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"Un bel libro, Marcus, non si valuta solo per le sue ultime parole, bensì sull'effetto cumulativo di tutte le parole che le hanno precedute. All'incirca mezzo secondo dopo aver finito il tuo libro, dopo averne letto l'ultima parola, il lettore deve sentirsi pervaso da un'emozione potente; per un istante, deve pensare soltanto a tutte le cose che ha appena letto, riguardare la copertina e sorridere con una punta di tristezza, perché sente che quei personaggi gli mancheranno. Un bel libro, Marcus, è un libro che dispiace aver finito". [Joël Dicker in "La verità sul caso Harry Quebert"]

martedì 24 febbraio 2026

"A Knight of the Seven Kingdoms", perché si chiamano sette regni se sono nove? Egg dà la spiegazione


"A Knight of the Seven Kingdoms", perché si chiamano sette regni se sono nove? Egg dà la spiegazione
Tra mappe, dinastie e titoli che pesano quanto una spada valyriana, A Knight of the Seven Kingdoms si prende il lusso di chiarire una delle ambiguità più longeve di Westeros

👉 fonte: MoviePlayer.it

La serie di A Knight of the Seven Kingdoms riaccende una vecchia domanda del mondo di Il trono di spade: perché si parla di Sette Regni se le regioni di Westeros sono nove? La risposta affonda nella storia, nella politica e nella tradizione, così come dichiarato nel corso della serie stessa.
Nel finale della prima stagione di A Knight of the Seven Kingdoms, un breve scambio tra Dunk ed Egg mette il dito nella piaga: i Regni non sono sette, bensì nove. Una rivelazione che spiazza una parte del pubblico, ma che apre una finestra preziosa sulla genealogia politica di WesteroIl termine "Sette Regni" nasce prima della Conquista di Aegon Targaryen, avvenuta circa due secoli prima degli eventi della serie. In quell'epoca, il continente era frammentato in numerosi domini indipendenti, il cui numero variava continuamente: conquiste, alleanze e annessioni ridisegnavano la mappa con una frequenza quasi ossessiva. Quando Aegon sbarcò a Westeros, però, esistevano sette grandi regni riconosciuti, ciascuno governato da un sovrano: il Nord degli Stark, la Valle degli Arryn, le Isole e Fiumi degli Hoare, l'Altopiano dei Gardener, la Roccia dei Lannister, le Terre della Tempesta dei Durrandon e Dorne dei Martell.
Aegon riuscì a piegare tutti, tranne Dorne, che rimase indipendente fino al 161 AC. Eppure, il titolo assunto dal nuovo re fu comunque quello di Lord dei Sette Regni. Non si trattò di un errore, ma di una scelta politica e simbolica: il numero sette aveva (e ha) un peso enorme nella cultura di Westeros, soprattutto per la Fede dei Sette, alla quale Aegon decise di legarsi. Inoltre, separando le Isole di Ferro e le Terre dei Fiumi in due domini distinti, il conteggio rimaneva "magicamente" coerente.
Con il passare degli anni, la realtà territoriale di Westeros è cambiata, ma l'etichetta no. Alla struttura originale si sono aggiunti due elementi chiave: Dorne, infine integrata nel regno, e le Terre della Corona, nate attorno a Approdo del Re, la città fondata da Aegon nel punto esatto del suo sbarco. Il risultato? Nove regioni distinte, ciascuna affidata a una grande casata.
Durante gli eventi di A Knight of the Seven Kingdoms, la mappa politica è ormai stabile: Stark al Nord, Arryn nella Valle, Greyjoy sulle Isole di Ferro, Tully nei Fiumi, Tyrell nell'Altopiano, Baratheon nelle Terre della Tempesta, Lannister nell'Ovest, Targaryen sulle Terre della Corona e Martell a Dorne. Egg ha quindi perfettamente ragione dal punto di vista geografico.
La serie gioca brillantemente con questo paradosso, arrivando persino a mostrare un titolo scherzoso che ribattezza lo show A Knight of the Nine Kingdoms. Un guizzo ironico che difficilmente avrà seguito ufficiale, ma che centra il punto: i nomi, in Westeros, contano quanto le spade. Cambiarli significa riscrivere la Storia, e la Storia, soprattutto quella raccontata dal potere, non ama le revisioni.
Non sorprende, allora, che A Knight of the Seven Kingdoms scelga di soffermarsi su un dettaglio simile: è proprio in queste pieghe (tra nomi sbagliati ma tramandati, e numeri che non tornano) che Westeros continua a raccontare se stessa. E a rendersi, ancora una volta, incredibilmente credibile.

Fatevi un favore e leggete questi tre critici se volete capire qualcosa di letteratura. Altro che premi Strega, Book-Toker e classifiche


Fatevi un favore e leggete questi tre critici se volete capire qualcosa di letteratura. Altro che premi Strega, Book-Toker e classifiche
Facciamo tre nomi di critici che dovreste leggere. Molto diversi tra loro, coltissimi e preparati, ma soprattutto diversi da ciò a cui siete abituati. Non sono "intellettuali militanti" per come ve li hanno raccontati, né nerd della loro materia. Sono viveur della letteratura, hanno gusto, conoscenza e voglia di spiegarvi quello che altri non vi spiegano o non sanno spiegarvi

👉 fonte: MowMag.com

È molto probabile che di letteratura sappiate meno di quanto credete. Ed è anche molto probabile che quel che sapete lo abbiate letto da venditori di fumo e militanti dediti al battibecco politico, possibile con un piede dentro e uno fuori l'accademia. È anche molto probabile, ma non ci giurerei, che ciò che sapete della letteratura sia stato acquisito in modo disordinato e appassionato, trovando spunti da riviste di settore, blog e amici, è probabile che nell'ultimo anno siate cresciuti e abbiate smesso di leggere la Beat Generation o il realismo sporco americano per concedere qualche chance al postmodernismo americano. O, peggio, ai grandi vecchi continentali. 
C'è, almeno per chi scrive, una sana via di mezzo tra il "culturismo", che risulta convincente e non patetico se manifestato da pochi reali illuministi con la passione per l'enciclopedia, e il tiktokerismo, che al massimo vi farà scoprire Sally Rooney (brava) e scrittori o scrittrici meno brave. Il modello dei "casi letterari" non funziona più come una volta. Siamo passati da A sangue freddo di Truman Capote (tanto tempo fa) a Shantara (poco tempo fa) al romance. Nulla di tutto questo manca di dignità, poiché in una società liberale e aperta tutto ha dignità, fuorché togliere la dignità a destra e manca. Però la china è evidente.
C'è un modo per bilanciare tutto questo? Ovviamente no. E se ci fosse non ve lo darei qui gratis. Però ci sono tre persone che stanno facendo un lavoro che né io né voi sapremmo fare. Se volete capire qualcosa in più della letteratura, non come surrogato accademico o come eterno trend, ma come spigolo contro cui sbatte la vita, a ogni livello e in ogni dimensione, questi tre nomi potranno esservi utili. E, se siete amanti della bella scrittura, anche decisamente simpatici.
Angelo Cennamo ha la migliore cantina di scrittori americani che si possa vedere in Italia. Non solo perché legge i libri che escono, ma perché ha letto i libri che sono usciti. Alcuni dei titoli che ama sono anche introvabili. Nella lunga strada che porta un diciassettenne che legge Bukowski a capire Thomas Pynchon e David Foster Wallace incontrerai, viandante, gli autogrill del grande romanzo americano. Non solo quei romanzi totali e caleidoscopici di Vollmann, Delillo e compagnia. Ma i viventi Jonathan Franzen, Ben Lerner eccetera eccetera. Serve senso dell'orientamento, perché il Paese è grande, contraddittorio, soffocato non solo dal trumpismo, ma anche da un suo "sodale opposto", una sorta di puritanesimo ideologico dalle conseguenze fantozziane, soprattutto quando si tratta di arte. Contro di esso la grande letteratura può ancora qualcosa. Lo sa Cennamo, che ve ne parla, avendo guidato a lungo, e in solitaria, su Telegraph Avenue.
Fabrizio Coscia ha due anime, quella del "ritrattista" (Filippo La Porta lo ha definito così su Robinson de La Repubblica), del "narratore essenziale e potente" (Renato Minore su Il Messaggero), che è quella che emerge dai suoi Suicidi imperfetti ma anche da I sentieri delle ninfe, e quella del glossatore. Oggi si direbbe: ha la vocazione profonda del blogger, termine considerato ormai quasi dispregiativo (quasi un modo per dire che se uno è blogger non è giornalista, considerazione falsa e facilona, poiché il blogger è spesso ben più che giornalista: è scrittore). Così su Caspiar ha deciso di annotare con uno stile naturale, informale e chiaro, dunque direi cartesiano, ciò che legge e studia e ciò su cui ragiona. Ha una collana per Editoriale scientifica, S-Confini, una sorta di bottega aperta, una sorta di laboratorio per chi vuole scrivere saggi oggi. Leggerlo, e leggere i suoi autori, è come prendere in mano un martello convinti che ci si possa solo sbattere un chiodo nel muro, per poi scoprire che, con buona pace per i nuovi realisti, quel martello non è mai solo un martello, ma molto di più.
Mi piace invitarvi a leggere il terzo degli autori con le parole che a lui ha dedicato il poeta Giuseppe Conte in un post di inizio febbraio: "Matteo Marchesini non è un buon intellettuale. Per me, potrei sbagliarmi, è un trafficante presuntuoso onnipresente parolaio, a volte anche un po' imbecille". In effetti è molto probabile che Matteo Marchesini vi farà incazzare (a partire dal fatto che scrive su un giornale che la gente impegnata ha imparato a odiare: Il Foglio). Un socialista liberale, più liberale che socialista secondo me (e per fortuna), un radicale più vecchio stile che nuovo, allergico alla versione moderna dell'ideologia applicata alla cultura, e cioè il piagnisteo, da anni in lotta contro la critica letteraria in sé e per sé, e cioè smunta, stitica, completamente fuori dal tempo e dal mondo, anche quando militante, e cioè volontariamente pressata nel corsetto della politica a buon mercato pur di far sì che un discorso tecnico appaia il più possibile "immerso nel mondo" (e invece proprio per questo ancora più ridicolo). È un critico che non piace neanche a chi lo pubblica, infatti qualche editore all'ultimo si era tirato indietro, eccezion fatta - lo so per certo ma non sarà, spero, l'unica - proprio per Fabrizio Coscia, che ospita il suo ultimo libro. Matteo Marchesini non è un cavallo pazzo, uno scapigliato, uno che scrive dalla barricata. Non è isterico. È piuttosto ironico, e quindi autoironico, e colto in modo per nulla pilotato. Sembra un uomo del Novecento mitteleuropeo. Solo più leggero e divertente da leggere.
Si potrebbe fare il nome di altri, ma tanto vi basti per una corretta indigestione di stimoli, nozioni e storie. Come sosteneva il famigerato critico gastronomico A. J. Liebling, l'opulenza nel gusto non è mai un difetto. E può persino diventare un termometro per giudicare in che stato di salute è la società in cui viviamo.

lunedì 23 febbraio 2026

Tre libri per tre chicche letterarie se ti piace la narrativa straniera


Tre libri per tre chicche letterarie se ti piace la narrativa straniera
Tre libri poco frequentati ma potentissimi per scoprire la narrativa straniera tra memoria, resistenza e identità: dalla Germania del Novecento ai fantasmi della storia europea

👉 fonte: LibreriAmo

Questi tre libri sono tre chicche letterarie nel senso più autentico del termine: testi diversi per forma e linguaggio, ma uniti da un filo comune,  la Germania come spazio reale e simbolico, luogo di fratture, colpe, silenzi, e tentativi di comprensione. Romanzi, opere ibride, testi di confine che chiedono al lettore attenzione, lentezza e partecipazione emotiva.
Quando si parla di narrativa straniera, soprattutto quella europea del Novecento, il rischio è spesso quello di fermarsi ai nomi più noti, ai grandi classici già canonizzati. Eppure, esiste un sottobosco letterario fatto di opere meno battute, ibride, difficili da etichettare, che lavorano sul trauma storico, sulla perdita e sulla resistenza individuale.
Questi tre libri non sono letture facili, né rassicuranti. Sono chicche letterarie perché chiedono attenzione, perché rifiutano la semplificazione, perché lavorano sulle fratture della Storia invece che sulle sue narrazioni pacificate. Se ami la narrativa straniera che scava nella memoria, che interroga l'identità e che usa la letteratura come strumento di consapevolezza, questi titoli rappresentano tre porte d'ingresso preziose e necessarie. Tre modi diversi, ma complementari, di leggere la Germania (e l’Europa) attraverso ciò che è andato perduto, ma continua a chiedere di essere raccontato.

▪️I tedeschi. Una geografia della perdita di Jakuba Katalpa (Miraggi edizioni)
I tedeschi. Una geografia della perdita non è soltanto un romanzo familiare, ma un percorso nella memoria europea del Novecento, costruito attraverso ciò che manca, ciò che è stato taciuto, ciò che non è mai stato davvero elaborato. La storia prende avvio da un gesto apparentemente semplice e quasi tenero: per anni, una famiglia praghese riceve pacchetti contenenti piccoli doni, dolciumi, oggetti infantili. A inviarli è Klara Rissmann, una donna tedesca che ha abbandonato il figlio subito dopo la guerra.
Attorno a questo gesto si costruisce una narrazione stratificata, che non cerca risposte nette ma indaga le zone grigie della Storia. L'abbandono del figlio è stato una scelta? Una costrizione? Un atto di sopravvivenza? È una nipote di Klara, dopo la morte del padre, a tentare di ricostruire le origini della propria famiglia, scoprendo che la memoria non è mai lineare, e che ogni ricostruzione è inevitabilmente incompleta.
I tedeschi. Una geografia della perdita è un romanzo di donne e di madri, di maternità negate, interrotte, deformate dalla Storia. La perdita non è solo privata, ma collettiva: è la perdita di una lingua, di un'identità, di una continuità affettiva. Ricarda Messner costruisce una scrittura sobria, quasi trattenuta, che rifiuta il melodramma e lavora invece sulla sottrazione, sull'eco emotiva, sul non detto. Un libro che mostra come la colpa e il trauma non appartengano solo a chi li ha vissuti, ma si trasmettano, silenziosamente, alle generazioni successive.

▪️L'imperatore di Atlantide di Viktor Ullmann e Petr Kien (Miraggi edizioni)
L'imperatore di Atlantide è una di quelle opere che sfuggono alle categorie: non è solo un libretto d'opera, non è solo un saggio, non è solo un documento storico. È, prima di tutto, un atto di resistenza artistica. Composta tra il 1943 e il 1944 nel ghetto di Terezín, l'opera nasce in uno dei luoghi più paradossali e crudeli della macchina nazista: un ghetto "modello", usato come vetrina propagandistica per ingannare la Croce Rossa, mentre i suoi abitanti venivano deportati verso Auschwitz.
In questo contesto, Ullmann e Kien scelgono di riscrivere il mito di Atlantide, caro all'immaginario nazista, trasformandolo in una allegoria della fine del potere assoluto. L'imperatore che governa Atlantide dichiara guerra a tutti, ma la Morte stessa si ribella, rifiutandosi di collaborare. Il mondo si blocca, il sistema crolla, e il potere mostra la sua natura grottesca e autodistruttiva.
Il volume, con testo tedesco a fronte, è arricchito da saggi che ricostruiscono il contesto storico e analizzano il valore musicale e simbolico dell'opera. L'imperatore di Atlantide dimostra come, anche nelle condizioni più estreme, l'arte possa diventare un linguaggio di opposizione, una forma di verità che sfugge alla censura e alla violenza. Non una semplice testimonianza, ma una creazione capace di parlare ancora oggi.

▪️Una storia tedesca di Roger Salloch (Miraggi edizioni)
Leggere Una storia tedesca significa camminare accanto a un uomo che sceglie di non diventare eroe. Reinhardt Korber è un pittore, un insegnante d'arte, che attraversa Berlino nella primavera del 1935, mentre il regime nazista consolida il proprio potere. Non ci sono grandi gesti di ribellione, né atti spettacolari: c'è piuttosto una resistenza interiore, silenziosa, fatta di sguardi, di pensieri, di visioni.
Roger Salloch costruisce un romanzo profondamente simbolico, in cui la realtà è costantemente deformata dallo sguardo dell'artista. Berlino diventa un paesaggio mentale, attraversato da miti, riferimenti biblici, figure archetipiche come i Re Magi, capaci di eludere Erode/Hitler. La Storia irrompe nella vita dei personaggi non come evento improvviso, ma come progressiva distorsione del quotidiano.
Una storia tedesca è un romanzo sulla responsabilità morale, sull'impossibilità di restare innocenti, sulla difficoltà di continuare a vedere il mondo con lucidità quando tutto intorno è corrotto. Non offre consolazione, ma invita il lettore a interrogarsi su cosa significhi davvero resistere, quando opporsi apertamente sembra impossibile.

sabato 21 febbraio 2026

Harlan Coben: Fuga


Harlan Coben: Fuga

Titolo originale: Runaway

Formato: Kindle (1.1 MB)
Pagine: 413
Editore: Longanesi (20 maggio 2021)
ASIN: B092VYTLTQ
ISBN-13: 9788830458093

Data di acquisto: 17 febbraio 2026
Letto dal 17 al 21 febbraio 2026

▪️Sinossi
«Un maestro della suspense e dei colpi di scena». Dan Brown
L'hai persa. Tua figlia. Una ragazza sbandata e legata a un fidanzato che abusa di lei. Ma ti ha spiegato chiaramente che non vuole essere salvata.
Tu non ti dai pace e quando, per caso, la vedi a Central Park, mentre suona una chitarra non credi ai tuoi occhi. Quella che hai davanti, però, non è la ragazza che hai cresciuto, quella che è sempre presente nei tuoi ricordi. È una donna che cammina sul filo del rasoio, malconcia, spaventata, decisamente nei guai. Non ti fermi a pensare. Corri da lei e le dici di tornare a casa.
E lei fugge. Di nuovo.
E tu fai quello che ogni genitore farebbe: la segui. Ed entri in un mondo di cui non sospettavi nemmeno l'esistenza. Qui nessuno è al sicuro, nell'ombra l'arma più comune è l'omicidio.
Prima che tu riesca ad accorgertene tutta la tua vita è in pericolo. E per proteggere tua figlia dal male, prima dovrai affrontarlo tu stesso…

▪️L'incipit del libro
Simon era su una panchina allo Strawberry Fields Memorial di Central Park, il cuore a pezzi. Nessuno se ne sarebbe accorto, non a un primo sguardo, un'ora prima che i pugni cominciassero a volare e due turisti finlandesi si mettessero a strillare, mentre altri nove visitatori filmavano l'orribile rissa con gli smartphone.
Non c'erano fragole a Strawberry Fields, e bisognava mettercela tutta per chiamare quei diecimila metri quadrati di giardini paesaggistici un «campo», ma così si intitolava il pezzo dei Beatles. Strawberry Fields è un terreno triangolare incuneato fra la 72nd e Central Park West dedicato alla memoria di John Lennon, ucciso con un colpo d'arma da fuoco dalla parte opposta della strada. Al centro del memoriale c'è un mosaico di pietre che formano una parola:
IMAGINE
Simon guardava dritto davanti a sé, disperato. Un fiume di turisti gli passava accanto immortalando il famoso mosaico - foto di gruppo, selfie, qualcuno inginocchiato sulla scritta di pietre, qualcuno addirittura sdraiato. Quel giorno, come capitava spesso, c'era chi aveva decorato la scritta IMAGINE con fiori freschi che formavano il simbolo della pace, petali di rose rosse che chissà come non volavano via. La gente, forse proprio perché quello era pur sempre un memoriale, aspettava con pazienza il proprio turno per avvicinarsi e scattare l'indimenticabile foto che più tardi avrebbe postato su Snapchat o Instagram, o qualunque fosse il loro social preferito, insieme a una citazione di John Lennon o forse al testo di una canzone dei Beatles, magari proprio il verso in cui si immagina che tutti vivano in pace.


▪️La mia (brevissima) recensione
"Quando qualcosa va storto, quando la tenebra si insinua nell'anima della tua bambina, non puoi fare a meno di chiederti dove diavolo hai sbagliato".
Questo romanzo, pubblicato nel 2019 (e recentemente diventato anche un film su Netflix) conferma il motivo per cui Harlan Coben è uno dei miei scrittori statunitensi preferiti. Fuga è, detto in parole povere, un thriller "costruito" su mistero, segreti familiari, tensione ed azione. La trama ti travolge sin dalla prima pagina e, tra un "un'ultimo capitolo e poi smetto" e l'altro, ti accompagna sino all'epilogo finale in un tripudio di emozioni. I personaggi (tutti, partendo dal protagonista e via via sino alle semplici "comparse") son descritti molto bene e, visto il tema trattato, molto "umani".
I colpi di scena son davvero plausibili e, soprattutto, piazzati nei momenti salienti della storia. Anzi, vediamola da un'altra angolazione: ogni volta che c'è un colpo di scena, la stessa storia cambia direzione.
Al centro del libro c'è Simon Greene, consulente finanziario e padre di famiglia intento a rintracciare e riportare a casa Paige, sua figlia persa nel tunnel droga. Ma, nel farlo, si ritroverà al centro di una spirale di violenza e scheletri nell'armadio anche all'interno della sua stessa famiglia.
Il romanzo tratta, molto bene bisogna dirlo, il rapporto genitori-figli e sin dove un padre disperato può spingersi per salvare la sua famiglia.
Fuga, e termino qui, è il classico thriller che riesce a mescolare benissimo dramma, tensione e… un finale completamente spiazzante!
📌 Voto: 🏅🏅🏅🏅🏅 (5 su 5)

venerdì 20 febbraio 2026

Due libri per scoprire e riscoprire i classici


Due libri per scoprire e riscoprire i classici
Due classici da riscoprire tra gotico, mistero e fiaba oscura: I misteri delle cantine di Carolina Invernizio e Il cuore freddo di Wilhelm Hauff raccontano paure, desideri e ossessioni senza tempo

👉 fonte: LibreriAmo

Riscoprire i classici non significa soltanto tornare alle grandi opere consacrate dai programmi scolastici, ma anche riportare alla luce testi che hanno saputo parlare al loro tempo con una forza tale da restare sorprendentemente attuali. Il canone letterario, infatti, non è mai fisso: si espande, si ridefinisce, si arricchisce di voci che per anni sono rimaste ai margini o confinate a un'idea di letteratura popolare o "di genere".
I misteri delle cantine di Carolina Invernizio e Il cuore freddo di Wilhelm Hauff appartengono a due tradizioni diverse, il feuilleton italiano ottocentesco e la fiaba romantica tedesca, ma condividono un tratto fondamentale: entrambi usano il racconto gotico e simbolico per indagare il lato oscuro dell'animo umano. Tra cantine torinesi, segreti sepolti e ambizioni che divorano il cuore, questi due libri dimostrano come il classico non sia mai polvere da archivio, ma materia viva, capace ancora oggi di inquietare, affascinare e interrogare.
I misteri delle cantine di Carolina Invernizio e Il cuore freddo di Wilhelm Hauff dimostrano come i classici non appartengano al passato, ma continuino a vivere ogni volta che vengono riletti con uno sguardo nuovo. Tra gotico urbano e fiaba morale, questi due libri ci ricordano che la letteratura è uno strumento potentissimo per esplorare le ombre dell'essere umano, ieri come oggi. Riscoprirli significa non solo conoscere la storia della narrativa, ma anche comprendere meglio le nostre paure, i nostri desideri e le scelte che definiscono chi siamo.

▪️I misteri delle cantine di Carolina Invernizio
I misteri delle cantine di Carolina Invernizio, Edizioni del Capricorno, è un romanzo che incarna alla perfezione l'anima del feuilleton ottocentesco: una narrazione stratificata, carica di colpi di scena, ambientata in una Torino cupa e sotterranea, dove il confine tra bene e male è costantemente attraversato da passioni violente, segreti indicibili e destini segnati.
Il romanzo si apre nel 1872, alla vigilia dell'Epifania, con una scena di forte impatto visivo e simbolico: un uomo sfigurato dal vaiolo esce da una bettola torinese seguito da un bambino di otto anni, Carletto, vittima di maltrattamenti. La cantina in cui il bambino trova rifugio diventa immediatamente uno spazio liminale, un luogo sotterraneo in cui la vita e la morte si sfiorano. È qui che Carletto assiste, nascosto, alla sepoltura clandestina del cadavere di una donna, evento che dà avvio a una lunga catena di rivelazioni, ricatti e tragedie.
Carolina Invernizio costruisce il romanzo come un intricato mosaico narrativo, in cui il passato e il presente si rincorrono attraverso flashback, confessioni e rivelazioni progressive. La figura di Fosca, la donna sepolta viva nella cantina, diventa il centro simbolico dell'intera vicenda: intorno alla sua morte si addensano prostituzione, amori malati, tradimenti e pratiche macabre degne del gotico più cupo. La scrittura di Invernizio non ha paura dell'eccesso: anzi, lo abbraccia come cifra stilistica, consapevole che il piacere del feuilleton nasce proprio dall'accumulo, dalla tensione continua, dall'orrore che si insinua lentamente nella quotidianità.
Uno degli aspetti più interessanti di I misteri delle cantine di Carolina Invernizio, Edizioni del Capricorno, è il modo in cui l'autrice utilizza gli spazi urbani. La Torino sotterranea delle cantine, dei vicoli e delle bettole diventa metafora di una società che nasconde sotto la superficie rispettabile una realtà fatta di violenza e sopraffazione. Le cantine non sono solo luoghi fisici, ma veri e propri depositi di colpa, dove i segreti vengono sepolti insieme ai corpi.
Invernizio, spesso relegata per decenni a scrittrice popolare, dimostra in questo romanzo una straordinaria capacità di controllo narrativo e una profonda comprensione delle dinamiche sociali del suo tempo. Le sue figure femminili, in particolare, sono tutt'altro che passive: vittime sì, ma anche protagoniste di scelte estreme, capaci di muovere l'azione e di incarnare le contraddizioni di una società patriarcale. La nuova edizione di Edizioni del Capricorno restituisce dignità letteraria a un testo che merita di essere letto non solo come documento storico, ma come romanzo gotico di grande potenza immaginativa. I misteri delle cantine è una lettura che cattura, inquieta e trascina, ricordandoci quanto il popolare possa essere, a pieno titolo, letteratura.

▪️Il cuore freddo di Wilhelm Hauff
Il cuore freddo di Wilhelm Hauff, Arsenio Edizioni, è una delle fiabe più oscure e affascinanti della tradizione romantica tedesca, un racconto che utilizza il linguaggio della fiaba per esplorare temi profondamente morali ed esistenziali: l'ambizione, la perdita dell'umanità, il prezzo del successo.
Ambientato nel cuore della Foresta Nera, il racconto segue la vicenda di Peter Munk, un giovane povero e ingenuo che sogna una vita migliore. Insoddisfatto della sua condizione sociale, Peter sceglie di stringere un patto con uno spirito silvano malefico, cedendo il proprio cuore in cambio di ricchezza e potere. Il cuore umano viene sostituito con uno di pietra, freddo, incapace di provare compassione.
Wilhelm Hauff costruisce una fiaba che, sotto la superficie fantastica, si rivela una potente allegoria morale. Il cuore freddo non è solo un oggetto magico, ma il simbolo di una trasformazione interiore: Peter, privato della capacità di provare empatia, diventa progressivamente più ricco e più solo, più potente e più disumano. La ricchezza non porta felicità, ma isolamento, violenza e perdita di senso.
Uno degli elementi più affascinanti di Il cuore freddo è il suo equilibrio tra semplicità narrativa e profondità simbolica. La scrittura è limpida, quasi cristallina, ma ogni episodio è carico di significati morali. La Foresta Nera diventa uno spazio mitico, popolato da spiriti, forze oscure e figure ambigue che riflettono le paure e i desideri dell'animo umano.
La fiaba di Hauff dialoga apertamente con il Romanticismo tedesco, ma anticipa anche riflessioni modernissime sul rapporto tra etica e successo, tra identità e denaro. Peter Munk non è un semplice personaggio fiabesco: è l'emblema di chi rinuncia alla propria umanità per ottenere riconoscimento sociale. Il cuore di pietra diventa così una metafora potente, ancora oggi incredibilmente attuale.
L'edizione bilingue di Arsenio Edizioni, con testo tedesco a fronte, valorizza ulteriormente l'opera, permettendo di apprezzare la musicalità originale della lingua di Hauff e la precisione della traduzione. È un libro che può essere letto a più livelli: come fiaba gotica, come racconto morale, come riflessione filosofica sul desiderio e sulla responsabilità.
Il cuore freddo non offre facili consolazioni, ma invita il lettore a interrogarsi su cosa significhi davvero essere felici e su quanto siamo disposti a sacrificare per il successo. Un classico breve ma densissimo, che continua a parlare con forza anche al presente.

5 film straordinari tratti dai classici della letteratura americana


5 film straordinari tratti dai classici della letteratura americana

👉 fonte: Everyeye.it

Il cinema ha spesso trovato nella letteratura americana una fonte inesauribile di storie potenti. Alcuni film non si limitano a raccontare la storia originale; la ampliano. Ecco cinque esempi di come la parola scritta abbia preso vita sullo schermo in modi straordinari.

▪️Non è un paese per vecchi (2007) di Joel ed Ethan Coen
Adattare i romanzi di Cormac McCarthy non è un'impresa semplice. La sua scrittura è asciutta e piena di silenzi che trasudano tensione. I fratelli Coen, con il loro stile, hanno saputo catturare perfettamente questo spirito, creando un film inquietante. Anton Chigurh, con la sua presenza glaciale, rimane uno dei villain più memorabili del cinema contemporaneo. La scena del lancio della moneta è diventata leggendaria, simbolo di un destino inesorabile che si abbatte sui personaggi senza pietà.

▪️America oggi (1993) di Robert Altman
Robert Altman si è confrontato con i racconti di Raymond Carver, intrecciandoli in una lunga narrazione corale. Il film esplora la vita quotidiana, le coincidenze e le interconnessioni invisibili tra persone che sembrano distanti, ma che in realtà condividono le stesse fragilità e desideri. Con un cast ampio e talentuoso, Altman ci mostra che la tragedia, il dramma e la bellezza possono nascondersi negli angoli più ordinari dell’esistenza.

▪️Blade Runner (1982) di Ridley Scott
Il mondo immaginato da Philip K. Dick in Do Androids Dream of Electric Sheep? viene reinventato da Ridley Scott con uno stile visivo che ha segnato la fantascienza per decenni. La Los Angeles del 2019, cupa e luminosa allo stesso tempo, anticipa in maniera inquietante la realtà delle metropoli moderne. Rutger Hauer, improvvisando il celebre monologo "Tears in the rain", riesce a condensare in pochi minuti tutta l'umanità e la malinconia di un futuro possibile.

▪️Stand By Me. Ricordo di un'estate (1986) di Rob Reiner
Stephen King è celebre per l'horror, ma in Stand By Me emerge il lato più intimo e umano della sua scrittura. La storia, tratta dalla novella The Body, è un ritratto nostalgico dell'adolescenza, dei sogni, delle paure e della perdita dell'innocenza. Reiner dirige con delicatezza un gruppo di giovani attori che rendono credibili emozioni universali. Ogni passo lungo i binari della ferrovia diventa metafora di un viaggio verso la consapevolezza e la crescita personale.

▪️Il Mago di Oz (1939) di Victor Fleming
La trasposizione del classico di L. Frank Baum è un esempio perfetto di come il cinema possa trasformare una storia già amata in un'esperienza nuova. Dietro le quinte, la produzione fu un vero e proprio inferno, tra cambi di regia, incidenti e complicazioni tecniche. Eppure il risultato è un capolavoro senza tempo.

Audible e Kindle sempre più vicini: arriva la funzione "Leggi e Ascolta"


Audible e Kindle sempre più vicini: arriva la funzione "Leggi e Ascolta"

👉 fonte: HD Blog

Audible, la piattaforma di Amazon dedicata agli audiolibri, ha annunciato l'introduzione dell'Immersion Reading, una nuova soluzione che promette di trasformare la fruizione dei contenuti letterari, grazie alla funzionalità Leggi e Ascolta. Si tratta di una nuova opzione accessibile nella parte alta della UI, la quale si occupa di sincronizzare in tempo reale gli ebook del catalogo Kindle con i rispettivi audiolibri, creando un'esperienza ibrida e continua per l'utente finale.
Il sistema si attiva in modo del tutto automatico all'interno dell'applicazione Audible ogni qualvolta un cliente possieda entrambe le edizioni di un medesimo titolo. Durante la riproduzione audio, il testo scorre sullo schermo evidenziando le parole in perfetta sincronia con la voce del narratore, rappresentando un netto passo in avanti rispetto alla già nota tecnologia Whispersync for Voice, che si limitava a salvare e allineare i progressi di lettura tra i due formati per permettere il passaggio dall'uno all'altro. Con il nuovo approccio immersivo, non è più necessario scegliere un formato a discapito dell'altro, ma diventa possibile fruirli simultaneamente all'interno di un'unica interfaccia ottimizzata.
Per massimizzare l'accessibilità di questa modalità, l'infrastruttura software di Amazon identifica autonomamente le corrispondenze tra gli ebook presenti nella libreria Kindle dell'utente e il database audio. Un filtro dedicato all'interno dell'app si occupa di raggruppare tutte le opere che supportano l'Immersion Reading in un'unica sezione, eliminando la necessità di ricerche manuali. Insomma, se volete unire ascolto e lettura, questa novità rappresenta esattamente quello che stavate cercando.

5 adattamenti da libro a film perfetti passati inosservati


5 adattamenti da libro a film perfetti passati inosservati

👉 fonte: Everyeye.it

Non tutti gli adattamenti cinematografici da romanzo riescono a entrare nell'immaginario collettivo, eppure molti meriterebbero di essere riscoperti. Ci sono film che, pur non avendo fatto clamore al momento dell'uscita, offrono interpretazioni originali delle opere da cui nascono.
Sono quei film che fanno capire quanto l'arte dell'adattamento possa essere creativa e a volte totalmente libera dal testo originale.
▪️Ho camminato con uno zombi (1943) è un esempio perfetto. Ispirato liberamente a Jane Eyre di Charlotte Brontë, il film prende l'ossatura gotica del romanzo e la trasforma in una storia di zombie e voodoo. Non si tratta di una trasposizione fedele, ma proprio questo lo rende affascinante. Tra tensione, mistero e riflessioni sul colonialismo, il film mostra come un libro possa diventare un universo cinematografico completamente diverso pur conservandone lo spirito. È sorprendente pensare che un classico della letteratura inglese abbia potuto dare vita a un film horror così innovativo per gli anni ’40.
▪️Oltre il giardino (1979) racconta la vicenda di Chance, un uomo semplice che viene scambiato per un genio dalla società. Il film, tratto dal romanzo di Jerzy Kosiński, diventa una satira sottile e pungente sul potere e sulle apparenze, resa indimenticabile dall'interpretazione di Peter Sellers. La scena finale, in cui Chance cammina sull'acqua, è diventata iconica, e mostra come il cinema possa aggiungere un livello simbolico al personaggio, andando oltre quello che il libro aveva osato. Questo è uno di quei casi in cui l'adattamento non tradisce, ma amplifica il messaggio originale.
▪️Casa Howard (1992), tratto dal romanzo di E.M. Forrester, esplora i mutamenti sociali tra il mondo vittoriano e la modernità. Con Emma Thompson, Anthony Hopkins e una giovane Helena Bonham Carter, il film riesce a rendere accessibili temi complessi come le differenze di classe e i rapporti umani intricati. È perfetto per chi ama storie dense di emozioni. Nonostante sia passato un po' in sordina rispetto ad altri adattamenti, resta un piccolo gioiello del cinema degli anni '90.
▪️Ragtime (1981) di Miloš Forman affronta la sfida di portare sullo schermo il romanzo di E.L. Doctorow, un'opera ricca di satira sociale e di intrecci tra personaggi reali e inventati. Il film cattura lìenergia e il ritmo del libro, pur semplificando alcune sottotrame. La capacità del film di mantenere lo spirito del libro, senza perdersi nella complessità, è una delle ragioni per cui merita di essere riscoperto.
▪️Un anno vissuto pericolosamente (1982), tratto dal romanzo di Christopher Koch, racconta gli intrighi politici in Indonesia attraverso gli occhi di due giornalisti interpretati da Mel Gibson e Sigourney Weaver. Il film privilegia la tensione narrativa e i rapporti tra i protagonisti rispetto alla complessità politica del libro, ma lo fa con grande abilità, creando momenti coinvolgenti. È uno di quei film che sorprendono chi li guarda senza aspettative, mostrando che un adattamento può funzionare anche prendendosi delle libertà creative.

giovedì 19 febbraio 2026

Attenti a quei dodici decisi a eliminare i guru della Brexit, il romanzo di Enrico Franceschini


Attenti a quei dodici decisi a eliminare i guru della Brexit, il romanzo di Enrico Franceschini
Una commedia nera tra le macerie della rottura con l’Europa

👉 fonte: la Repubblica

Comincia come una barzelletta, di quelle politicamente scorrette che si raccontavano una volta: «Ci sono un italiano, un francese e uno spagnolo». Solo che qui i protagonisti non sono tre, bensì dodici. Una «sporca dozzina» di giornalisti, otto uomini e quattro donne, di nazionalità variabile, lo stesso si può dire per l'età: tutti corrispondenti da Londra per i maggiori quotidiani del "Continente", che periodicamente si danno appuntamento al Cinnamon Club, esclusivo ristorante a due passi da Downing Street e da Westminster, noto per le colazioni di lavoro con i potenti o power breakfast. È lì che si trovano infatti quando il sipario si alza su questa storia, colti nel momento in cui nella capitale britannica si consuma la dolorosa frattura della Brexit. E proprio "romanzo della Brexit" potrebbe essere il sottotitolo di Arrivederci Londra, l'ultimo libro di Enrico Franceschini, una dark comedy surreale come la pagina di storia che dieci anni fa ha diviso l'Europa.
Tra loro c'è anche Andrea Muratori, detto Mura, vecchia conoscenza per quanti hanno seguito Franceschini non solo come storico corrispondente estero di Repubblica (dagli inizi a New York, poi Washington, Mosca, Gerusalemme e infine Londra, dove tuttora vive) ma anche nella sua parabola di romanziere. Al personaggio di Mura, ex inviato di punta di un importante quotidiano e suo alter ego letterario, l'autore aveva già dedicato la trilogia noir ambientata in Romagna e composta da Bassa marea, Ferragosto e Un'estate a Borgomarina. Ora lo ritroviamo, in una sorta di prequel ideale, sempre nei panni del giornalista con «il blazer blu e i jeans in tutte le stagioni», ma con qualche anno di meno e l'incarico di corrispondente da Londra proprio per Repubblica. Un uomo che oltre al fascino del mestiere sembra subire molto quello delle sue colleghe donne. Insieme agli altri undici cronisti europei, escogiterà un piano per eliminare uno dopo l'altro i brexitiani di ferro della capitale inglese, colpevoli ai loro occhi di aver firmato un vero e proprio "tradimento".
Senza rivelare troppo, è pur sempre un giallo per quanto semiserio, possiamo dire che ci saranno morti e feriti. Ma le pagine più esilaranti restano quelle della caccia alle vittime designate, quartiere per quartiere, con gli atroci scherzi messi in atto, i pedinamenti in coppia e la rocambolesca fine che tocca a qualcuno dei malcapitati traditori. Del resto, l'ironia è uno strumento che Franceschini dimostra di saper maneggiare benissimo. A partire dalle primissime pagine, quando ci dipinge l'Unione Europea: «Chi non vorrebbe appartenere a una simile associazione di Paesi democratici? Non a caso la lista dei candidati a iscriversi è lunga, senonché uno dei membri ha deciso di andarsene, seppure non sia del tutto chiaro dove». Fino alle sferzate a Boris Johnson, ribattezzato BoJo dai tabloid, le cui opinioni sono «variabili come le condizioni meteorologiche in Inghilterra».
E altrettanto bene riesce a mescolare il passo del romanziere con i trucchi del giornalista che sa come tenere viva l'attenzione dei suoi lettori. Anche quando non si tratta di fantapolitica, come per il suo precedente thriller Le notti di Mosca, ma di avvenimenti e personaggi reali. Se la storia del complotto ai danni dei brexitiani infatti è di fantasia, tutto il resto è stato sotto i nostri occhi nel corso dell'ultimo decennio. Dal risultato del referendum, quel beffardo 51,9 contro 48,1 dei Remain, alle prime vittime di Covid con cui si chiude il romanzo. Insieme all'augurio che un giorno i sudditi di Sua Maestà rientrino nella Ue, «perché gli inglesi appartengono all'Europa». E parafrasando una vecchia freddura sul proverbiale euroscetticismo britannico, non dobbiamo permettere che la nebbia sulla Manica isoli per sempre la Gran Bretagna.

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👉 fonte: Multiplayer.it

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