Incredibilmente avvincente e scritto con una prosa evocativa, Nero come il mare è un thriller dall'ambientazione spettacolare; ricco di amore in tutte le sue forme, colpi di scena sbalorditivi e paesaggi di una bellezza vertiginosa, ci parla delle scelte impossibili che dobbiamo compiere per proteggere le persone che amiamo.
«Al tempo stesso mystery avvincente, thriller psicologico e ode al mondo naturale scritta in modo squisito, Nero come il mare è un trionfo. McConaghy è magistrale nella sua abilità di mostrare le intricate connessioni tra la natura e il cuore umano, e in questo libro è al culmine delle sue capacità . Straordinario». Hannah Kent
«Un romanzo mozzafiato fatto di romanticismo, mistero e colpi di scena. Vi sconvolgerà … Adoro questo libro». Reese Witherspoon
«Affascinante, accattivante, con un ritmo serrato. Leggere questo romanzo incredibilmente evocativo e profondamente umano è come guardare le ultime persone sulla Terra mentre si preparano a lasciare una parte della loro anima nel posto più bello che abbiano mai conosciuto». The Washington Post
▪ L'incipit del libro
Rowan
Ho odiato mia madre per quasi tutta la vita, ma il volto che vedo mentre sto annegando è il suo.
Il volto che vedo al mio risveglio, invece, è un altro. È ruvido, scabro, segnato dal vento. È l'immagine che sto guardando quando all'improvviso vengo sopraffatta dal dolore, e so che l'assocerò per sempre a questa sofferenza. Ogni volta che lo rivedrò, ricorderò il bruciore lancinante mentre vengo trascinata sugli scogli, la carne viva che si apre, si scortica, la pressione che mi esplode in petto; la sensazione resterà così intensa che mi sembrerà di riviverla ancora. Rivederlo sarà come tornare. Come annegare di nuovo.
Nero come il mare, della scrittrice australiana Charlotte McConaghy, è un thriller sui generis e farlo passare per tale o cercare di catalogarlo in altri generi (comunque attinenti) è un'impresa davvero ostica.
Il libro è sì un thriller ma è molto annacquato da mystery, dramma familiare, dramma psicologico e questioni ambientali.
Anzi, soprattutto questioni ambientali. La storia si svolge tutta sulla fittizia e remota isola antartica di Shearwater (che l'autrice ha creato ispirandosi a Macquarie, isola situata fra la Nuova Zelanda e l'Antartide): qui Dominic Salt ed i suoi tre figli (Fen la femmina di 17 anni, Raff ed Orly i maschi di 18 e 9 anni) abitano nel faro dell'isola e sono i custodi di una gigantesca banca dei semi destinati, in caso di catastrofe a livello mondiale, a ricreare la biodiversità sulla Terra. La famiglia Salt, è facile intuirlo, vive completamente isolata e, per giunta, senza alcuna possibilità di comunicare con il resto del mondo (chi ha sabotato le radio e distrutto i generatori di corrente?). Durante una tempesta i Salt recuperano una naufraga: è Rowan e nasconde uno o più segreti. Il più importante dei quali è: che cosa è venuta a fare in un posto completamente sperduto ed isolato proprio mentre è in corso una inarrestabile erosione (con conseguente inabissamento) dell'isola stessa?
Il romanzo è tutto un racconto corale: ogni capitolo, come fosse una pagina di un diario, è scritto da un diverso personaggio raccontando, di conseguenza, la sua versione degli eventi. Eppure, a conti fatti, la protagonista assoluta è la natura: Shearwater è sempre presente, e con lei il mare in burrasca, il vento impetuoso ed il freddo estremo, le foche, le balente, gli aironi e tutti gli altri animali che la abitano. Charlotte McConaghy ha saputo creare un piccolo angolo di mondo davvero meraviglioso… anche nelle drammatiche fasi dell'inabissamento.
L'ambiente, perciò, non si limita a fare da semplice location ma diventa il cardine del libro e ne influenza le scelte dei personaggi. E qui è necessario fare un plauso alla scrittrice australiana: adottando uno stile molto evocativo e mettendo in secondo piano l'azione vera e propria, ha saputo donarci una magistrale descrizione di un ambiente emozionante, ma con condizioni quasi proibitive per l'uomo.
Intanto c'è da dire che la componente primaria del romanzo non è il mistero ma la dinamica interna alla famiglia Salt che, in alcune parti, rallenta vistosamente il ritmo della narrazione.
Inoltre, la trama ha tutti gli elementi del genere (una persona misteriosa che sbuca dal nulla, personaggi con segreti a più non posso, un posto isolato ed inaccessibile e, tanto per non farci mancare niente, una tomba senza nome e scavata di fresco), ma mancano sia l'indagine che la domanda chiave (chi è il colpevole di turno?). In verità , se proprio vogliamo vederla in questo modo, ad un certo punto del romanzo ne entra in scena una ancora più importante: conosciamo veramente le persone con cui viviamo quotidianamente?
In conclusione, Nero come il mare lo consiglio a chi vuole avventurarsi in un thriller diverso dal solito ed a tutti coloro che hanno voglia di cimentarsi con il sempre più difficile rapporto uomo-natura.
«Non appena mi cadde l'occhio sulle ragazze che attraversavano il parco, la mia attenzione restò fissa su di loro. Quella dai capelli neri con le sue accompagnatrici, la loro risata un rimprovero alla mia solitudine. Stavo aspettando che succedesse qualcosa, senza sapere cosa. E poi ecco».
«Le ragazze annuncia l'arrivo di una voce formidabile nella narrativa americana». Jennifer Egan
«Questo libro vi spezzerà il cuore e vi lascerà a bocca aperta». Lena Dunham
«Non so che cosa sia piú stupefacente, se la capacità di Emma Cline di comprendere gli esseri umani o la bellezza della sua scrittura». Mark Haddon
«Ma al di là del clamore che ha suscitato, questo romanzo è davvero cosà bello? Preparatevi a ingoiare il vostro scetticismo». The Washington Post
▪ L'incipit del libro
Alzai gli occhi per via delle risate, e continuai a guardare per via delle ragazze.
Notai prima di tutto i capelli, lunghi e spettinati. Poi i gioielli che brillavano al sole. Erano in tre, così lontane che vedevo solo la periferia dei loro lineamenti, ma non importava: capii subito che erano diverse da tutte le altre persone del parco. Famiglie che ciondolavano, vagamente in fila, aspettando che fossero pronte le salsicce e gli hamburger messi a cuocere sulla griglia. Giovani donne in camicia a scacchi che correvano a stringersi al fianco dei fidanzati, bambini che lanciavano gemme di eucalipto ai polli dall'aria selvatica che infestavano il vialetto. Le ragazze dai capelli lunghi sembravano scivolare su tutto quello che le circondava, figure tragiche e isolate. Come una famiglia reale in esilio.
▪ La mia recensione
"La realtà della nostra esistenza ci rendeva sprezzanti, ansiosi di distruggere ciò che sembrava permanente".
Questo romanzo d'esordio della statunitense Emma Cline è molto spiazzante. A vedere la copertina ed a leggere che la trama è ispirata alle reali vicende di Charles Manson (e della sua "Famiglia Manson") sembra di trovarsi di fronte ad un thriller in piena regola. Ma non è così…
Durante l'estate californiana del 1969, Evie, quattordicenne sfiduciata ed in procinto di partire per il college, resta estasiata da un gruppo di cenciose ragazze poco più grandi di lei che subiscono l'influenza negativa di Russell, misterioso leader di una eccentrica setta hippie e di veri e propri "scappati di casa". Riesce ad avvicinarle ed a farsi accettare nella loro setta… ma per lei, da qui in poi, sarà tutta una inesorabile discesa verso un inferno di droga, sesso, violenza, furti e manipolazione psicologica.
Emma Cline ha utilizzato uno stile molto evocativo in grado di "farci vedere" sia le classiche insicurezze del periodo adolescenziale, che la rassegnazione dell'età adulta (la storia è tutta incentrata su una Evie ormai adulta che ripensa a quei giorni andati).
Il personaggio di Evie è perfettamente caratterizzata: non ci viene mostrata come una "vittima" ma, il suo interesse per la comunità di Russell, scaturisce soltanto dalla sua solitudine e, di conseguenza, dal suo desiderio di esser "vista" e di far parte di un qualcosa.
Ma per Le ragazze, purtroppo, non è tutto oro quel che luccica.
Partiamo direttamente dagli altri personaggi. Tutti (compresa la coprotagonista Suzanne di cui Evie è infatuata) risultano poco approfonditi. Alcune delle ragazze della comunità di Russell mi hanno dato l'impressione di esser state messe lì solo per far numero…
Il ritmo narrativo. Se vi avvicinate a questo romanzo aspettandovi, da subito, omicidi e sangue che scorre a fiumi resterete delusi. La storia, che come ho detto poc'anzi è raccontata in prima persona dalla protagonista ormai adulta, è lentissima e si concentra parecchio sulle sue impressioni e sulle sue disillusioni.
A questo punto la domanda sorge spontanea: Le ragazze può davvero considerarsi un thriller?
La mia risposta è una sola: NO!
Per carità , alcuni degli "ingredienti" tipicamente appannaggio del thriller ci sono tutti: la manipolazione psicologica, l'ambiguo leader della setta e la costante sensazione di minaccia. Però mancano completamente gli elementi cardine del genere: la tensione, l'indagine ed i colpi di scena. In questo romanzo, già dalla prima pagina, sai già cosa ne sarà di Evie, sai già cosa succederà e sai già chi è il responsabile della violenza che si scatenerà a fine libro.
Quindi, per come la vedo io, Le ragazze è solo un nostalgico romanzo di formazione in un ambiente malsano. È il racconto di una ragazza fragile che, cercando visibilità , finisce nel posto sbagliato.
Infinite Jest, il romanzo-labirinto spiegato con una mappa
C'è un problema con Infinite Jest. Non si legge. Si attraversa. Come una città senza segnaletica, dove le strade cambiano nome a metà e le mappe sono state strappate
Il progetto segnalato da FlowingData (Visual Guide for Infinite Jest) prova a fare una cosa molto semplice e insieme radicale: prendere un romanzo e trattarlo come un dataset. Christian Swinehart ha realizzato una sorta di guida visuale al romanzo di David Foster Wallace
Il risultato non è una recensione. È una radiografia.
Wallace scrive più di mille pagine, dissemina centinaia di personaggi, spezza il tempo narrativo e poi lo ricuce con note a piè di pagina che funzionano come cunicoli laterali. Leggere diventa un esercizio di orientamento. Qui entra la visualizzazione. Ogni personaggio diventa un nodo, ogni relazione un arco, ogni segmento narrativo una coordinata. Il libro si trasforma in un grafo. Non più sequenza, ma sistema.
È un cambio di paradigma che assomiglia a quello visto nell'informatica quando si passa dal codice all'architettura. Il testo è il codice. La mappa è il sistema. E il sistema rivela quello che la pagina nasconde.
Nella visualizzazione emergono gerarchie invisibili. Alcuni personaggi si comportano come hub di rete, catalizzatori di connessioni. Altri restano periferici, satelliti isolati. Le linee narrative si aggregano in cluster che si sfiorano e poi si allontanano. Il tempo smette di essere una linea e diventa una superficie deformata. Le note, che nel libro sembrano deviazioni, qui appaiono per quello che sono: estensioni strutturali, quasi frattali.
Il punto non è semplificare. È comprimere la complessità in una forma leggibile. Come trasformare un rumore bianco in un segnale.
Dentro questa operazione c'è una tendenza più ampia. La letteratura, quando diventa troppo densa, si presta a essere tradotta in dati. I romanzi diventano reti. I personaggi diventano entità computabili. Le trame diventano strutture analizzabili. Non è un tradimento del testo. È un secondo livello di lettura.
Una specie di Google Maps per libri impossibili.
La mappa non sostituisce l'esperienza. Non restituisce la voce, il ritmo, l'ironia. Ma permette di vedere la forma. E la forma, in un oggetto come Infinite Jest, è già metà del significato.
Il resto resta lì. Nelle mille pagine. Dove perdersi continua a essere parte del gioco
Un virus ha cancellato quasi tutta l'umanità . Le città sono diventate luoghi da evitare, la fiducia è un lusso e sopravvivere significa imparare a vivere con pochissimo. Eppure, nel cuore di The Dog Stars. Le stelle del cane, il vero problema non è resistere alla fine del mondo, ma capire che cosa rimane dell'essere umano dopo la fine.
Il nuovo film di Ridley Scott porta sul grande schermo il romanzo di Peter Heller, pubblicato nel 2012 e conosciuto in Italia come Le stelle del cane. Jacob Elordi interpreta Hig, un giovane pilota sopravvissuto alla pandemia che vive in una base isolata insieme al più pragmatico Bangley, interpretato da Josh Brolin. Una misteriosa trasmissione radio, però, riaccende la possibilità che là fuori esista ancora qualcosa per cui valga la pena rischiare tutto. 20th Century Studios ha fissato l'uscita statunitense del film al 28 agosto 2026.
Dietro l'apparenza di un grande thriller post-apocalittico, però, c'è un romanzo che usa la catastrofe per raccontare soprattutto lutto, solitudine, natura e bisogno degli altri. Ed è forse proprio questo a rendere l'incontro tra Heller e Scott particolarmente interessante.
Peter Heller immagina un futuro vicinissimo al nostro nel quale una pandemia influenzale ha eliminato gran parte della popolazione mondiale. Hig è uno dei sopravvissuti.
Prima della catastrofe aveva una moglie, una vita e un futuro che sembrava prevedibile. Adesso abita in un vecchio aeroporto del Colorado, vola con il suo piccolo aereo e condivide il territorio con Bangley, uomo armato e disilluso che ha trasformato la prudenza in regola di sopravvivenza. Accanto a Hig c'è anche Jasper, il suo cane.
La vita si riduce a gesti ripetuti: controllare il perimetro, volare abbastanza in alto da avvistare eventuali minacce, procurarsi il necessario, evitare gli sconosciuti. Ma Heller introduce immediatamente una differenza essenziale tra i suoi due protagonisti. Bangley vuole restare vivo, Hig vuole ancora vivere. Ed è una distinzione che cambia completamente il significato del romanzo.
Sopravvivere non basta. La narrativa post-apocalittica spesso pone una domanda immediata: come riusciremo a sopravvivere se il mondo collassa?
Non rappresenta semplicemente la possibilità che esistano altri sopravvissuti. Rappresenta la possibilità che il mondo non sia finito completamente. Il viaggio di Hig nasce quindi da qualcosa che, nel mondo di Bangley, potrebbe essere considerato un errore: la speranza.
Nel film, Hig avrà il volto di Jacob Elordi, mentre Josh Brolin interpreterà Bangley. Il cast comprende inoltre Margaret Qualley, Guy Pearce, Benedict Wong e Allison Janney.
Bangley rappresenta l'altra possibilità . Per lui ogni sconosciuto è una minaccia potenziale e ogni esitazione può diventare fatale. Non è semplicemente cinico: è qualcuno che ha adattato perfettamente il proprio comportamento alle regole della nuova realtà .
La tensione tra i due non riguarda quindi soltanto come sopravvivere, ma quale tipo di persona bisogna diventare per riuscirci.
La regia di Ridley Scott rende il progetto particolarmente curioso. Scott ha costruito una parte importante del proprio cinema intorno a esseri umani collocati in ambienti ostili: lo spazio di Alien, le metropoli futuristiche di Blade Runner, il pianeta desolato di The Martian o i mondi attraversati dalle sue grandi epopee storiche.
In The Dog Stars, però, l'ambiente ostile coincide con qualcosa di familiare. Il Colorado esiste ancora, il cielo è ancora azzurro, le montagne sono ancora lì, il problema è che quasi tutti gli esseri umani sono scomparsi.
È un punto di partenza perfetto per Scott: uno spazio enorme e visivamente spettacolare nel quale la presenza umana è diventata quasi un'anomalia.
Nel romanzo, Jasper non è soltanto il cane del protagonista. È uno dei legami più importanti rimasti a Hig. Dopo aver perso la moglie e gran parte del mondo conosciuto, il rapporto con l'animale rappresenta una continuità con ciò che significava avere una casa, una famiglia, qualcuno da aspettare e da proteggere. Per questo il titolo originale, The Dog Stars, acquista una sfumatura particolarmente malinconica. In un universo svuotato, ciò che mantiene Hig ancorato alla vita non sono soltanto le armi o l'aereo. Sono i legami.
La presenza di Jasper ricorda costantemente che l'affetto può sembrare inutile dal punto di vista della sopravvivenza pura, ma è proprio ciò che impedisce al protagonista di trasformarsi completamente in una macchina programmata per restare viva.
Un'altra particolarità del romanzo è che la fine della civiltà non coincide con la fine del mondo naturale. Anzi: quando gli esseri umani scompaiono, la natura continua. Heller descrive paesaggi, voli, fiumi, montagne e stagioni con una sensibilità che rende la catastrofe quasi paradossale: la fine dell'umanità non significa necessariamente la fine della bellezza.
Hig, però, continua a osservare la natura non come semplice risorsa, ma come qualcosa capace di offrirgli ancora un'esperienza estetica e spirituale. Questo aspetto potrebbe trovare nel cinema di Scott una traduzione particolarmente potente. Il contrasto tra paesaggi vastissimi e pochissimi esseri umani può restituire visivamente la sensazione fondamentale del libro: essere rimasti vivi dentro un mondo che sembra già aver imparato a fare a meno di noi.
Il vero movimento della storia comincia da una voce. Hig intercetta una trasmissione radio proveniente da una zona distante e conserva quel ricordo per anni, non sa con certezza chi ci fosse dall'altra parte, non sa se qualcuno sia ancora vivo, non sa neppure se raggiungere quel luogo sia possibile. Eppure decide di partire.
Hig sceglie quindi l'incertezza, la possibilità di incontrare qualcuno, la possibilità di essere deluso, la possibilità di morire e, proprio per questo, la possibilità di ritrovare qualcosa che assomigli alla vita.
La memoria può diventare allora contemporaneamente rifugio e prigione. Ricordare la moglie significa conservarla, ma significa anche continuare a misurare ogni giornata rispetto a qualcosa che non tornerà .
Il viaggio verso la voce captata alla radio può essere letto proprio come il tentativo di smettere di vivere esclusivamente nel passato. Non dimenticare, ma accettare che essere sopravvissuti comporti anche una responsabilità : decidere che cosa fare del tempo che rimane.
La sceneggiatura è firmata da Mark L. Smith, già autore di storie nelle quali sopravvivenza fisica e conflitto umano convivono in ambienti estremi. Scott figura inoltre tra i produttori insieme a Michael Pruss, Smith e Cliff Roberts, mentre lo stesso Peter Heller è coinvolto come executive producer.
Naturalmente un film dovrà comprimere una parte dell'introspezione del romanzo. La scrittura di Heller vive molto nella voce di Hig, nel modo in cui ricorda e osserva il mondo. Il cinema dovrà trasformare quel flusso interiore in immagini, silenzi e relazioni.
Il trailer e la presentazione ufficiale sembrano insistere maggiormente sulla componente thriller e sul viaggio nell'ignoto, ma il vero banco di prova sarà capire quanto dell'anima malinconica del libro riuscirà a sopravvivere alla scala spettacolare del film.
Per l'Italia, il materiale promozionale mostrato annuncia Le stelle dopo la fine dal 26 agosto al cinema, quindi con un'uscita anticipata rispetto a quella americana.
Ma più della pandemia o dello spettacolo post-apocalittico, sarà interessante vedere se Scott conserverà il pensiero che rende il romanzo di Peter Heller così particolare. La fine del mondo può insegnare a difendersi, può insegnare a sospettare, può trasformare ogni incontro in una minaccia.
Detective insofferenti alle gerarchie e alle regole che però risolvono sempre i loro casi mettendo ordine al caos. Ma è un ordine fittizio e al servizio del sistema
Il meccanismo è sempre uguale. Questi personaggi vendono al lettore la trasgressione come merce pregiata, in un contesto in cui l'aderenza alle regole è vista come ingenuità o peggio. Ma la funzione narrativa che svolgono è l'esatto opposto: sono i più efficaci restauratori d'ordine in circolazione, camuffati da ribelli. Il lettore, accettando quel travestimento, si sente scaltro, disincantato, dalla parte del bastian contrario. E intanto si allena a credere che il caos abbia sempre una soluzione, un nome, un volto da ammanettare nell'ultimo capitolo.
Non è una coincidenza che due o tre tra le firme di maggior peso del giallo italiano contemporaneo vengano dalle file della magistratura o della polizia. Il dato è curioso, ma il punto non è chi scrive il libro, è quale patto stringe col lettore ancor prima che apra la prima pagina: caos iniziale, metodo, colpevole isolato, ordine restaurato. Un rito che si ripete identico da un secolo, a prescindere da chi lo confeziona, e proprio per questo più interessante come fenomeno collettivo che come biografia individuale.
Non tutto il genere si è prestato docilmente al rito. Esiste una tradizione italiana, minoritaria ma non marginale, che il giallo lo ha attraversato solo per smontarlo: un romanzo che comincia come inchiesta di mafia e finisce per mostrare che il potere vero resta fuori dalla portata del magistrato; un romanzo tra i più alti del Novecento italiano che rifiuta di chiudere il caso, lasciando il colpevole a piede libero. Eccezioni illustri che confermano, più che smentire, quanto sia raro un giallo che non restauri nulla.
Le indagini della grafologa Bea Navarra nei gialli di Nunzia Scalzo
Dalla Sicilia una nuova protagonista del noir italiano, la grafologa Bea Navarra, nata dalla fantasia di Nunzia Scalzo, che dopo La regola dell'ortica è tornata con Il ragno nella tela
C'è una nuova protagonista nel noir italiano contemporaneo, la grafologa Bea Navarra, nata dalla fantasia di Nunzia Scalzo, che dopo il successo di La regola dell'ortica è tornata, sempre per Feltrinelli, con Il ragno nella tela.
Grafologa forense a sua volta, e giornalista, Nunzia Scalzo è "nata per caso in Germania da genitori siciliani", e vive e lavora proprio in Sicilia. Dopo la laurea in Filosofia all'università di Catania, si è perfezionata in Filosofia del linguaggio.
Scalzo ha due passioni: quella per il giornalismo e la scrittura (è infatti direttrice editoriale del settimanale regionale I Vespri e collaboratrice delle pagine culturali dell'edizione di Palermo di la Repubblica), e quella per la grafologia forense (dal 2003 è iscritta al Tribunale di Catania e ha lavorato a migliaia di casi).
E veniamo a Il ragno nella tela, seconda indagine di Bea Navarra, che porta nella Sicilia più oscura: "Questa famiglia raggiungerà la pace e la serenità solo quando il diavolo sarà schiacciato. Non fidarti di chi ti è più vicino, non è mai quello che sembra". A trovare il sinistro messaggio nascosto dietro un quadro è la baronessa Giacinta Luce Di Gregorio. Nell'isolamento della sua villa immersa tra le colline di Caltagirone, la donna sta cercando di superare una serie di lutti che l'hanno colpita di recente, e adesso ecco queste parole velenose.
Chi le ha scritte? Chi è il diavolo da eliminare? E cosa significa la sequenza alfanumerica in greco antico che le accompagna? È una minaccia travestita da maledizione?
Giacinta, però, sembra restia a concedere documenti e informazioni. Insieme all'amico giornalista Domenico Grimaldi, a Erina, l'amica affilata e irresistibile, e grazie a una dritta di suo figlio Teo, studioso di astrofisica e buon conoscitore del deep web, Bea finisce per trovarsi al centro di una rete di menzogne che intreccia passato e presente, sangue e denaro, amore e vendetta.
Analizzando ogni grafia, ogni firma, ogni carta, Bea cerca di ricostruire una sorta di mappa familiare fatta di testamenti falsi, morti sospette e segreti troppo a lungo custoditi…
Cinque distopie e romanzi sci-fi da recuperare assolutamente se ami le storie che fanno riflettere sul futuro
Cinque romanzi di fantascienza da recuperare assolutamente. Dalle distopie post-apocalittiche al cyberpunk, passando per racconti che interrogano identità , tecnologia e societÃ
Ogni grande distopia nasce da una domanda che riguarda il nostro tempo. C'è chi immagina società controllate dall'informazione, chi riflette sull'immortalità tecnologica, chi esplora il rapporto tra esseri umani e intelligenza artificiale o mette in discussione il concetto stesso di identità . È proprio questa capacità di osservare il presente attraverso il futuro che rende questi romanzi ancora oggi così attuali. Leggerli significa entrare in mondi lontani, ma uscirne con uno sguardo nuovo sul nostro.
Hugh Howey costruisce una storia che cresce pagina dopo pagina, trasformando un thriller post-apocalittico in una riflessione sul controllo dell'informazione, sulla paura e sul prezzo della libertà . È un romanzo che ricorda quanto ogni sistema fondato sul silenzio abbia bisogno di qualcuno disposto a cercare la verità , anche quando questa rischia di distruggere tutto ciò che credeva di sapere.
Se il corpo fosse soltanto un involucro sostituibile, cosa rimarrebbe davvero della nostra identità ? Altered Carbon parte da questa domanda e costruisce un futuro in cui la coscienza può essere trasferita da un corpo all'altro, rendendo la morte quasi un dettaglio tecnico. Takeshi Kovacs, ex soldato trasformato in investigatore, viene incaricato di risolvere un omicidio in una metropoli dominata dalla corruzione, dove l'immortalità è un privilegio riservato a pochi.
Richard K. Morgan fonde il noir con il cyberpunk in un romanzo duro, violento e profondamente filosofico. Dietro l'azione e le atmosfere decadenti si nasconde infatti una riflessione sul potere economico, sulla disuguaglianza e sul significato stesso della vita quando la morte perde il suo valore. È una lettura che continua a dialogare con il presente, interrogandosi su quanto la tecnologia possa amplificare le ingiustizie invece di eliminarle.
Neuromante pubblicato nel 1984, il romanzo di William Gibson ha definito l'immaginario cyberpunk prima ancora che Internet entrasse nella vita quotidiana, immaginando un mondo in cui il cyberspazio, le multinazionali e l'intelligenza artificiale ridefiniscono ogni aspetto dell'esistenza.
Seguendo le vicende dell'hacker Case, Gibson costruisce una narrazione complessa, visionaria e sorprendentemente attuale. Più che un semplice romanzo di fantascienza, Neuromante invita a riflettere sul rapporto tra essere umano e tecnologia, sull'identità nell'era digitale e sulla progressiva dissoluzione del confine tra realtà fisica e virtuale. Molte delle domande che oggi ci poniamo sull'intelligenza artificiale e sulla vita online erano già racchiuse, in forma narrativa, tra le pagine di questo classico.
Dietro lo pseudonimo James Tiptree Jr. si nascondeva Alice Sheldon, una delle voci più originali della fantascienza del Novecento. Questa raccolta riunisce alcuni dei suoi racconti più importanti, nei quali viaggi spaziali, alieni, futuri alternativi e società immaginarie diventano strumenti per esplorare questioni profondamente umane come il genere, l'identità , il desiderio, il potere e il rapporto con l'alterità .
La forza di questi testi sta nella capacità di mettere continuamente in discussione il punto di vista del lettore. Ogni racconto apre uno scenario diverso, ma tutti condividono la volontà di interrogare ciò che consideriamo normale, mostrando quanto la fantascienza possa diventare un laboratorio privilegiato per riflettere sulla società contemporanea. Una lettura ideale per chi cerca idee potenti più che semplici avventure nello spazio.
Che cosa succederebbe se il futuro riuscisse a risolvere tutte le crisi materiali dell'umanità , ma al prezzo di svuotare completamente le emozioni? È il cuore di Svegliati!, romanzo in cui Boris Akunin immagina una coppia che attraversa il tempo grazie alla crioconservazione. Al loro risveglio, oltre un secolo dopo, il mondo sembra finalmente perfetto: guerre, epidemie e disuguaglianze appartengono al passato. Eppure qualcosa di fondamentale è andato perduto.
La donna della domenica: il primo imperdibile giallo della "ditta" Fruttero & Lucentini
Nel 1972 viene pubblicato La donna della domenica, un giallo letterario firmato dalla "ditta" composta da Carlo Fruttero (1926-2015, di cui ricorre il centenario dalla nascita) e Franco Lucentini (1920-2002), ambientato in una Torino (la "città meno nota d'Italia") scottata da un'estate precoce. Tra omaggio e parodia del genere poliziesco, le pagine del romanzo scorrono in un ritmo frenetico, fatto di piste da seguire, tracce da analizzare e interrogatori da condurre, per scoprire la verità sul caso Garrone, un avvocato da quattro soldi ucciso con un arma decisamente particolare. E, come indiziati, una carrellata infinita di tipi umani…
Prendete la Torino degli anni '70, riservata e con un po' di puzza sotto il naso. Prendete un avvocato fanfarone, un po' marpione e con il pallino per gli affari loschi. E poi un gruppo di persone della Torino bene, che l'avvocato proprio non lo può sopportare, eppure non riesce a non avercelo intorno: una macchietta che un po' li fa sorridere e un po' riesce a farli sentire meglio con loro stessi.
E poi prendete, ecco, come dire, un fallo di pietra, copia di chissà quale manufatto religioso di arte antica, usato come arma del delitto per il già citato avvocato e avrete un giallo perfetto, pieno di piste da seguire, tracce da analizzare, interrogatori da condurre…
Tutto questo è La donna della domenica, giallo letterario pubblicato per la prima volta nel 1972 da Mondadori e firmato dalla coppia Carlo Fruttero (1926-2015, di cui ricorre il centenario della nascita) e Franco Lucentini (1920-2002), un sodalizio letterario nato nel dopoguerra, tra le stanze di Einaudi, in via Biancamano, proprio nel capoluogo piemontese.
Redattori, romanzieri, traduttori (tra i primi in Italia ad occuparsi di autori dal calibro di Jorge Luis Borges, Samuel Beckett e J.D. Salinger, tra gli altri), la "ditta" F&L (così erano soliti farsi chiamare) avanzerà nella seconda metà del '900 su binari anche molto diversi, arrivando ad occuparsi di fumetti, teatro e radioteatro, TV, fantascienza (diressero la celebre collana Urania di Mondadori, portando in Italia autori legati al genere come H.P. Lovecraft, ma anche l'irriverente Douglas Adams) e, ovviamente, di gialli.
La donna della domenica è il primo romanzo a portare la firma F&L: è il '65 e i due stanno curando un'antologia di racconti, quando a uno di questi vengono meno i diritti; Fruttero abbozza su un foglietto l'incipit di un litigio di coppia, ambientato a Parigi.
Ed è proprio quella città in cui Lucentini "scorgeva in ogni angolo un quadro di de Chirico", a essere protagonista assoluta durante la caccia all'assassino.
Non è un azzardo il riferimento al pittore. La Torino che ci viene presentata è una città fumosa, accaldata da un'estate precoce, imbottigliata dal traffico e da una carrellata infinita di tipi umani.
"Una doppia immagine di ordinata noia, come se la dinastia dei Savoia, costruendo le sue piazze geometriche e i suoi viali ripetitivi, avesse intuito la dinastia degli Agnelli e presagito, con la tipica clairvoyance dei poveri di spirito, la continuità delle catene di montaggio Fiat: la grande tradizione del prevedibile".
Come si può notare, la cifra stilistica di questa storia è l'ironia, a cui nessuno sembra sfuggire, nemmeno i personaggi principali della vicenda.
Primo tra tutti il commissario siciliano Santamaria (un po' caricatura parodistica, un po' innovazione), che "attraverso i suoi incontri mondani, il suo orecchio infallibile per le ironiche ambiguità torinesi", permette al romanzo "di allargarsi a ventaglio in un complesso e ambizioso intreccio di costume".
Ecco che La donna della domenica appare quasi come una parodia di giallo, una parodia di un genere che però i due autori amano molto (e lo si nota dai sapienti colpi di scena, dall'uso puntuale di termini legati al poliziesco e da espedienti classici, come la giovane donna annoiata che si butta a capofitto nell'indagine per stare più vicina al commissario, per fare solo un esempio).
Una parodia, ancor più che il lettore è messo al corrente di tutto, mentre chi cerca non sa quasi nulla. Che mette chi legge in una posizione di vantaggio assolutamente irresistibile: verrebbe voglia di prendere il commissario Santamaria, scuoterlo per le spalle e dirgli "guardi che si sta complicando la vita, la soluzione è proprio lì".
Una menzione speciale va fatta alla costellazione di dialoghi, fatti di botta e risposta sagaci, talmente veloci che sembra inevitabile non sentirseli nelle orecchie, un brusio di sottofondo che si evolve nel chiacchiericcio dei passanti per strada, nei costanti lavori nella città piemontese, nei clacson delle macchine, sempre più immersi in un mistero che non sembrerebbe avere voglia di svelare le sue carte.
Arrivati a metà libro quasi ci si dimentica dell'avvocato, delle piste, degli indizi, si vuole solo continuare a girare per la città accaldata sulle volanti della polizia, spiare i dialoghi dei personaggi, avere ancora più dettagli sulle loro vite.
"Che ne poteva, lui, se dietro ogni parola detta da un torinese era legittimo vedere il balenio di uno specchietto allusivo, beffardo?".
È a questo punto che il giallo si fa letterario: un espediente per raccontare un "ricchissimo, sfaccettato, inedito urbano".
Nei suoi occhi c'è la morte. Nella mia vita ne ho viste abbastanza per riconoscere il pericolo in cui mi trovo. Quest'uomo non aspetterà una spiegazione. Non mi lascerà nemmeno il tempo di riprendere fiato. Metterà fine alla mia vita.
Soltanto io e lui in questo spazio soffocante, claustrofobico. Si è accertato che fosse così, mi ha pedinato fino al momento in cui non c'era più nessuno, poi ha chiuso la porta alle nostre spalle. E adesso siamo qui.
Può fare di me quello che vuole. Nessuno sa dove sono.
Il mio naso è sbucciato, forse anche rotto. Il sangue mi cola dalle narici in due caldi rivoli che sgocciolano sulle labbra. Ha un sapore metallico. Allungarmi un pugno sul naso è stata una delle prime cose che ha fatto, prima ancora di salutarmi. È stato il suo modo per farmi capire che fa sul serio.
«Ti spezzerò tutte le ossa», sibila.
▪ La mia recensione
"Dicono che la pioggia porti fortuna, il giorno delle nozze. Sposa bagnata, sposa fortunata. E sposa minacciata? Non penso proprio. Però so bene come affrontare quello stronzo".
La trama è semplice semplice: anche nel giorno del suo matrimonio Millie non può stare tranquilla… qualcuno la vuole morta prima del fatidico "sì". Da qui in poi vedremo tutto un susseguirsi di tensione, sospetti e… colpo di scena finale!