti a oltranza durante la notte, ma non fa più per me».
Rosella Postorino ha l'abitudine di dormire con il Kindle sotto il cuscino, «così se nella notte mi sveglio posso sfilarlo e leggere. Se sto scrivendo, per esempio nelle vacanze dal lavoro, mi sveglio alle 6 per scrivere. Di notte, anche se mi sveglio, non scrivo».
Mattia Insolia, all'alba, si dedica alla lettura. Altre due Millennial di talento vivono l'esperienza agli antipodi; Eleonora C. Caruso condivide: «Il sonno per me è un Tema, ho scoperto come si dorme negli ultimi tre anni grazie ai farmaci». Valentina D'Urbano invece racconta un guilty pleasure: «Niente musica e tisane, ma sigarette e programmi trash» che manda in loop per concentrarsi mentre scrive.
Una cosa è certa: Jean-Paul Sartre faceva di peggio. E ciò sa ancora rassicurarci.

La classifica dei libri più venduti


Dati relativi alla settimana dal 26 gennaio al 1° febbraio 2026 (Fonte: Robinson - Repubblica dell'8 febbraio 2026):

1. Stefania Auci - L'alba dei Leoni
2. Piergiorgio Pulixi - Il nido del corvo
3. Alberto Angela - Cesare
4. Bianca Pitzorno - La sonnambula
5. Walter Veltroni - Buonvino e l'omicidio dei ragazzi
6. Gianrico Carofiglio - Viaggio in Italia
7. Aldo Cazzullo - Francesco. Il primo italiano
8. Mel Robbins - La teoria di lasciare andare
9. Don Winslow - L'ultimo colpo
10. George Simenon - La vecchia

venerdì 6 febbraio 2026

Recensione dell'inchiostro Lamy Blue-Black (in boccetta)


Per questa mia recensione dell'inchiostro Blue-Black della Lamy, parto dal calamaio: è il notissimo modello T52, uguale per tutti gli inchiostri "standard" dell'azienda tedesca (gli inchiostri premium della serie Crystal, invece, usano il calamaio  T53).
Si tratta, come potete vedere da questa breve carrellata di foto, di una elegante boccetta che contiene ben 50 ml di inchiostro (c'è anche una versione più piccola, poco diffusa, contenente soltanto 30 ml di inchiostro, chiamata Lamy T51). Io sono solito usare l'inchiostro Blue-Black (blu-nero) ma, come ho appena detto, in commercio ci sono anche i classici nero, rosso, blu, verde, turchese… oltre a tanti altri in edizione limitata o celebrativi.


Analizziamo la confezione d'acquisto: la boccetta è inserita in un semplice scatolino con alette (su cui sono indicate anche le istruzioni ed i disegnini per ricaricare la stilografica). Una volta aperto lo scatolino, quindi, ecco emergere questa boccetta… o calamaio, per i più nostalgici!
La boccetta, avendo un collo largo è in grado di ospitare anche le penne stilografiche più grosse; è tutta in vetro ed è inserita in una basetta in plastica nera e cava al centro, perché la boccetta vera e propria ha, alla sua estremità, una specie di "fossetta", utilissima per poter utilizzare fino all'ultima goccia di inchiostro contenuta al suo interno. Inoltre, dentro alla stessa basetta in plastica, è posta (estraendola da una fessura laterale) una piccola ma pratica strisciolina di carta assorbente con cui, una volta terminate le operazioni di ricarica, potremo anche pulire la punta della stilografica.
Il prezzo di una boccetta T52 è intorno agli 11-12 euro… E per quanto mi riguarda (visto che uso questo inchiostro ogni giorno), li vale tutti.


Passiamo ora alla prova vera e propria dell'inchiostro Lamy Blue-Black. Si tratta di un inchiostro molto fluido (non intasa e non ostruisce la penna), abbastanza scorrevole (il flusso è sempre costante). È particolarmente indicato per l'uso su documenti d'ufficio, firme ed assegni. Il nome blu-nero è abbastanza fuorviante perché si tratta di una colorazione tendente al "grigiastro profondo" con accenni di blu scuro quasi vintage. Comunque, l'effetto (evidentissimo appena l'inchiostro è messo su carta) non è per nulla sgradevole, ed anzi a me piace moltissimo perché è una tonalità molto elegante. Tiene abbastanza bene il contatto con l'acqua ed i liquidi in generale; sfumatura e spiumaggio sono completamente assenti.
L'asciugatura è velocissima: dopo 7-8 secondi puoi già passarci un dito sopra senza il rischio di sporcarti. E questo vuol dire che non ci saranno neanche problemi di attraversamento della carta (salvo in casi estremi o se quest' ultima è di pessima qualità).
Insomma, è un buon inchiostro professionale (ma nulla ci vieta di usarlo in altri contesti), senza infamia e senza lode. Per dirla tutta, è il classico inchiostro per la vita di tutti i giorni (ecco, appunto).


L'autore di "Skyrim" suggerisce a George RR Martin di arrendersi con "Game of Thrones"


L'autore di Skyrim suggerisce a George RR Martin di arrendersi con Game of Thrones

👉 fonte: Serial.everyeye.it

L'ex protagonista di Skyrim, ora romanziere, Bruce Nesmith, ha un consiglio piuttosto controcorrente per George RR Martin, l'autore di Game of Thrones, che ha ripetutamente ammesso di aver avuto difficoltà a completare la sua serie di Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco: gettare la spugna.
Mentre i fan della saga attendono da anni il nuovo libro The Winds of Winter, che per giunta non è neppure previsto che sia l'ultimo dato che dovrà essere seguito dal vero volume conclusivo della saga, ovvero A Dreams of Spring, Nesmith va controcorrente.
Dopo aver ricoperto il ruolo di lead designer di Skyrim, Nesmith ha lasciato Bethesda Game Studios e l'industria dei videogiochi in generale nel 2021, per poi dedicarsi alla scrittura di romanzi, e da allora ha pubblicato tre libri della serie Loki Redeemed e una serie di tre libri di LitRPG, Glory Seeker. Con questa notevole esperienza nella scrittura di romanzi fantasy, Nesmith ha commentato il dilemma di George RR Martin in una recente intervista con Press Box PR:
"George ha dato la sua storia a qualcun altro, che l'ha elaborata e ha fatto un lavoro straordinario con una serie tv", ha detto Nesmith, riferendosi all'adattamento televisivo di otto stagioni della HBO, Game of Thrones. "Penso che farebbe bene a rendersi conto che il suo lavoro può essere finito da qualcun altro e che lui a quel punto potrebbe fare qualcosa di nuovo. Portare a termine il lavoro, almeno per me, ha la precedenza sul fatto di doverlo fare personalmente."
I fan de Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco attendono con ansia il prossimo libro della serie, The Winds of Winter, da circa 15 anni. Martin, 77 anni, è stato sempre più onesto negli ultimi anni riguardo alle sue difficoltà nel riuscire a finire il sesto libro e la saga in generale, che come detto dovrebbe concludersi con il settimo volume A Dream of Spring. L'adattamento della HBO, come noto, ha superato gli eventi dei romanzi e realizzato un finale originale per Game of Thrones, e Martin ha promesso che l'epilogo della sua storia sarà molto diverso da quello visto nella serie tv.
Per quanto riguarda le opere di Nesmith, l'autore ha scherzato: "Non voglio seguire la strada di George, a meno che qualcuno non voglia offrirmi un contratto con HBO per le mie storie. A quel punto sarei felice di lasciare che David Benioff (il co-showrunner di Game of Thrones) le finisca per me."

American Psycho: il maschio tossico a volte ritorna


American Psycho: il maschio tossico a volte ritorna
A 35 anni dall'uscita il cult di Easton Ellis continua a ispirare il cinema e il teatro. Ma ora il tipo d'uomo che racconta è diventato mainstream

👉 fonte: la Repubblica

La casa editrice Simon & Schuster aveva già pagato a Bret Easton Ellis 300 mila dollari di anticipo per il suo terzo romanzo, American Psycho, quando, spaventata dai contenuti violenti e sessisti del libro decise inopinatamente che non l'avrebbe pubblicato. L'autore si tenne l'anticipo e portò il libro a un altro editore, Vintage, che lo pubblicò immediatamente. Da allora il successo di American Psycho è inarrestabile. Sono passati 35 anni, un paio di musical, un film interpretato da Christian Bale, un numero infinito di meme, citazioni, furti dal libro finiti in altri libri, e in questi mesi Luca Guadagnino sta preparando il remake del film, con Austin Butler nel ruolo di Patrick Bateman.
Qual è il segreto? Prima di tutto è un grande libro, dostoevskiano si è detto, allucinato, perverso, mozzafiato. Fa ridere, spaventa, è destabilizzante. Ellis è uno degli scrittori più importanti di fine Novecento e American Psycho è forse il suo libro più bello. Ma il personaggio di Patrick Bateman ha finito per riguardarci in maniera sempre più profonda. All'epoca, il libro esce nel 1991, sembrava che Ellis avesse voluto raccontare una storia che prendeva di mira il capitalismo più feroce, l'edonismo reaganiano secondo la perfetta definizione di D'Agostino (la vuota e demente attitudine yuppie all'esistenza. Abiti, marche, ossessione per il corpo, sesso caricaturale. La violenza come antidoto allo stress) una violenza forse immaginata ma ugualmente mostruosa, valvola di decompressione in una società che glorificava la competizione.
Bateman è classista, misogino, omofobo, un manichino senza anima. Deve essere quello che si sono detti nella famosa riunione alla Simon & Schuster, quella dove hanno preso la decisione della quale, immagino, si stanno pentendo ancora. Ma quello che non potevano prevedere è che il mondo sarebbe diventato esattamente quello che il killer psicopatico sognava, e lui un archetipo della mascolinità, un esempio per parecchi spostati. Nella cosiddetta manosfera, la comunità virtuale di maschi odiatori di femmine, quella alla quale si fa riferimento nella serie inglese Adolescence (che tutti abbiamo visto con sgomento), ci si riferisce agli uomini come Bateman con l'appellativo di "maschio sigma". Diverso dal maschio alfa perché più introverso, solitario, un lupo, ma altrettanto potente.
Figura glorificata dal famoso Andrew Tate, statunitense, ex kickboxer e imprenditore, guru dell'affermazione personale, misogino, sessista e amato da Donald Trump. Il maschio sigma (#sigma in rete) è un individualista che insegue un successo personale mettendosi fuori dalle regole che considera ridicole: Patrick Bateman ma anche John Wick, Thomas Shelby di Peaky Blinders e il Brad Pitt di Fight Club.
Tra i miti di Bateman, nel romanzo di Ellis, c'era Donald Trump. Allora faceva ridere, perché nessuno immaginava che quel ricchissimo palazzinaro col ciuffo, il volto da bambino dispettoso e la passione per la televisione, sarebbe diventato presidente degli Stati Uniti. Oggi Trump è un punto di riferimento dei fanatici della manosfera, dei maschi che vanno in brodo di giuggiole per quel linguaggio, «le donne vanno prese per la figa», come soavemente dichiarò il presidente degli Stati Uniti d'America. Per non parlare della mascolinità tossica e abusante che emerge dagli Epstein Files.
Possiamo dire quindi che noi siamo l'universo distopico e grottesco sognato da uno psicopatico? In parte sì. Con l'aggravante che noi abbiamo messo la divinizzazione del denaro e della forma fisica in quell'acceleratore di particelle nevrotiche che sono i social. Facendo diventare l'ansia e l'angoscia sociale tecnicamente imbattibili e la fragilità un mostro da nascondere dietro le più varie armature. Il culto della giovinezza, le diete, i digiuni, le vitamine, il mito dell'immortalità. La chirurgia estetica, la riprogrammazione genetica, qualsiasi cosa pur di non invecchiare, di non sembrare invecchiati.
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giovedì 5 febbraio 2026

National Geographic Italia - febbraio 2026

National Geographic Italia - febbraio 2026
Vol. 57, n. 2
6,90 euro

In copertina Un tecnico del Comune di Lisbona si cala nella rete fognaria cittadina nel mezzo della Praça do Comércio, nel quartiere centrale della Baixa.

Sotto il suolo di Lisbona. Viaggio nella dimensione sotterranea, una seconda città che brulica inaspettatamente di vita. Sotto i marciapiedi e le strade della capitale portoghese si scavano nuove gallerie pensando al futuro, si gestiscono risorse fondamentali per la popolazione e si scopre l'antico passato della città.
Reinventare la birra. In Belgio aziende e scienziati sono al lavoro per creare un prodotto analcolico che piaccia davvero agli amanti della bevanda.
Animali di confine. Lungo la frontiera tra Messico e Stati Uniti anche la fauna selvatica è ostacolata dalla barriera concepita per bloccare i migranti illegali.
Nelle grotte del Congo. In missione con un gruppo di ricercatori italiani per scoprire un mondo inesplorato nelle viscere del paese africano.
Country brasileiro. Scordatevi il samba; oggi la musica che impazza in Brasile è il sertanejo, sull'onda del boom dell'industria agricola.
La basilica che ha ispirato Notre-Dame tornerà all'antica gloria? L'odissea lunga 180 anni del restauro della prima chiesa gotica del mondo.
Lotta alle emissioni, eppur si muove anche grazie alle conferenze ONU. Le COP, compresa anche l'ultima di Belém, sono bocciate regolarmente come insuccessi, ma restano indispensabili.
Ai poli c'è molta più vita di quanta ne vediamo. Per capire le massicce alterazioni in corso nelle sempre più calde regioni polari, l'oceanografa Allison Fong va a caccia dei più minuti indizi.

mercoledì 4 febbraio 2026

Ernest Hemingway: Per chi suona la campana


Ernest Hemingway: Per chi suona la campana

Titolo originale: For Whom the Bell Tolls
Formato: brossura
Pagine: 498
Editore: Oscar Mondadori (24 maggio 2016)
ISBN-13: 9788804668343
ASIN: 8804668342

Data di acquisto: regalo di Natale 2025
Letto dal 31 gennaio al 4 febbraio 2026

▪️Sinossi
«Quando l'acciaio smise di cadere egli era ancora vivo. Alzò la testa e guardò il ponte».
Durante la guerra di Spagna, un giovane americano antifranchista, Robert Jordan, è incaricato di far saltare un ponte in territorio nemico. Nei tre giorni che trascorre nella foresta con i partigiani della "banda di Pablo", l'inglés incontra Maria e il grande amore, e raggiunge (grazie anche alle discussioni con i compagni e alle profonde riflessioni che la costante vicinanza della morte gli suggerisce) quella comprensione della vita di cui era sempre andato in cerca. Troverà così il coraggio di sacrificarsi perché al di là di ogni errore e di ogni violenza ci siano pace e libertà per tutti, e l'uomo non si rassegni al dolore e alla vergogna.

▪️L'incipit del libro
"Nessun uomo è un'ISOLA, intero in se stesso. Ogni uomo è un pezzo del CONTINENTE, una parte della TERRA. Se una ZOLLA viene portata dall'onda del MARE, l'Europa ne è diminuita, come se un PROMONTORIO fosse stato al suo posto, o una MAGIONE amica, o la tua stessa CASA. Ogni morte di uomo mi diminuisce, perché io partecipo dell'umanità. E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana. Essa suona per te". John Donne (1573-1651)
Il mento poggiato sulle braccia incrociate, l'uomo era disteso sulla terra bruna del bosco coperta d'aghi di pino. Sulla sua testa il vento investiva, fischiando, le cime degli alberi. In quel punto il versante del monte si raddolciva ma un poco più in giù precipitava ripido, e l'uomo poteva vedere la traccia nera della strada incatramata che, serpeggiando, attraversava il valico.
Parallelo alla strada correva un torrente e giù, sulla sponda del valico, l'uomo vedeva una ruota idraulica e l'acqua scrosciante della chiusa, bianca sotto il sole estivo.

▪️La mia (brevissima) recensione
"Speriamo che non sia costretto a uccidere - pensava Anselmo -. Dopo la guerra, credo, si dovrà organizzare qualche forma di espiazione civile, perché tutti possano lavarsi del peccato d'assassinio, altrimenti la nostra esistenza non avrà mai una base umana e onesta. Uccidere è necessario, lo so, ma fa molto male all'uomo, e secondo me, quando tutto sarà finito e avremo vinto la guerra, si dovrà organizzare una qualunque espiazione perché possiamo purificarci tutti".
Al centro di Per chi suona la campana, pubblicato nel 1940 da Ernest Hemingway, c'è Robert Jordan, un professore americano che, durante la guerra civile spagnola, è arruolato nelle Brigate Internazionali con l'incarico di far saltare un ponte strategico. Contestualmente vive una relazione sentimentale, ha conflitti morali ed ha cognizione dell'assurdo costo umano della guerra.
I temi affrontati sono: la morte e l'estremo sacrificio per un'ideale, l'amore (in questo caso inteso come allegoria della speranza) che sboccia anche in un orrendo contesto come quello della guerra, la violenza (da entrambe le parti, sia ben chiaro) che erode identità, relazioni e tutto ciò in cui si crede.
Ed è proprio su quest'ultimo punto che entra in scena il ponte di Robert Jordan… Un ponte che diventa simbolo di due diverse visioni della politica e, di fatto, anche simbolo di un legame da spezzare. Ecco qui il tragico ma necessario concetto del libro: per erigere il futuro, a volte, è necessario demolire il presente.
📌 Voto: 🔵🔵🔵🔵🔵 (5 su 5)

martedì 3 febbraio 2026

Ian McEwan: Quello che possiamo sapere


Ian McEwan: Quello che possiamo sapere

Titolo originale: What We Can Know
Formato: Kindle (867 KB)
Pagine: 376
Editore: Einaudi (4 novembre 2025)
ASIN: B0FV28L7BY
ISBN-13: 9788858449707

Data di acquisto: 27 gennaio 2026
Letto dal 27 gennaio al 3 febbraio 2026

▪️Sinossi
Nell'ottobre del 2014, durante una cena tra amici, il grande poeta Francis Blundy dedica alla moglie Vivien un poema che non verrà mai pubblicato e di cui si perderanno le tracce. Un secolo più tardi, in un mondo ormai in gran parte sommerso dopo un Grande Disastro, lo studioso di letteratura Thomas Metcalfe scopre degli indizi che puntano a un intreccio amoroso e criminale. Ma che ne sappiamo degli uomini e delle donne del passato, con le loro passioni e i loro segreti? E che sapranno i nostri discendenti di noi e del mondo guasto che gli lasceremo in eredità?
«Un potente omaggio a un'epoca perduta… e una splendida raffigurazione di cosa significhi cercare legami umani nelle parole e fra le pagine». Library Journal
Nel maggio del 2119 Thomas Metcalfe, studioso di letteratura del periodo 1990-2030, si reca per l'ennesima volta alla biblioteca Bodleiana per consultarne gli archivi, a lui arcinoti, nel tentativo di scovare qualche scampolo di informazione inedita sull'oggetto dei suoi interessi, la fantomatica "Corona per Vivien" del grande poeta Francis Blundy, mai ritrovata. Il viaggio è disagevole, ora che la Bodleiana è stata trasferita nella Snowdonia, nel Nord del Galles, per sottrarre il suo prezioso contenuto alle acque che, dopo il Grande Disastro e l'Inondazione che ne seguì, sommersero l'originaria sede, a Oxford, e gran parte della terra. Ma gli abitanti del XXII secolo, sopravvissuti a quella catena di eventi, sono avvezzi al disagio e alla penuria, e inclini a guardare alla ricchezza e alla varietà del mondo precedente ora con rabbia ora con sognante nostalgia. Forse anche così si spiega l'ossessione di Metcalfe per il poemetto perduto. Miracolo di costruzione poetica, la Corona di Blundy fu composta poco più di cent'anni prima, nel 2014, in occasione del compleanno della moglie Vivien, e recitata un'unica volta durante i festeggiamenti presso il Casale dei Blundy, in un tripudio di vini e cibi deliziosi e ora introvabili, alla presenza della loro cerchia di amici. Facendo riferimento al celebre banchetto del 1817, cui parteciparono Keats e Wordsworth, l'evento fu successivamente definito Secondo Immortal Convivio. La profusione di diari, corrispondenze e messaggi disponibili racconta delle correnti di amore e invidia che attraversavano tutti i partecipanti, del primo marito di Vivien, il liutaio Percy, e della malattia degenerativa che si era impossessata del suo cervello, delle ambizioni represse della donna. Ma dell'agognata Corona per Vivien neanche l'ombra. Che fine ha fatto la sublime poesia della cui stessa esistenza ormai i più dubitano? Quale verità si cela dietro la sua scomparsa? E quale differenza potrebbe mai fare il suo ritrovamento? Sarà un'intuizione geniale a fornire l'indizio che orienterà Metcalfe in una caccia al tesoro stevensoniana nell'ignoto. Il suo viaggio svelerà una storia d'amore e di compromessi e un crimine impunito, e getterà una luce nuova su figure che le parole tramandate gli avevano fatto credere di conoscere intimamente. Al lettore il nuovo strabiliante viaggio letterario di McEwan offre una chiave per riscattare il presente dal senso di catastrofe imminente che lo attanaglia e per immaginare un futuro in cui non tutto è perduto.

▪️L'incipit del libro
Il 20 maggio 2119 presi il traghetto della notte da Port Marlborough e nel tardo pomeriggio arrivai al piccolo attracco nei pressi di Maentwrog-under-Sea che serve la biblioteca Bodleiana nella Snowdonia. Era una giornata primaverile tiepida e senza vento e il viaggio era stato tranquillo, anche se, come è facile immaginare, dormire seduti su una panca in doghe di legno è un supplizio. Percorsi le due miglia del pittoresco tragitto che conduce alla funicolare a propulsione idrica e forza di gravità. Si unirono a me quattro utenti della biblioteca con i quali chiacchierai del più e del meno mentre venivamo trasportati a un migliaio di piedi su per il monte, nella scricchiolante cabina in legno lucido di quercia. Cenai da solo nel refettorio della biblioteca, poi chiamai la mia amica e collega Rose Church per informarla che ero arrivato sano e salvo. Quella notte riposai bene nella mia stanza monacale. A differenza di quanto era accaduto durante la mia prima visita, dover condividere il bagno con altre sette persone non mi diede fastidio.

▪️La mia recensione
"Avrei voglia di urlare attraverso un buco nella volta del tempo e mettere in guardia chi è vissuto un secolo fa: se volete che i vostri segreti rimangano tali, sussurrateli nell'orecchio del vostro più caro e più fidato amico. Mai a una tastiera e a uno schermo. Se lo fate, noi sapremo tutto".
In questo bel giallo letterario Ian McEwan intreccia molto bene scienza, ecologia, storia, distopia e limiti della mente umana. A questi "ingredienti" aggiungeteci anche una scrittura evocativa ed in grado di rendere semplici anche alcune questioni intricate o abbastanza delicate. E se tutto ciò non vi basta, mettete in conto che leggendo Quel che possiamo sapere starete leggendo anche 3-4 libri allo stesso tempo: nelle 376 pagine del libro, infatti, vedremo scorrere la stessa storia da due punti di vista narrativi differenti, per giunta imbottiti da costanti salti temporali.
Vi riassumo la trama in questo modo: Nel 2119, in un mondo uscito distrutto dal Grande Disastro (una spaventosa guerra mondiale a cui ha fatto seguito un'alluvione su scala planetaria dovuta al totale scioglimento della calotta polare), lo studioso Thomas Metcalfe cerca di rintracciare un poema scritto nel 2014 dal brillante poeta Francis Blundy e dedicato alla moglie Vivien.
Il libro, come vi ho anticipato, si snoda su due piani temporali: un futuro post-disastro (con un mondo in gran parte sommerso e con la popolazione mondiale che, pian piano, sta ancora cercando di risollevarsi) ed un passato che, sorpresa, è… il nostro presente (quindi con tutti i segnali più che evidenti di una decadenza della società davanti ai nostri occhi ma che ci ostiniamo a non vedere).
Ian McEwan ha creato un futuro altamente credibile in cui si rispecchiano tutti gli errori e gli orrori della nostra epoca. Non a caso lo stesso scrittore britannico ha definito questo suo libro "fantascienza senza la scienza". Perciò, la costante ricerca del misterioso poema (Una corona per Vivien) diventa anche una sorta di allegoria dell'incapacità dell'uomo del nostro tempo di cogliere i segni dell'attuale involuzione sociale.
Le uniche due lacune che mi sento di segnalare riguardano:
- La parte "investigativa" è molto affascinante ma procede con lentezza;
- Il mondo post-disastro è sì suggestivo ed affascinante nel suo orrendo addivenire ma, alla fin fine, resta sempre in secondo piano rispetto alla trama vera e propria.
A conti fatti, quindi, Quello che possiamo sapere è un romanzo di non facile lettura ma in grado di farci riflettere su questioni etiche e politiche.
📌 Voto: 🔵🔵🔵🔵 (4 su 5)

▪️Leggi anche:

La Jugoslavia sull'orlo dell'abisso


La Jugoslavia sull'orlo dell'abisso
Elvira Mujčić. In un romanzo inframezzato da documenti storici, l'autrice italobosniaca narra lo sgretolarsi dell'utopia socialista e l'emergere dei nazionalismi su base etnica e religiosa. Un racconto che ricorda il nostro presente

👉 fonte: il Sole 24 Ore

«Chissà se era questo che intendevano certi francesi quando dicevano che l'arte deve posizionarsi sopra l'abisso» si chiede laconico il bosniaco Nene, che ha ventisette anni nel 1990, nel vedere il suo atelier di artista, installato nel capanno degli attrezzi dei genitori, per metà franato nella scarpata che porta al fiume, dopo una notte di pioggia torrenziale.
Che sarebbe accaduto la scrittrice italobosniaca Elvira Mujčić, autrice di La stagione che non c'era, lo aveva lasciato immaginare fin dalle prime pagine. Fin da quando Nene, nella luce violacea del tardo pomeriggio, aveva preso il bus per tornare per la prima volta nella sua cittadina d'origine. Dopo alcuni anni a Sarajevo, dove era fuggito dall'ostilità del padre, aveva infatti avuto l'impressione che la distanza tra il baratro e la casa dei suoi fosse diminuita, e che nei giorni continuasse a farlo.
Così si assottigliava anche il tempo della pace. L'avvenire del suo Paese, la Jugoslavia sul punto di sgretolarsi, incombe e si rispecchia in qualche modo nella vita del giovane, tornato tra i seljaci (i contadini, ma anche i rappresentanti di un mondo retrogrado, preilluminista) senza neanche essere riuscito a laurearsi e dunque ancor più osteggiato di prima. Tornato senza sapere cosa fare della sua vita, ma ossessionato dalla frase detta qualche tempo innanzi da un amico, il suo insegnante di lettere, che, ubriaco e forse anche per questo più consapevole dei continui sinistri scricchiolii che da mesi annunciavano il gonfiarsi dei nazionalismi su base religiosa e etnica, lo aveva apostrofato rabbioso chiedendogli se tra dieci, venti, o trent'anni «qualcuno saprà che Paese era il nostro? Cioè, al di là dell'idealizzazione o del disprezzo, com'era davvero?».
Trentacinque sono passati, trenta dal genocidio di Srebrenica, e anche Mujčić si è posizionata sull'orlo dell'abisso. Ha voluto raccontare il fallimento dell'esperimento socialista a partire proprio dagli ultimi mesi in cui ancora esisteva, dagli ultimi giorni prima della guerra fratricida che ha fatto centinaia di migliaia di morti, chiedendosi quale sia stato il momento esatto in cui l'erodersi del fragile equilibrio su cui si reggeva lo Stato socialista multientico e multireligioso è divenuto irreversibile.
Se lo chiede Nene, l'artista, che per esorcizzare la fine che tutti presagiscono ma pochi riescono a percepire come veramente possibile, si è messo a fare l'archeologo per il futuro, racimolando quelli che immaginava sarebbero stati i cimeli di un Paese scomparso. Nene, che mentre arriva l'ultimo gelido inverno prima della fine è tormentato dalla luce del tramonto egiziano in cui immagina si sia ucciso un suo caro amico «come una cornice di felicità impossibile» e che poi, per la prima volta «sente il bisogno di diventare un giovane ottimista seguace di Ante Markovic o di chiunque proponesse un'utopia ampia e pacifica, invece di una trincea buia e mortale dove recitare a memoria le proprie tradizioni in attesa di un proiettile in fronte».
Se lo chiede l'infaticabile Merima, sua vicina di casa, amica di un tempo, amica ritrovata, che al sogno di «fratellanza e unità» dei popoli continua a credere appassionatamente (nonostante per l'averci creduto troppo si era trovata giovane madre di una bambina senza un padre) militando nel nuovo partito socialista, fino a quando, ormai sull'orlo della guerra, deve ammettere che è davvero finita quando si trova costretta con la violenza a dover appartenere all'una o all'altra parte.
Se lo chiede chi legge, sbalordito dalle somiglianze della fine di quell'epoca con quel che sta accadendo nell'odierno mondo globalizzato. Anche perché Mujčić, che all'epoca era una bambina poco più grande della figlia di Merima, ha fatto un lavoro notevole: ha inframezzato la narrazione di fantasia con spezzoni di brani radiofonici e televisivi che venivano trasmessi in quei giorni, rendendo così palese come la descrizione dei fatti di allora non sia influenzata dalla nostra odierna.
All'inizio di questo romanzo, lucida ed elegante cronaca di una fine annunciata, per esempio, Nene ascolta un'intervista:

- Professor Grebo, abbiamo ascoltato alcuni dei discorsi drammatici del XIV congresso della Lega dei Comunisti di Jugoslavia. Lei, assieme ad altri tre esponenti del Partito comunista della Bosnia ed Erzegovina avete fatto una proposta che, visto come si stanno mettendo le cose, sembra provenire da un altro mondo. Che cosa avete proposto?
- Buonasera, sì abbiamo fatto l'unica proposta sensata in una situazione degenerata. Abbiamo semplicemente chiesto di non separarci per nazionalità all'interno del Partito ma per ideologia. Dunque due linee ideologiche invece delle sei nazionali: socialisti riformisti e comunisti dogmatici, secondo un criterio politico. Invece qui siamo alla follia, ci stiamo dividendo per nazionalità, tra bosniaci, serbi, sloveni, croati e così via. Rischiamo di trasformarci da comunisti in nazionalisti.

La malattia del corpo sociale che ha messo fine alla Jugoslavia è oggi tornata per diventare una pandemia.