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"Un bel libro, Marcus, non si valuta solo per le sue ultime parole, bensì sull'effetto cumulativo di tutte le parole che le hanno precedute. All'incirca mezzo secondo dopo aver finito il tuo libro, dopo averne letto l'ultima parola, il lettore deve sentirsi pervaso da un'emozione potente; per un istante, deve pensare soltanto a tutte le cose che ha appena letto, riguardare la copertina e sorridere con una punta di tristezza, perché sente che quei personaggi gli mancheranno. Un bel libro, Marcus, è un libro che dispiace aver finito". [Joël Dicker in "La verità sul caso Harry Quebert"]

sabato 25 aprile 2026

Alla presentazione del libro "La Sinistra che non c'è" di Fausto Bertinotti

Alcuni scatti (ed un breve video) della presentazione del libro La Sinistra che non c'è di Fausto Bertinotti che si è tenuta questa sera a Campi Salentina (Lecce) in occasione della 25a edizione Città del Libro:






Fausto Bertinotti - La sinistra che non c'è
Fausto Bertinotti, una delle figure più influenti della politica italiana degli ultimi decenni, racconta, dalla prospettiva di un protagonista e di un osservatore in prima linea, la parabola della sinistra contemporanea. L'inizio del declino si può far risalire storicamente al crollo dell'Unione Sovietica, quando (insieme con il socialismo reale e le sue storture) viene meno un mito della Sinistra: la possibilità di un'alternativa al capitalismo. Dalla lotta rivoluzionaria si è passati così alla Sinistra riformista, che ha accompagnato il consolidamento dell'Europa sulla base delle ragioni del mercato e dei vincoli di debito, abbandonando Marx (senza superarlo) e la lotta di classe. Il neoliberismo e la globalizzazione hanno fatto il resto, relegando ai margini le voci dei lavoratori e delle lavoratrici.
Intanto, in Italia e nel mondo, la politica annegava nella spettacolarizzazione e sceglieva di parlare non secondo giustizia e verità ma alla "pancia del Paese" oppure facendo propria la lingua del mercato. Non più una politica di alti ideali ma una politica servile e di corto respiro: quando i partiti progressisti si sono allineati a questa tendenza, è venuto meno anche l'impegno in favore delle rivendicazioni del lavoro. Cosa rimane allora della Sinistra? Da dove è necessario ripartire e a cosa si può mirare? Fausto Bertinotti prova a spiegarcelo in questa lucida e penetrante analisi, attingendo alla sua esperienza diretta e alla visione maturata nella lunga militanza politica.

Editore: Rai Libri (21 maggio 2025)
Pagine: 192 pagine
ISBN-13: 9788839719294
ASIN: B0CWPQY7ND

Stefania Auci: L'alba dei Leoni


Stefania Auci: L'alba dei Leoni. La saga dei Florio, vol. 3 (Prequel)

Formato: Kindle (1.4 MB)
Pagine: 505
Editore: Casa Editrice Nord (13 gennaio 2026)
ASIN: B0G33MN2W5
ISBN-13: 9788842938361

Data di acquisto: 20 aprile 2026
Letto dal 20 al 25 aprile 2026

▪️Sinossi
1772. Bagnara Calabra è un pugno di terra rubato alla montagna, stretto tra rocce e mare. Scuro, compatto, chiuso. Ma è così, ed è la casa della famiglia Florio. Niente è facile, per loro, ogni cosa deve essere difesa con fatica e determinazione: dalla forgia di Vincenzo, uomo duro come il ferro che lavora, all'amore che Rosa, sua moglie, ha per i tanti figli che ha avuto e per i tanti che ha perso. Una vita fondata sull'orgoglio del proprio nome, sulla certezza che il presente è, insieme, un'eco del passato e la promessa del futuro. Almeno finché non arriva il destino a spezzare quei fili che sembravano così saldamente intrecciati: prima la fuga di un figlio, ribelle e sognatore, e la sua scoperta che la libertà è esaltante, ma si paga a caro prezzo; poi la natura, più matrigna che madre, che in pochi istanti sgretola case, uomini e speranze; e infine un sogno nuovo, lontano da Bagnara, in un'isola dove ci sono soldi e potere…
Perché, nel 1799, quando Paolo e Ignazio Florio arrivano a Palermo, non sanno quale sarà il loro destino, ma sanno cosa sono stati. Hanno lottato contro un padre che li voleva schiavi, contro la disperazione di chi ha perso tutto, contro le ombre delle persone amate e perdute. Una consapevolezza che segna l'intera storia dei Florio, dall'inizio alla fine.
E questo è l'inizio. Questa è l’alba dei Leoni di Sicilia.

▪️L'incipit del libro
Buio.
Se apre gli occhi, vede solo ombre fluttuanti. Al di là di esse, un mondo rovesciato.
Non può gridare; qualcosa - uno straccio, forse - gli chiude la bocca. Gli manca il respiro: ha la testa in un sacco, stretto al collo quanto basta perché non scivoli via. Le mani sono bloccate dietro la schiena da una corda che affonda nella carne. Quasi non sente più le dita. Sotto di sé, un corpo caldo, grosso, dall'odore rancido, che avanza, oscillando. Un cavallo? Un asino?
Muove freneticamente la testa, geme, singhiozza.
«Zittu!» Un colpo lo costringe a tacere. Dolore. Angoscia. Paura.
Ansima. Sta per morire, lo sente.
Mamma.
Il suo corpo non gli appartiene più, il buio lo confonde, il panico tradisce i sensi. Tiene le palpebre strette, perché vuole immaginare la luce, afferrare quell'idea per scaldarsi il cuore e ricordare la sua casa, la sua famiglia.
Singhiozza piano. In quel momento, senza peso e senza tempo, non sa nulla, non sa neppure se è ancora vivo, se quelli sono i suoi ultimi istanti prima che l'anima si stacchi dal corpo. Oppure se la sua carne sofferente si ostina a tenerlo incatenato alla vita.
Niente. Non è più sicuro di niente.


▪️La mia (brevissima) recensione
"Forse è vero che il destino esiste, e ride delle nostre scelte, e ci porta dove vuole lui, come fa il vento con le foglie secche, pensa. Forse davvero siamo degli illusi che pensano di essere padroni della vita quando non possediamo nulla di più del nostro respiro".
L'alba dei Leoni è il bellissimo prequel dell'altrettanto bellissima saga incentrata sulla famiglia Florio. Una ricostruzione che, seppur romanzata, è assolutamente ben documentata dal punto di vista storico ed attendibile.
Stefania Auci, quindi, ci fa tornare indietro nel tempo e ci porta direttamente all'alba dei tempi della famiglia Florio e, contemporaneamente, ci immerge nella Bagnara Calabra della seconda metà del 1700 costretta a fare i conti con l'estrema povertà, il brigantaggio, l'ordine sociale immutabile nel tempo e, soprattutto, il terremoto che, nel 1783, segna irrimediabilmente il destino di tutti i protagonisti del libro.
Romanzo corale, lo avrete certamente capito, che è riuscito far percepire l'asperità del paesaggio e la dura realtà quotidiana del tempo. La narrazione è fluida, rispettosa della "parte tragica" inerente il terremoto e molto intensa nella parte che riguarda i conflitti padre-figli. La scrittura, diversamente dai due volumi precedenti, è stata molto più riflessiva e passionale.
📌 Voto: 🎖️🎖️🎖️🎖️🎖️ (5 su 5)

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Leggi anche:

La classifica dei libri più venduti


Dati relativi alla settimana dal 13 al 19 aprile 2026 (Fonte: Tuttolibri del 25 aprile 2026):

1. Stefania Andreoli - Un'ottima famiglia
2. Giuseppe Conte - Una nuova primavera. La mia storia, i nostri valori, la sfida progressista per l’Italia
3. Alessandro Robecchi - Omicidi Srl
4. Enrico Galiano - Il cuore non va a dormire
5. Niccolò Ammaniti - Il custode
6. Pera Toons - Il gioco delle risate
7. A.V. - Kpop Demon Hunters. Per i fan! Libro ufficiale
8. Han Kang - La scatola delle lacrime
9. Freida McFadden - L'inquilina
10. Gianrico Carofiglio - Accendere i fuochi. Manuale di lotta e gentilezza

venerdì 24 aprile 2026

Il libro più attuale di oggi l'ha scritto una modella quarant'anni fa


Il libro più attuale di oggi l'ha scritto una modella quarant'anni fa
Si chiama Un mondo pieno di vuoto, di Suzuki Ikumi

👉 fonte: Esquire.com

Il libro più moderno e "avanti" che puoi leggere in questo momento l'ha scritto oltre quarant'anni fa una modella giapponese morta suicida. Può sembrare una sequela di provocazioni ma è tutto vero, come si dice. Lei si chiama Suzuki Izumi, e oltre a scrivere racconti di una bellezza sfolgorante e malata, è stata una protagonista della controcultura nipponica degli anni 70 e 80, attrice cinematografica e modella fotografica. Nel 1986, trentasette anni ancora da compiere, si è tolta la vita.
Il libro si chiama Un mondo pieno di vuoto, è il terzo volume che viene pubblicato da add editore per la traduzione di Ozumi Asuka: Noia terminale e Hit parade di lacrime i due precedenti, belli altrettanto. Bello è però un termine che si addice poco, con la sua composta classicità, alla letteratura di Izumi. La quale tutto è tranne che moderata, classica: piuttosto, è sconvolgente, disturbante, straniante, ecco sublime, come differenziava il vecchio Anonimo.
Izumi viene accostata a nomi monumentali della fantascienza femminile e femminista, quali Ursula Le Guin e Octavia Butler, come pure a Philip Dick, na robetta insomma. Paragoni lusinghieri ma che, ancora una volta, raccontano solo la mezza messa: leggendola si ritrovano Le Guin e Butler forse, ma in versione hentai; Dick certo, ma con un'iniezione anfetaminica à la Easton Ellis. Prima mi è scappato scritto "straniante" e in effetti forse la caratteristica principale dei suoi racconti è proprio questa, lo straniamento. Anzi, due.
Il primo straniamento è soggettivo e probabilmente involontario (possiamo supporre che una giapponese degli anni 70 scrivesse per gli europei del duemila e fischia? Non impossibile, una volta sperimentata la sua capacità visionaria, ma Occam c'impone l'interpretazione meno arzigogogolata, almeno all'inizio). E deriva dal suo provenire da una cultura fondamentalmente aliena, per quanto la si apprezzi e si possa sforzarci di comprenderla. È lo stesso straniamento che si prova davanti a certi vecchi film di Kurosawa, o a certe nuove serie TV, quando si vedono questi personaggi che si muovono a scatti, che si scambiano gesti e parole assurdi ma che si intuiscono perfettamente sensati, in un altro codice.
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Quando leggere diventa (anche) una cura, tra la "prescrizione" dei romanzi nel sistema sanitario e i percorsi di crescita personale


Quando leggere diventa (anche) una cura, tra la "prescrizione" dei romanzi nel sistema sanitario e i percorsi di crescita personale
In occasione della Giornata mondiale del libro del 23 aprile, scopriamo come la lettura si sia trasformata in biblioterapia, utile anche a gestire ansia e stress

👉 fonte: Wired

Libri da leggere non più solo come piacere, arricchimento culturale o semplice evasione: se scelti con cura e consapevolezza, i libri possono diventare (anche) strumenti terapeutici. È l'intuizione alla base della biblioterapia, una disciplina nata negli Stati Uniti negli anni '30, sviluppata nel secondo dopoguerra e oggi sempre più diffusa tra scuole, biblioteche, carceri, ospedali e perfino contesti aziendali.
Non è un caso che nel Regno Unito il programma Reading Well Books on Prescription, ideato nel 2013 dalla charity The Reading Agency, venga oggi promosso anche dal sistema sanitario nazionale (NHS). Reading Well è un programma nazionale di "libri da leggere su prescrizione", realizzato attraverso biblioteche pubbliche e librerie aderenti, che aiuta le persone a comprendere e gestire la propria salute e il proprio benessere mentale attraverso letture di qualità "certificata". I libri possono essere "prescritti" dai medici di base o da altri professionisti del settore sanitario, socio-assistenziale o del volontariato, e aiutano a gestire in particolare ansia, stress e depressione.
Il modello oggi coinvolge circa il 90% delle biblioteche pubbliche inglesi e ha raggiunto milioni di persone, mostrando impatti positivi e molto significativi: il 92% degli utenti ha dichiarato che i libri sono stati utili e l'81% che hanno contribuito a migliorare la comprensione dei propri bisogni di salute. L'iniziativa si è dimostrata particolarmente efficace nel supportare le persone durante i tempi di attesa per l'accesso a servizi specialistici.
Anche nei Paesi scandinavi la lettura guidata viene integrata nei percorsi di riabilitazione psichiatrica, mentre negli Stati Uniti cresce l'uso della narrativa nei programmi di supporto alla salute mentale e all'empatia, con studi che mostrano come la lettura, soprattutto di fiction, sia in grado di attivare le stesse aree cerebrali coinvolte nell'esperienza reale.
In Italia il fenomeno è più recente ma in espansione, con i primi percorsi strutturati nati nei primi anni Duemila e un interesse crescente anche in ambito accademico. "Esistono due approcci: la biblioterapia clinica, usata da psicologi e psichiatri per lavorare su disturbi specifici, e quella di sviluppo, rivolta a persone sane che vogliono potenziare le proprie risorse interiori", spiega Marco Dalla Valle, ex infermiere e oggi tra i principali esperti italiani (fondatore dell'Accademia di biblioterapia e docente del primo master dedicato all'Università di Verona).
Ma cosa distingue davvero la biblioterapia da un classico club del libro? "Nei gruppi di lettura si discute il testo, si interpreta, si analizza. In biblioterapia il libro è solo un mezzo: il vero obiettivo è il benessere della persona. Si lavora sulle emozioni, sulle risonanze, sulle domande che emergono. Non è importante cosa significa il libro, ma cosa smuove".
Non esistono, di conseguenza, libri universalmente "giusti". "Il modello britannico è molto orientato all'autoaiuto, ma è una visione parziale. Io scelgo i testi in base alle persone e agli obiettivi: in una RSA proporrò letture accessibili agli anziani, in carcere libri che possano essere compresi anche con livelli di scolarità bassi, in azienda posso usare anche i classici. Il punto non è il libro in sé, ma l'incontro tra quel libro e quella persona, in quel momento".
Un processo che è tutt'altro che casuale: "C'è un lavoro preciso di analisi dei bisogni, definizione degli obiettivi e selezione dei testi. La biblioterapia è strutturata, non improvvisata. E non riguarda solo i romanzi: poesia, graphic novel, racconti brevi, perfino audiolibri possono diventare strumenti di accesso. Questo permette di coinvolgere anche chi ha difficoltà di lettura, come le persone con dislessia o chi semplicemente non si è mai riconosciuto nel ruolo di lettore. E apre anche a un pubblico maschile che, per effetto di certe dinamiche e aspettative sociali e culturali, tende a orientarsi più verso saggi o romanzi storici. Resta infatti diffuso un certo pregiudizio: l'idea che i romanzi siano roba da donne e che i classici siano, in fondo, noiosi".
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giovedì 23 aprile 2026

Il 25 aprile tra i libri…


Il 25 aprile è la Festa della Liberazione: celebra la fine dell'occupazione nazifascista nel 1945 e il valore dei gruppi partigiani che lottarono dal 1943. Ci sono moltissimi libri dedicati alla Resistenza e a quella ricorrenza. Vediamone alcuni:

▪️Classici della letteratura italiana
Sono i romanzi che solitamente si studiano a scuola e raccontano la Resistenza dall'interno:
Il sentiero dei nidi di ragno (Italo Calvino, 1947)
Una questione privata (Beppe Fenoglio)
Il partigiano Johnny (Beppe Fenoglio)
La ciociara (Alberto Moravia)

▪️Memorie e testimonianze
Libri autobiografici o corali di chi ha vissuto la Resistenza
Partigiane (approfondisce il ruolo delle donne nella lotta)
Noi, Partigiani (opera corale con racconti e ricordi diretti)
Appunti partigiani (pensieri e riflessioni sulla vita partigiana)
Diari di guerra. Salice Salentino nella Resistenza (Giuseppe Scandone e Luigi Simmini)

▪️Saggi e punti di vista meno conosciuti
Per integrare la memoria con storie spesso dimenticate
Memoria Antifascista. Per comprendere il presente (Antonella Barranca e Valter Boscarello)

▪️Per ragazzi e ragazze
Titoli per avvicinare anche i più giovani al 25 aprile
Lo stivale spezzato (Annamaria Piccione)
Wolf, cane partigiano (Rosario Esposito La Rossa)
Nonno, chi erano i partigiani? (testo divulgativo per famiglie)
Lo zaino del partigiano (Pino Pace e Tatjana Giorcelli)
L’inverno delle stelle (Nicoletta Verna)
Sandro, libera tutti (Luigi Garlando)

▪️Altri romanzi consigliati
Dosolina (Mara Di Noia)

Giornata mondiale del libro, tutte le curiosità: dalla data del 23 aprile alla tradizione delle rose


Giornata mondiale del libro, tutte le curiosità: dalla data del 23 aprile alla tradizione delle rose
La giornata promossa dall'Unesco a partire dal 1996 per promuovere la lettura, la pubblicazione dei libri e la protezione della proprietà intellettuale

👉 fonte: Adnkronos

Oggi, giovedì 23 aprile, in tutto il mondo si celebra l'importanza e il potere della lettura. Per il trentesimo anno il 23 aprile è la Giornata Mondiale del Libro e del Diritto d'Autore, una giornata promossa dall'Unesco a partire dal 1996 per promuovere la lettura, la pubblicazione dei libri e la protezione della proprietà intellettuale attraverso il copyright.
La data scelta dall'Unesco non è causale, ma è invece legata a una coincidenza. Proprio in questo giorno, nell'anno 1616, morirono tre grandi scrittori: il peruviano Garcilaso Inca de la Vega (nato nel 1539), lo spagnolo Miguel de Cervantes (nato nel 1547) e l'inglese William Shakespeare (nato nel 1564).
Inoltre nel corso degli anni il 23 aprile ha visto la nascita di altre personalità del mondo della letteratura: il francese Maurice Druon (1918-2009), il russo Vladimir Nabokov (1899-1977), il colombiano Manuel Mejía Vallejo (1923-1998) e l'islandese Halldór Laxness (1902-1998), innovatore della letteratura islandese e Premio Nobel per la letteratura nel 1955. Sempre il 23 aprile, ma del 1981, è morto lo scrittore e giornalista catalano Josep Pla.
Questa ricorrenza è particolarmente sentita in Catalogna, dove coincide con la Diada de Sant Jordi (giorno di San Giorgio), conosciuta anche come Giornata dei libri e delle rose. Una tradizione di origine medievale vuole che in questo giorno ogni uomo regali una rosa alla sua donna e ricollegandosi a questa antica usanza, il 23 aprile i librai della Catalogna sono soliti regalare una rosa per ogni libro venduto.
Quest'anno, grazie all'impegno delle libraie e dei librai di ALI (Associazione Librai Italiani) e Confcommercio, le rose di Sant Jordi arrivano anche in Toscana: oggi, nelle librerie aderenti della provincia fiorentina, per ogni libro acquistato si riceverà in dono una rosa. Un gesto semplice ma ricco di significato, per ricordare che l'amore per la lettura è anche un atto di cura verso sé stessi e verso gli altri. La conoscenza è uno dei doni più preziosi che possiamo fare a noi stessi e alla comunità, e con questa iniziativa i librai (custodi e promotori di cultura) vogliono ribadirlo.

"𝓣𝓱𝓮 𝓛𝓸𝓷𝓰 𝓦𝓪𝓵𝓴" 𝓮 𝓢𝓽𝓮𝓹𝓱𝓮𝓷 𝓚𝓲𝓷𝓰 𝓬𝓱𝓮 𝓪𝓿𝓮𝓿𝓪 𝓹𝓻𝓮𝓿𝓲𝓼𝓽𝓸 𝓽𝓾𝓽𝓽𝓸


"The Long Walk" e Stephen King che aveva previsto tutto
«È una storia di guerra e lo sarà sempre. Ma l'elemento su cui ci siamo concentrati per renderla più rilevante nel mondo odierno è stato il nichilismo finanziario», racconta il regista Francis Lawrence

👉 fonte: Rolling Stone

Che sia il King è chiaro, di nome e di fatto. Ma un giorno Sua Maestà Stephen verrà studiato a scuola, non solo per la vastità della sua produzione, per il suo stile unico, ma soprattutto perché attraverso i suoi incubi ha previsto come il mondo, soprattutto quello più vicino a lui, sia destinato a marcire e, prima o poi, a esplodere. Chissà cosa ancora non ci ha raccontato, quale storia ha nel cassetto che non tira fuori per evitare una follia collettiva che la faccia avverare. Probabilmente è solo questione di tempo.
Nel mentre continuiamo a goderci film e serie tratti dai suoi racconti e novelle. La maggior parte, diciamolo, non memorabili. Negli ultimi anni, Mike Flanagan e Andy Muschietti hanno fatto più danni che altro. Invece con The Long Walk Francis Lawrence, supportato dalla scrittura di J.T. Mollner (se non avete visto Strange Darling, rimediate), ha fatto un lavoro davvero eccellente, raccontando la storia di questi ragazzi che camminano fino alla morte e finché non ne resterà solo uno, che vincerà soldi per salvare la vita alla sua famiglia e potrà esaudire un altro desiderio. Quale se lo confidano i due protagonisti (magnifici), Cooper Hoffman e David Jonsson. The Long Walk arriva nelle sale italiane il 23 aprile, distribuito da Adler Entertainment. E per l'occasione abbiamo fatto una chiacchierata, un po' meno lunga della marcia, proprio con Lawrence, che nel frattempo continua a raccontare giochi estremi con adolescenti all'ultimo sangue.
Non so se sia una coincidenza, ti trovi sempre in una specie di Hunger Games. Ma questo è diverso, perché l'impatto sociale e politico del romanzo di Stephen King è enorme. E penso che tu e J.T. Mollner abbiate fatto davvero un ottimo lavoro. Come avete approcciato questa storia? Ci ho pensato a lungo. Volevo realizzarlo per la prima volta quando ho girato Io sono leggenda, quindi intorno al 2006, 2007, ma alla fine i diritti sono andati a qualcun altro. Era una storia che amavo, che ho seguito per molto tempo e che ho sempre avuto in mente, osservando le varie versioni che andavano e venivano nel corso degli anni mentre altri cercavano di adattarla per il cinema. E alla fine è tornata da me, quando Roy Lee, il mio partner produttivo in questo progetto, ha ottenuto i diritti e me l'ha proposta. Io e J.T. ci siamo concentrati su alcune cose. Le relazioni tra i ragazzi sono il cuore della storia e volevo mantenere questo aspetto, ma volevo anche assicurarmi che lo affrontassimo da un punto di vista cinematografico e cercare di trovare un modo per renderlo visivo in termini di distanza percorsa, inteso come peso che avrebbe avuto sui ragazzi dal punto di vista fisiologico e psicologico, le loro relazioni, ciò che vedono, com'è l'ambiente circostante e tutto il resto. Quindi era importante lavorare con qualcuno come J.T., che è un regista e pensa in termini cinematografici. L'altro aspetto era quello tematico. Il romanzo è stato scritto alla fine degli anni '60 come una sorta di risposta alla guerra del Vietnam. È una storia di guerra e lo sarà sempre. Ma l'elemento su cui ci siamo concentrati per renderla più rilevante nel mondo odierno è stato il nichilismo finanziario. Che sia negli Stati Uniti o in qualsiasi altra parte del mondo, è sempre più difficile per le persone mettere il cibo in tavola, avere un tetto sopra la testa e mandare i figli a scuola. È sempre più difficile sbarcare il lunario. C'è una disperazione finanziaria globale che volevamo sfruttare per spiegare perché ragazzi come questi si possano cimentare in qualcosa di così orribile come la lunga marcia. E questo è diventato il tema centrale su cui concentrarci.
Molto attuale, specialmente nel tuo Paese in questo momento: c'è un tiranno folle che decide che le vite delle persone non valgono nulla. Tu e J.T. non potevate sapere quello che sarebbe successo negli ultimi due anni. Quando hai visto il film, diciamo un anno fa, una volta finito, qual è stata la tua reazione? Ci sembrava rilevante a causa della disperazione globale. Volevamo toccare un argomento che sentivamo non fosse solo una questione americana, ma qualcosa che sta accadendo ovunque. E, guarda, questo succede anche con la saga di Hunger Games. Suzanne Collins scrive partendo da un tema preciso, di solito perché è toccata da qualcosa che sta accadendo nel mondo. E poi, in qualche modo, diventa sempre più attuale col passare del tempo. Sta accadendo anche con il nuovo film, L'alba sulla mietitura. È sempre pazzesco vedere come i temi e le idee di un film possano evolversi. Di certo pensare oggi che possa esserci una leva obbligatoria per i giovani negli Stati Uniti è qualcosa che si avvicina a ciò che Stephen King scriveva originariamente.
The Long Walk era, come hai detto, un film cinematograficamente pericoloso, facilmente a rischio noia dato che si tratta, in effetti, di ragazzi che camminano. Invece è tutt'altro che questo, ci sono continue variazioni di ritmo, e cose sempre diverse che accadono. Come ci siete riusciti? Abbiamo capito tutto in fase di sceneggiatura. In primis bisognava guardare le storie dei personaggi e dire: "Ok, questo è il cuore della storia, le relazioni tra questi ragazzi". È il motivo per cui volevo realizzare questo film: i legami emotivi. Ci si aspetta che questi ragazzi si azzuffino, competano e si sabotino a vicenda, e invece finiscono per sostenersi l'un l'altro fino alla fine. E l'ho sempre trovato bellissimo. Insomma, sapevo che quello era il cuore. E se hai attori straordinari e scene fantastiche che legano i ragazzi, sei a metà dell'opera. E poi volevamo far sentire la distanza, il peso, i diversi tipi di esperienze che si potrebbero avere in un viaggio come questo, dando valori emotivi diversi alle sequenze. Così c'è una scena in cui camminano, il tempo è bello, ci sono la natura e i fiori, un arcobaleno, e i personaggi entrano in sintonia tra loro. E poi qualcosa di terrificante: notte fonda, ti sei addormentato, hai ricevuto due avvertimenti, te ne resta solo uno e all'improvviso affronti questa grande salita, lo zaino è pesantissimo, sei senza fiato e hai una pistola puntata alla testa, c'è una tensione estrema. Quello è sempre stato l'obiettivo, creare un crescendo. Ci ha molto aiutato rendere la prima uccisione, quella di Curly, cruda e intensa. Questi ragazzi stanno facendo una passeggiata. E poi la morte del primo ragazzo rende improvvisamente tutto molto reale, alza la posta in gioco e definisce il tono per il resto del film.
Hai menzionato i tuoi attori, un gruppo di giovani straordinari. Come li hai scelti? Quando ho iniziato a sviluppare il film e l'abbiamo presentato alla Lionsgate, con cui lavoro spesso, eravamo d'accordo sul fatto che fosse un progetto difficile, vietato ai minori, il che significa senza grandi budget. E uno dei vantaggi è che ho avuto la libertà di scegliere semplicemente i migliori attori possibili. Non si trattava di fama, non si trattava di follower su Instagram, non si trattava di nulla del genere. Solo di chi sarebbe stato il migliore. Sapevo fin da subito che volevo che Cooper interpretasse Garraty. E non l'avevo mai incontrato. Avevo lavorato con suo padre, Philip Seymour Hoffman, anni prima in Hunger Games. Così ho organizzato una videochiamata su Zoom, abbiamo chiacchierato, e ha accettato. Il resto, onestamente, è arrivato attraverso il processo di casting. David Jonsson, che non era sul mio radar, è stata la terza persona nella prima serie di provini video che ho visto. Stava leggendo per il ruolo di McVries, e ho capito immediatamente che quel ragazzo era McVries. E sentirlo recitare le scene che gli avevamo dato mi ha fatto sentire che il film avrebbe funzionato. Ho fatto un test tra David e Cooper su Zoom, ed è stato fantastico. Avevo la coppia protagonista. Da lì in poi, ho preso spunto da Coppola, ho seguito il metodo di casting che aveva usato per I ragazzi della 56ª strada, aveva in mente un gruppo di giovani attori fantastici, ma li provinava per parti diverse. Ed è più o meno quello che ho fatto io. Devo trovare un attore e dire: "Oh, ok, questa persona è interessante, ma sta facendo il provino per Barkovich. Potrebbe essere uno Stebbins migliore". E ho iniziato a scambiare i personaggi finché non abbiamo trovato gli attori giusti nei ruoli giusti. Sono tutti fantastici.
Ultima domanda su Mark Hamill. Vederlo passare al lato oscuro della Forza è molto divertente, ma credo che Luke Skywalker abbia offuscato il fatto che è anche un grande attore. Un ruolo come questo gli rende il giusto riconoscimento per la sua carriera. Per il Maggiore si trattava di decidere che tipo di persona volevo che fosse, se una versione stereotipata, un tipo rigido che urla e grida costantemente, oppure qualcos'altro. Non conoscevo Mark, ma lo avevo visto nell'ultima trilogia di Star Wars nella sua versione invecchiata di Luke Skywalker, logoro, stanco, intrigante. E sapevo anche che negli anni aveva fatto un sacco di doppiaggio. Così abbiamo fatto una videochiamata su Zoom. Lui era interessato al progetto. Parlando, mi dice che è cresciuto nelle basi militari, e mi fa: "Senti, conosco questo tipo". E tira fuori l'accento, la voce, tutto ciò che speravo e anche di più. Ma l'altra cosa che è stata davvero interessante sia per lui che per Judy Greer, che interpreta la madre di Garraty e che è un'attrice fantastica, è che abbiamo girato in ordine cronologico, ed è la prima volta che lo faccio. Di solito con attori come Mark e Judy si prepara il set, si salta da una parte all'altra e si programma il film in modo da farli venire per cinque giorni e poi rimandarli a casa. Invece entrambi sono andati e tornati nel corso delle settimane, supportando lo sviluppo psicologico dei ragazzi. Sono stati fantastici.

mercoledì 22 aprile 2026

"La sinistra che non c'è", il 25 aprile Fausto Bertinotti presenta il libro a Campi Salentina (LE)


La sinistra che non c'è, il 25 aprile Fausto Bertinotti presenta il libro a Campi Salentina (LE)

👉 fonte: Rai

Fausto Bertinotti presenta La sinistra che non c'è (Rai Libri) a Campi Salentina (Le). L'appuntamento è per sabato 25 aprile alle 19.30 alla Libreria Kartosa (Viale Stazione 5) in occasione della manifestazione Città del Libro. A dialogare con l'autore Valeria Mignone e Nicola Grasso. Fausto Bertinotti, una delle figure più influenti della politica italiana degli ultimi decenni, racconta, dalla prospettiva di un protagonista e di un osservatore in prima linea, la parabola della sinistra contemporanea.

Alcide Pierantozzi vince il Premio Wondy di letteratura resiliente 2026

Alcide Pierantozzi vince il Premio Wondy di letteratura resiliente 2026
A vincere il Premio Wondy di letteratura resiliente 2026 è Alcide Pierantozzi con Lo sbilico (Einaudi). L'autore abruzzese, fresco vincitore anche del Premio letterario Valle d'Aosta, come abbiamo raccontato è anche il nome più in ascesa all'80ª edizione dello Strega

👉 fonte: il Libraio

A vincere il Premio Wondy di letteratura resiliente è Alcide Pierantozzi con Lo sbilico (Einaudi).
Pierantozzi, fresco vincitore anche del Premio letterario Valle d'Aosta, come abbiamo raccontato è anche il nome più in ascesa in vista della finale dello Strega…
E veniamo alla nona edizione del Premio Wondy. La Giuria tecnica, presieduta da Gaia Tortora e composta da Gianni Turchetta, Luca Dini, Francesca Giannone, Chiara Moscardelli, Emanuele Nenna, Silvia Nucini, Dario Voltolini, si è così espressa nella motivazione:
Raccontando dall'interno, con spietata lucidità, la sofferenza psichica dell'autore, Lo sbilico mette in gioco la consistenza di tutto il reale. Pierantozzi sottopone il linguaggio a una tensione costante, mettendo in scena un mondo sovraccarico di percezioni, di odori, di presenze vitali e conturbanti. Forse la letteratura è l'unica resilienza possibile, perché solo le parole possono dare forma al dolore, permettendoci di vivere.
Il nome del vincitore è stato annunciato ieri sera a Milano, al Teatro Manzoni, durante la serata finale condotta da Francesca Barra, accompagnata da Alessandra Tedesco, giornalista di Radio 24.
La serata di cultura e spettacolo ha avuto ospite Arisa, che ha portato sul palco una piccola esibizione che ha messo insieme successi del passato e canzoni del disco appena uscito. Le letture di Marina Rocco e Gioele Dix hanno fatto entrare il pubblico nelle atmosfere dei romanzi finalisti.
A Pegah Moshir Pour, scrittrice e attivista iraniana per i diritti umani, è stata affidata una riflessione sulla situazione internazionale, mentre don Claudio Burgio e i ragazzi della Comunità Kayros  hanno raccontato i progetti dell'associazione che lavora sul disagio giovanile. Alcuni dei ragazzi della Comunità si sono esibiti anche con brani musicali in apertura di serata.
È stata inoltre assegnata una menzione speciale a Enzo Fileno Carabba per il libro L'arca di Noè (Ponte alle Grazie).
L'opera premiata ha ricevuto 5mila euro e una tela dell'artista Luca Tridente, le cui opere donate nelle precedenti edizioni sono state inserite nel Catalogo dell'Arte Moderna (Editoriale Giorgio Mondadori).
Le altre opere finaliste della IX edizione del Premio erano Da solo di Novita Amadei (Neri Pozza), L'alba della nostra libertà di Barbara Cagni (Fazi Editore), Donnaregina di Teresa Ciabatti (Mondadori), Casa, dolce casa di Andrea Kerbaker (Guanda) e Cartagloria di Rosa Matteucci (Adelphi).
Nel corso della premiazione il Gruppo Il Sole 24 Ore ha annunciato il nuovo premio letterario Parole nuove - Il libro nel cassetto in collaborazione con l'associazione Wondy Sono Io che debutterà nella 10esima edizione del Premio Wondy di letteratura resiliente.
Ideato per scoprire e valorizzare opere narrative inedite dedicate al tema della resilienza, "il premio si rivolge ad autrici e autori italiani e stranieri, esordienti e non, invitandoli a dare voce a storie di caduta e rinascita, trasformazione e speranza, capaci di offrire sguardi nuovi sulle fragilità individuali e collettive del nostro tempo". In dialogo ideale con il Premio Wondy, riservato a libri già editi, Parole nuove - Il libro nel cassetto "nasce per portare alla luce racconti rimasti a lungo nel cassetto e accompagnarli verso il grande pubblico": l'opera vincitrice sarà pubblicata da Il Sole 24 Ore.
Il Premio Wondy di letteratura resiliente è promosso dall'associazione Wondy Sono Io, nata con l'obiettivo di diffondere la cultura della resilienza in tutte le sue forme: "dall'attraversamento del dolore o delle difficoltà personali, fino a esperienze collettive legate alla storia e ai grandi eventi globali".
È realizzato con il sostegno di Banco BPM, main sponsor, Gruppo Lavazza e Masi Agricola. Gruppo Il Sole 24 Ore e la rivista F sono media partner. Gruppo Il Sole 24 Ore collabora con l'Associazione per la promozione dell'evento e per diffondere la cultura della resilienza attraverso la letteratura.