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"Un bel libro, Marcus, non si valuta solo per le sue ultime parole, bensì sull'effetto cumulativo di tutte le parole che le hanno precedute. All'incirca mezzo secondo dopo aver finito il tuo libro, dopo averne letto l'ultima parola, il lettore deve sentirsi pervaso da un'emozione potente; per un istante, deve pensare soltanto a tutte le cose che ha appena letto, riguardare la copertina e sorridere con una punta di tristezza, perché sente che quei personaggi gli mancheranno. Un bel libro, Marcus, è un libro che dispiace aver finito". [Joël Dicker in "La verità sul caso Harry Quebert"]

martedì 3 febbraio 2026

Ian McEwan: Quello che possiamo sapere


Ian McEwan: Quello che possiamo sapere

Titolo originale: What We Can Know
Formato: Kindle (867 KB)
Pagine: 376
Editore: Einaudi (4 novembre 2025)
ASIN: B0FV28L7BY
ISBN-13: 9788858449707

Data di acquisto: 27 gennaio 2026
Letto dal 27 gennaio al 3 febbraio 2026

▪️Sinossi
Nell'ottobre del 2014, durante una cena tra amici, il grande poeta Francis Blundy dedica alla moglie Vivien un poema che non verrà mai pubblicato e di cui si perderanno le tracce. Un secolo più tardi, in un mondo ormai in gran parte sommerso dopo un Grande Disastro, lo studioso di letteratura Thomas Metcalfe scopre degli indizi che puntano a un intreccio amoroso e criminale. Ma che ne sappiamo degli uomini e delle donne del passato, con le loro passioni e i loro segreti? E che sapranno i nostri discendenti di noi e del mondo guasto che gli lasceremo in eredità?
«Un potente omaggio a un'epoca perduta… e una splendida raffigurazione di cosa significhi cercare legami umani nelle parole e fra le pagine». Library Journal
Nel maggio del 2119 Thomas Metcalfe, studioso di letteratura del periodo 1990-2030, si reca per l'ennesima volta alla biblioteca Bodleiana per consultarne gli archivi, a lui arcinoti, nel tentativo di scovare qualche scampolo di informazione inedita sull'oggetto dei suoi interessi, la fantomatica "Corona per Vivien" del grande poeta Francis Blundy, mai ritrovata. Il viaggio è disagevole, ora che la Bodleiana è stata trasferita nella Snowdonia, nel Nord del Galles, per sottrarre il suo prezioso contenuto alle acque che, dopo il Grande Disastro e l'Inondazione che ne seguì, sommersero l'originaria sede, a Oxford, e gran parte della terra. Ma gli abitanti del XXII secolo, sopravvissuti a quella catena di eventi, sono avvezzi al disagio e alla penuria, e inclini a guardare alla ricchezza e alla varietà del mondo precedente ora con rabbia ora con sognante nostalgia. Forse anche così si spiega l'ossessione di Metcalfe per il poemetto perduto. Miracolo di costruzione poetica, la Corona di Blundy fu composta poco più di cent'anni prima, nel 2014, in occasione del compleanno della moglie Vivien, e recitata un'unica volta durante i festeggiamenti presso il Casale dei Blundy, in un tripudio di vini e cibi deliziosi e ora introvabili, alla presenza della loro cerchia di amici. Facendo riferimento al celebre banchetto del 1817, cui parteciparono Keats e Wordsworth, l'evento fu successivamente definito Secondo Immortal Convivio. La profusione di diari, corrispondenze e messaggi disponibili racconta delle correnti di amore e invidia che attraversavano tutti i partecipanti, del primo marito di Vivien, il liutaio Percy, e della malattia degenerativa che si era impossessata del suo cervello, delle ambizioni represse della donna. Ma dell'agognata Corona per Vivien neanche l'ombra. Che fine ha fatto la sublime poesia della cui stessa esistenza ormai i più dubitano? Quale verità si cela dietro la sua scomparsa? E quale differenza potrebbe mai fare il suo ritrovamento? Sarà un'intuizione geniale a fornire l'indizio che orienterà Metcalfe in una caccia al tesoro stevensoniana nell'ignoto. Il suo viaggio svelerà una storia d'amore e di compromessi e un crimine impunito, e getterà una luce nuova su figure che le parole tramandate gli avevano fatto credere di conoscere intimamente. Al lettore il nuovo strabiliante viaggio letterario di McEwan offre una chiave per riscattare il presente dal senso di catastrofe imminente che lo attanaglia e per immaginare un futuro in cui non tutto è perduto.

▪️L'incipit del libro
Il 20 maggio 2119 presi il traghetto della notte da Port Marlborough e nel tardo pomeriggio arrivai al piccolo attracco nei pressi di Maentwrog-under-Sea che serve la biblioteca Bodleiana nella Snowdonia. Era una giornata primaverile tiepida e senza vento e il viaggio era stato tranquillo, anche se, come è facile immaginare, dormire seduti su una panca in doghe di legno è un supplizio. Percorsi le due miglia del pittoresco tragitto che conduce alla funicolare a propulsione idrica e forza di gravità. Si unirono a me quattro utenti della biblioteca con i quali chiacchierai del più e del meno mentre venivamo trasportati a un migliaio di piedi su per il monte, nella scricchiolante cabina in legno lucido di quercia. Cenai da solo nel refettorio della biblioteca, poi chiamai la mia amica e collega Rose Church per informarla che ero arrivato sano e salvo. Quella notte riposai bene nella mia stanza monacale. A differenza di quanto era accaduto durante la mia prima visita, dover condividere il bagno con altre sette persone non mi diede fastidio.

▪️La mia recensione
"Avrei voglia di urlare attraverso un buco nella volta del tempo e mettere in guardia chi è vissuto un secolo fa: se volete che i vostri segreti rimangano tali, sussurrateli nell'orecchio del vostro più caro e più fidato amico. Mai a una tastiera e a uno schermo. Se lo fate, noi sapremo tutto".
In questo bel giallo letterario Ian McEwan intreccia molto bene scienza, ecologia, storia, distopia e limiti della mente umana. A questi "ingredienti" aggiungeteci anche una scrittura evocativa ed in grado di rendere semplici anche alcune questioni intricate o abbastanza delicate. E se tutto ciò non vi basta, mettete in conto che leggendo Quel che possiamo sapere starete leggendo anche 3-4 libri allo stesso tempo: nelle 376 pagine del libro, infatti, vedremo scorrere la stessa storia da due punti di vista narrativi differenti, per giunta imbottiti da costanti salti temporali.
Vi riassumo la trama in questo modo: Nel 2119, in un mondo uscito distrutto dal Grande Disastro (una spaventosa guerra mondiale a cui ha fatto seguito un'alluvione su scala planetaria dovuta al totale scioglimento della calotta polare), lo studioso Thomas Metcalfe cerca di rintracciare un poema scritto nel 2014 dal brillante poeta Francis Blundy e dedicato alla moglie Vivien.
Il libro, come vi ho anticipato, si snoda su due piani temporali: un futuro post-disastro (con un mondo in gran parte sommerso e con la popolazione mondiale che, pian piano, sta ancora cercando di risollevarsi) ed un passato che, sorpresa, è… il nostro presente (quindi con tutti i segnali più che evidenti di una decadenza della società davanti ai nostri occhi ma che ci ostiniamo a non vedere).
Ian McEwan ha creato un futuro altamente credibile in cui si rispecchiano tutti gli errori e gli orrori della nostra epoca. Non a caso lo stesso scrittore britannico ha definito questo suo libro "fantascienza senza la scienza". Perciò, la costante ricerca del misterioso poema (Una corona per Vivien) diventa anche una sorta di allegoria dell'incapacità dell'uomo del nostro tempo di cogliere i segni dell'attuale involuzione sociale.
Le uniche due lacune che mi sento di segnalare riguardano:
- La parte "investigativa" è molto affascinante ma procede con lentezza;
- Il mondo post-disastro è sì suggestivo ed affascinante nel suo orrendo addivenire ma, alla fin fine, resta sempre in secondo piano rispetto alla trama vera e propria.
A conti fatti, quindi, Quello che possiamo sapere è un romanzo di non facile lettura ma in grado di farci riflettere su questioni etiche e politiche.
📌 Voto: 🔵🔵🔵🔵 (4 su 5)

▪️Leggi anche:

La Jugoslavia sull'orlo dell'abisso


La Jugoslavia sull'orlo dell'abisso
Elvira Mujčić. In un romanzo inframezzato da documenti storici, l'autrice italobosniaca narra lo sgretolarsi dell'utopia socialista e l'emergere dei nazionalismi su base etnica e religiosa. Un racconto che ricorda il nostro presente

👉 fonte: il Sole 24 Ore

«Chissà se era questo che intendevano certi francesi quando dicevano che l'arte deve posizionarsi sopra l'abisso» si chiede laconico il bosniaco Nene, che ha ventisette anni nel 1990, nel vedere il suo atelier di artista, installato nel capanno degli attrezzi dei genitori, per metà franato nella scarpata che porta al fiume, dopo una notte di pioggia torrenziale.
Che sarebbe accaduto la scrittrice italobosniaca Elvira Mujčić, autrice di La stagione che non c'era, lo aveva lasciato immaginare fin dalle prime pagine. Fin da quando Nene, nella luce violacea del tardo pomeriggio, aveva preso il bus per tornare per la prima volta nella sua cittadina d'origine. Dopo alcuni anni a Sarajevo, dove era fuggito dall'ostilità del padre, aveva infatti avuto l'impressione che la distanza tra il baratro e la casa dei suoi fosse diminuita, e che nei giorni continuasse a farlo.
Così si assottigliava anche il tempo della pace. L'avvenire del suo Paese, la Jugoslavia sul punto di sgretolarsi, incombe e si rispecchia in qualche modo nella vita del giovane, tornato tra i seljaci (i contadini, ma anche i rappresentanti di un mondo retrogrado, preilluminista) senza neanche essere riuscito a laurearsi e dunque ancor più osteggiato di prima. Tornato senza sapere cosa fare della sua vita, ma ossessionato dalla frase detta qualche tempo innanzi da un amico, il suo insegnante di lettere, che, ubriaco e forse anche per questo più consapevole dei continui sinistri scricchiolii che da mesi annunciavano il gonfiarsi dei nazionalismi su base religiosa e etnica, lo aveva apostrofato rabbioso chiedendogli se tra dieci, venti, o trent'anni «qualcuno saprà che Paese era il nostro? Cioè, al di là dell'idealizzazione o del disprezzo, com'era davvero?».
Trentacinque sono passati, trenta dal genocidio di Srebrenica, e anche Mujčić si è posizionata sull'orlo dell'abisso. Ha voluto raccontare il fallimento dell'esperimento socialista a partire proprio dagli ultimi mesi in cui ancora esisteva, dagli ultimi giorni prima della guerra fratricida che ha fatto centinaia di migliaia di morti, chiedendosi quale sia stato il momento esatto in cui l'erodersi del fragile equilibrio su cui si reggeva lo Stato socialista multientico e multireligioso è divenuto irreversibile.
Se lo chiede Nene, l'artista, che per esorcizzare la fine che tutti presagiscono ma pochi riescono a percepire come veramente possibile, si è messo a fare l'archeologo per il futuro, racimolando quelli che immaginava sarebbero stati i cimeli di un Paese scomparso. Nene, che mentre arriva l'ultimo gelido inverno prima della fine è tormentato dalla luce del tramonto egiziano in cui immagina si sia ucciso un suo caro amico «come una cornice di felicità impossibile» e che poi, per la prima volta «sente il bisogno di diventare un giovane ottimista seguace di Ante Markovic o di chiunque proponesse un'utopia ampia e pacifica, invece di una trincea buia e mortale dove recitare a memoria le proprie tradizioni in attesa di un proiettile in fronte».
Se lo chiede l'infaticabile Merima, sua vicina di casa, amica di un tempo, amica ritrovata, che al sogno di «fratellanza e unità» dei popoli continua a credere appassionatamente (nonostante per l'averci creduto troppo si era trovata giovane madre di una bambina senza un padre) militando nel nuovo partito socialista, fino a quando, ormai sull'orlo della guerra, deve ammettere che è davvero finita quando si trova costretta con la violenza a dover appartenere all'una o all'altra parte.
Se lo chiede chi legge, sbalordito dalle somiglianze della fine di quell'epoca con quel che sta accadendo nell'odierno mondo globalizzato. Anche perché Mujčić, che all'epoca era una bambina poco più grande della figlia di Merima, ha fatto un lavoro notevole: ha inframezzato la narrazione di fantasia con spezzoni di brani radiofonici e televisivi che venivano trasmessi in quei giorni, rendendo così palese come la descrizione dei fatti di allora non sia influenzata dalla nostra odierna.
All'inizio di questo romanzo, lucida ed elegante cronaca di una fine annunciata, per esempio, Nene ascolta un'intervista:

- Professor Grebo, abbiamo ascoltato alcuni dei discorsi drammatici del XIV congresso della Lega dei Comunisti di Jugoslavia. Lei, assieme ad altri tre esponenti del Partito comunista della Bosnia ed Erzegovina avete fatto una proposta che, visto come si stanno mettendo le cose, sembra provenire da un altro mondo. Che cosa avete proposto?
- Buonasera, sì abbiamo fatto l'unica proposta sensata in una situazione degenerata. Abbiamo semplicemente chiesto di non separarci per nazionalità all'interno del Partito ma per ideologia. Dunque due linee ideologiche invece delle sei nazionali: socialisti riformisti e comunisti dogmatici, secondo un criterio politico. Invece qui siamo alla follia, ci stiamo dividendo per nazionalità, tra bosniaci, serbi, sloveni, croati e così via. Rischiamo di trasformarci da comunisti in nazionalisti.

La malattia del corpo sociale che ha messo fine alla Jugoslavia è oggi tornata per diventare una pandemia.

lunedì 2 febbraio 2026

Perché scegliere il self publishing? I consigli della vincitrice dell'Amazon Kindle Storyteller 2025


Perché scegliere il self publishing? I consigli della vincitrice dell'Amazon Kindle Storyteller 2025
Cosa spinge un autore verso l'auto-pubblicazione invece di cercare la via della casa editrice tradizionale? Ce lo spiega in questa intervista Gea Petrini, scrittrice e vincitrice di Amazon Kindle Storyteller 2025

👉 fonte: LibreriAmo

Perché decidere di autopubblicarsi? Cosa spinge un autore che ha un "libro nel cassetto" a optare per il self publishing piuttosto che scegliere le vie tradizionali? Ce lo racconta Gea Petrini, vincitrice con il suo Il trono del lupo della sesta edizione italiana di Amazon Kindle Storyteller, il premio letterario che celebra il meglio del self publishing.
Nel suo libro, l'autrice accompagna il lettore in una storia fantasy romance dalle suggestioni nordiche e medievali, ambientata in un regno sospeso tra incanto e mistero. Tutto ha inizio dove sorge la Muraglia d'Argento, un'immensa barriera di mattoni lucenti, tanto bella quanto crudele, che imprigiona un intero regno a causa di una terribile maledizione. Ne Il trono del lupo, forza della natura, potere e amore si intrecciano con intensità, dando voce a sentimenti umani senza tempo, come il desiderio di libertà.
Cosa spinge un autore verso l'auto-pubblicazione invece di cercare la via della casa editrice tradizionale? Ce lo spiega in questa intervista Gea Petrini, scrittrice e vincitrice di Amazon Kindle Storyteller 2025.
Il trono del lupo mescola atmosfere storiche e fantasy. Qual è stata la scintilla iniziale che ti ha portato a scrivere questa storia e quanto lavoro di ricerca storica c'è dietro la costruzione del tuo mondo? La Muraglia d'Argento è stata la prima suggestione. L'immagine dirompente di un'altissima barriera che circonda in un anello perfetto un intero regno. Una maledizione che isola un popolo da mille anni. Subito dopo è nata Opal, una giovane con un potere sinistro: la Mercante di Anime capace di trattare con la morte per la salvezza e la dannazione. A quel punto mi sono chiesta: cosa succede se in quel luogo isolato convivono fazioni che la storia ha sempre messo una contro l'altra, lupi e streghe? La trama si è costruita attorno a una stirpe reale e a un principe, Thorne, fedele solo a due cose: il suo popolo e i suoi lupi. Poi arriva il lavoro di creazione del worldbuilding: le scelte che riguardano il livello della tecnologia, l'economia, l'architettura, le classi sociali. Questa è una fase complessa, ma bellissima. Giornate dedicate esclusivamente a costruire un mondo coerente e credibile nelle sue regole. Quali conseguenze può avere un isolamento millenario sulla povertà, i privilegi, le risorse? È lì che nasce il conflitto. E quando hai il conflitto, si accende anche il cuore del romance: Opal e Thorne si trovano su lati opposti della stessa storia, e ogni scelta d'amore o di potere ha un prezzo.
Sei la vincitrice del premio Amazon Kindle Storyteller 2025. Cosa ti ha spinto inizialmente verso l'auto-pubblicazione invece di cercare la via della casa editrice tradizionale? Quando ho pubblicato il mio primo romanzo nel 2021 avevo tra le mani una saga dark fantasy new adult corale, con un worldbuilding complesso. In quel momento mi è stato detto da una persona del settore che l'editoria tradizionale era poco propensa a investire su esordienti con progetti così. Il self publishing mi è sembrata la strada più concreta per far arrivare subito la storia ai lettori, senza snaturarla. Così ho deciso di tentare la strada per trovare i miei lettori ed è stata una scelta che mi ha cambiato la vita.
Raccontaci il tuo percorso che ha portato all'autopubblicazione e la tua esperienza con KDP: quali sono state le difficoltà e i punti di forza derivati dagli strumenti per gli scrittori attualmente disponibili sul mercato? L'autopubblicazione con Amazon KDP mi ha permesso di diventare una scrittrice a tempo pieno, dopo più di dieci anni alla direzione di giornali locali nel Lazio. Il punto di forza, per me, è il rapporto diretto con i lettori: puoi costruire la tua identità d'autrice, scegliere tempi e strategie di pubblicazione (anche ravvicinate), testare il pubblico, esplorare generi e angolazioni nuove. E soprattutto hai il controllo: ogni decisione creativa, dal testo alla copertina, passa da te. La difficoltà è l'altra faccia della stessa libertà: devi professionalizzare tutto il processo. Editing, cover design, impaginazione, gestione della dashboard KDP, pricing e aspetti tecnici richiedono tempo, competenze e un investimento economico. Un punto delicato è anche la gestione dell'imprevisto: impari a prevenire i problemi e a fare rete con altri autori per condividere soluzioni utili. Gli strumenti oggi sono sempre più maturi, sia su KDP (penso, per esempio, alle opzioni di formato come l'hardcover) sia fuori da Amazon: software di impaginazione, servizi professionali, advertising, newsletter. Come è emerso durante IndieVerse, evento durante il quale è avvenuta la premiazione di Amazon Kindle Storyteller, in molti casi la qualità percepita di un libro indie e di uno tradizionale è la stessa. La grande sfida resta la scoperta: farsi conoscere in modo strutturato, con una presenza sui social media atta a portare le persone a trovare proprio la tua storia.
Che consiglio daresti ad un autore che vorrebbe autopubblicarsi, ma che è incerto se farlo o meno? Consiglio di porsi poche, precise domande. Sono pronta a impegnarmi per dare ai lettori un libro curato in ogni aspetto? Storia, editing, copertina, impaginazione. E poi mi domanderei, il mio pubblico dove si trova e come lo raggiungo? Il self tende a funzionare molto bene per la fiction di genere, come romance, fantasy e thriller, perché i lettori cercano attivamente quel tipo di storie e autori. Per una narrativa più generalista spesso serve una strategia diversa e tempi più lunghi. Ultimo punto: sono disponibile a comunicare il mio lavoro? Oggi avere una presenza social aiuta tantissimo a farsi scoprire.
Puoi darci qualche piccola anticipazione sui tuoi progetti futuri come scrittrice? Vedremo presto nuove espansioni del "mondo del lupo" o hai intenzione di esplorare nuovi generi? Il Trono del Lupo, vincitore del premio Amazon Kindle Storyteller, è un romanzo standalone. Una casa di produzione cinematografica ha acquisito i diritti di trasposizione sullo schermo del romanzo: un'altra grande opportunità arrivata grazie al self. Non posso escludere che, in futuro, possano esserci ampliamenti di quel mondo, ma in questo momento sono concentrata sull'uscita e sul lancio del mio nuovo fantasy romance Il Principe dei Corvi. Anche questo è uno standalone in uscita su Amazon il 29 gennaio 2026: una storia intensa, un amore proibito in un regno spietato dove in gioco c'è la libertà. Spero possa entrare nel cuore dei lettori come è già nel mio.

"Il Signore degli Anelli", ma perché i film hanno eliminato il personaggio più misterioso dei libri?


Il Signore degli "Anelli", ma perché i film hanno eliminato il personaggio più misterioso dei libri?
Nei romanzi è una presenza fondamentale e fuori da ogni schema, ma l'adattamento cinematografico ha preferito farne a meno per precise ragioni narrative

👉 fonte: Bestmovie.it

La trilogia cinematografica de Il Signore degli Anelli, diretta da Peter Jackson, è spesso citata come uno degli adattamenti letterari più riusciti della storia del cinema. Eppure, nonostante la sua notevole fedeltà ai romanzi di JRR Tolkien, i film si sono presi anche alcune libertà creative importanti. La più discussa riguarda l'eliminazione di Tom Bombadil, uno dei personaggi più enigmatici e affascinanti dell'intera saga letteraria.
Nei libri, Bombadil appare come una figura fuori da ogni schema. Non è un Uomo, né un Elfo, né un Nano, e nemmeno un Hobbit. Vive nell'Antica Foresta insieme alla moglie Goldberry e sembra del tutto estraneo alle logiche di potere che governano la Terra di Mezzo. Il suo tratto più sorprendente è che l'Unico Anello non ha alcun effetto su di lui: può indossarlo senza diventare invisibile e senza subirne la corruzione, un dettaglio che lo rende potenzialmente uno degli esseri più potenti dell'universo di Tolkien, ma anche uno dei più incomprensibili.
Tolkien stesso non ha mai chiarito fino in fondo chi o cosa fosse davvero Bombadil. In alcune lettere lo definisce "non essenziale alla narrazione", spiegando di averlo inserito perché già esistente in precedenti poesie e perché utile a evocare un senso di mistero e di libertà primordiale. Bombadil, più che servire attivamente alla trama, ne completa l'atmosfera: rappresenta qualcosa di antico, incontaminato, che esiste al di fuori del conflitto tra Bene e Male.
Proprio per questo, però, il personaggio diventa un problema in un adattamento cinematografico. Nei commenti audio dell'edizione home video de La Compagnia dell'Anello, Peter Jackson ha spiegato che le sequenze dedicate a Bombadil non contribuivano in modo diretto all'avanzamento della storia e rischiavano di rallentare ulteriormente un film già molto lungo. Tagliare Bombadil ha permesso di concentrare il racconto sul viaggio della Compagnia e di dare maggiore spazio a elementi ritenuti più funzionali, come la prigionia di Gandalf e l'ascesa di Saruman.
La scelta ha inevitabilmente deluso molti lettori, per i quali Bombadil incarna uno degli aspetti più poetici e sfuggenti dell'opera di Tolkien. Allo stesso tempo, però, è proprio l'autore ad aver fornito, indirettamente, la giustificazione più forte al taglio: se Bombadil non è centrale per la storia dell'Anello, allora può essere sacrificato in favore di una narrazione più compatta e cinematografica.
Nonostante l'assenza nei film di Jackson, Tom Bombadil non è scomparso dalle trasposizioni de Il Signore degli Anelli. Il personaggio è apparso in adattamenti radiofonici, miniserie televisive, videogiochi e, più recentemente, anche nella serie Il Signore degli Anelli - Gli Anelli del Potere, dove la sua presenza è stata letta da molti come un omaggio diretto ai fan dei libri.
Alla fine, l'eliminazione di Tom Bombadil dai film resta una delle decisioni più emblematiche del difficile equilibrio tra fedeltà letteraria ed efficacia cinematografica. Un taglio doloroso per i puristi, ma probabilmente inevitabile per trasformare un mondo così vasto e simbolico in una trilogia capace di parlare a un pubblico globale.

5 romanzi di fantascienza impossibili da trasporre in un film


5 romanzi di fantascienza impossibili da trasporre in un film

👉 fonte: Everyeye.it

La fantascienza è da sempre il genere che più di tutti ama sfidare i limiti dell'immaginazione, ma non tutte le storie nate sulla pagina sembrano destinate a trovare una seconda vita sullo schermo. Alcuni romanzi, però, metterebbero in crisi le fondamenta stesse del linguaggio del cinema: eccone 5 esempi.

▪️Dragon's Egg. Considerato uno degli esempi più estremi di hard science fiction, questo romanzo racconta una civiltà aliena che vive sulla superficie di una stella di neutroni. I Cheela sono minuscoli, schiacciati da una gravità inconcepibile e vivono intere esistenze in pochi minuti umani. Rappresentare una simile realtà, fatta di scale temporali e fisiche totalmente incompatibili con la percezione umana, renderebbe qualunque adattamento quasi incomprensibile.
▪️Il Ciclo della Cultura. All'apparenza perfetto per il cinema, con astronavi, intelligenze artificiali e conflitti galattici, questo ciclo è in realtà un'enorme riflessione filosofica su etica, potere e interventismo. Il cuore delle storie non è l'azione, ma il dubbio morale. Ridurre tutto a uno scontro tra buoni e cattivi significherebbe snaturare l'essenza stessa della Cultura, come dimostra il fallimento dei tentativi di adattamento televisivo.
▪️Il Ciclo Barocco. Tre romanzi, migliaia di pagine, decenni di storia e interminabili digressioni su scienza, economia e filosofia. Qui la trama è spesso secondaria rispetto alle idee. Trasformare un'opera così verbosa e dispersiva in un racconto audiovisivo coerente sarebbe un'impresa titanica, anche per gli addetti ai lavori più esperti e talentuosi.
▪️Il Libro del Nuovo Sole. Raccontato da un narratore inaffidabile che maschera una civiltà tecnologica decadente dietro un linguaggio arcaico, questo capolavoro vive sull'ambiguità del testo. Il cinema, mostrando troppo, toglierebbe allo spettatore il piacere della scoperta e dell'interpretazione.
▪️Ancillary Justice. Narrato dal punto di vista frammentato di un'Intelligenza Artificiale che è stata, contemporaneamente, migliaia di persone, il romanzo gioca con identità, memoria e linguaggio. Rendere visivamente questa coscienza distribuita senza semplificarla sarebbe quasi impossibile, ed è proprio questa complessità a renderlo indimenticabile.

Il futuro del libro nell'era dell'intelligenza artificiale: editori Usa ed europei a confronto


Il futuro del libro nell'era dell'intelligenza artificiale: editori Usa ed europei a confronto
Al centro della 43esima edizione del Seminario di perfezionamento della Scuola per Librai Umberto e Elisabetta Mauri, il futuro prossimo delleditoria libraria nel tempo dell'intelligenza artificiale. Per Stefano Mauri "non si può immaginare un futuro in cui in tutti gli altri settori viene utilizzata e non nel mondo dell'editoria libraria. Ma l'AI va usata in modo professionale, con grande cautela e consapevolezza". Per Brian Murray di HarperCollins "le regole non sono ancora state scritte, c'è bisogno di collaborare, anche in dialogo con le tech company… meglio puntare sugli accordi commerciali". La vede diversamente James Daunt, libraio a capo di Waterstones e Barnes & Noble. I particolari

👉 fonte: il Libraio

Al centro della 43esima edizione del Seminario di perfezionamento della Scuola per Librai Umberto e Elisabetta Mauri, ospitato come da tradizione dalla Fondazione Giorgio Cini di Venezia, il futuro prossimo dell'editoria libraria nel tempo dell'intelligenza artificiale.
Del resto, l'appuntamento, annuale, organizzato dalla Fondazione Umberto e Elisabetta Mauri, con il contributo di Messaggerie Libri e Messaggerie Italiane, e in collaborazione con l'Associazione Italiana Editori, l'Associazione Librai Italiani e il Centro per il Libro e la Lettura, è da sempre un'occasione di confronto tra editori, librai e addetti ai lavori italiani e provenienti da altri Paesi.
La giornata conclusiva, a cura di Stefano Mauri e condotta da Giovanna Zucconi, è stata dedicata al macro-tema L'intelligenza dei libri, ed è stata aperta da Mauri (vicepresidente della Fondazione Umberto e Elisabetta Mauri, ed editore di questo sito, ndr) e Alberto Ottieri (Presidente della Fondazione Umberto e Elisabetta Mauri).
Ottieri ha introdotto e coordinato l'appuntamenti gli Scenari economici di mercato, con l'intervento di Angelo Tantazzi di Prometeia su Proiezioni per il 2026: dove va la spesa delle famiglie italiane? e quello del presidente dell'AIE Innocenzo Cipolletta, che ha presentato, come di consueto, l'indagine sul mercato del libro in Italia. A questo proposito, nel 2025 appena archiviato, in Italia sono stati comprati tre milioni in meno di libri a stampa nei canali trade (librerie, online e grande distribuzione). Per l'editoria di varia, ovvero saggistica e narrativa, il 2025 si è quindi chiuso all'insegna del segno meno (nell'articolo dedicato tutti i particolari sull'indagine e uno sguardo alle previsioni sul 2026).
"Anche quest'anno la Scuola per Librai UEM testimonia l'impegno della comunità del mondo editoriale al rinnovamento e allo sviluppo del libro e delle librerie fisiche", ha ribadito Ottieri, aggiungendo: "Al centro della discussione, l'identità dei librai e la sensibilità a orientare i lettori: la gestione economica della libreria, il marketing, la motivazione, la responsabilità nell'acquisto e nella vendita dei libri, i social per allargare i confini fisici della libreria, il servizio orientato alle diverse tipologie di lettori. I librai moderni sono stati definiti degli eroi locali da Michael Busch, un grande libraio tedesco. Io aggiungerei: anche gli eroi hanno bisogno di professionalità e di competenze per affrontare la competizione in un mondo che cambia".
Nel corso della mattinata veneziana, Mauri e Alberto Ottieri, insieme a Maria Pace Ottieri, hanno  ricordato Silvana Mauri nel ventennale della sua scomparsa, tra aneddoti e immagini.
A seguire, sono stati assegnati il 20esimo Premio per Librai Luciano e Silvana Mauri, che quest'anno è andato a Marta e Andrea Perego della libreria Peregolibri di Barzanò (Lecco), in joint venture con Il Libraccio, e la settima Borsa Nick Perren, vinta da Susanna Amoroso della libreria Biblos Mondadori di Gallarate (Varese), che lo scorso anno aveva preso parte alla Scuola.
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domenica 1 febbraio 2026

"Infinite Jest", a 30 anni dall'uscita è ancora il libro simbolo del maschio performativo (e va bene così)


Infinite Jest, a 30 anni dall'uscita è ancora il libro simbolo del maschio performativo (e va bene così)
L'opera più celebrata e complessa di David Foster Wallace ha sempre attirato tra gli altri un certo tipo di lettore. Su cui forse però ci accaniamo troppo

👉 fonte: Wired

"Sta davvero chiedendo il mio parere su Il paziente inglese?!", si chiede il compianto David Foster Wallace a metà di una lunga intervista del 1997 con il noto giornalista statunitense Charlie Rose.
Il conduttore aveva torchiato Wallace, che apparentemente era stato invitato per discutere della sua produzione letteraria e giornalistica, su tutta una serie di argomenti: il tennis, l'insegnamento, il motivo per cui alle donne non piacciono i western, la depressione e, sì, anche l'epico dramma bellico di Anthony Minghella vincitore di un premio Oscar, che all'epoca della messa in onda dell'intervista era già diventato una battuta da sitcom.
Guardando l'intervista, è chiaro che Wallace (morto suicida nel 2008) non si sente a suo agio quando è chiamato a esprimersi sulla cultura popolare nel suo complesso, come se fosse una specie di scimmietta danzante. Ma l'occasione è rivelatrice di come Rose, e gran parte della cultura intellettuale americana alla fine degli anni '90, pensasse a Wallace: un cervellone polivalente che poteva parlare di qualsiasi cosa, dalla politica agli autori d'avanguardia, passando per l'etica del consumo di crostacei.

I 30 anni di Infinite Jest
Il primo febbraio ricorrono i 30 anni dalla pubblicazione dell'opera più celebrata di Wallace, Infinite Jest, valido candidato al titolo di romanzo americano definitivo degli anni '90.
Epopea di dimensioni spropositate (la versione originale ha ben 1.079 pagine, di cui 96 di note), il romanzo segue Hal Incandenza, un adolescente prodigio del tennis e assiduo fumatore d'erba, e un gruppo di altri personaggi che vivono in un quasi futuristico superstato nordamericano, dove Stati Uniti, Canada e Messico sono stati riuniti nell'Organizzazione delle Nazioni Nordamericane. Il tempo stesso è stato assorbito dagli interessi aziendali e le società fanno a gara per aggiudicarsi i diritti di denominazione degli anni solari. Il libro prende il titolo dal film che guida la storia, considerato così coinvolgente da ipnotizzare e uccidere chiunque lo guardi.
Oscillando tra l'ironia smaccata e la sincerità più profonda, Infinite Jest attinge da un'infinità di fonti letterarie e pop. Omero, la Bibbia, Shakespeare, Dostoevskij, Joyce, DeLillo, William James, i Beatles, il manuale degli Alcolisti Anonimi, MASH e i film di Nightmare on Elm Street sono tutti in qualche modo intrecciati nell'opera. È una sorta di mega-testo, che parla direttamente a generazioni di lettori. O, almeno, a generazioni di certi tipi di lettori.
Infinite Jest è un libro formidabile e notoriamente molto denso. Con le sue note, il vocabolario ricercato, la struttura narrativa complicata (il culmine della storia è subdolamente nascosto nel primo capitolo) e le sue frasi tortuose (a più lunga delle quali conta oltre 600 parole) è anche vistosamente "difficile". Il solo completamento del romanzo è diventato qualcosa di simile a una medaglia al merito letterario. Ma Infinite Jest è probabilmente anche un testo fondamentale per un tipo di lettore che ostenta medaglie del genere con insopportabile fierezza. Un tipo di lettore che è diventato a sua volta oggetto di scherno, malumori e battute quasi infinite: il cosiddetto litbro (da literature bro), ovvero il maschio performativo che ama fare sfoggio di intelligenza e letture impegnate. Una categoria che è largamente e, forse ingiustamente, malvista.

I fan più intollerabili di David Foster Wallace
"Non sono quello che si potrebbe considerare il target demografico di Infinite Jest", scrive l'autrice e cantautrice Michelle Zauner nella prefazione alla nuova edizione del libro per il 30° anniversario, edita negli Stati Uniti da Back Bay Books.
Zauner, meglio conosciuta come frontwoman della band Japanese Breakfast, è stata inizialmente spinta a leggere Infinite Jest da un ragazzo conosciuto a scuola: "Un noto plagiatore che usava spacciare per suoi passaggi di Kerouac nei giornali scolastici". In altre parole, l'archetipo di litbro. Zauner descrive i tipici fan del libro come "uomini in età universitaria che ti parlano sopra, una setta di giovani pedanti e incompresi per i quali in trent'anni Infinite Jest è diventato un rito di passaggio, un po' come Piccole donne o Orgoglio e pregiudizio per le giovani aspiranti letterate".
A grandi linee, il litbro è un arcigno maschilista attratto dalle complesse opere letterarie di autori rigorosamente maschi, che proiettano con orgoglio un'aria di snobismo letterario. Per questi lettori, "DFW", l'acronimo con cui spesso è indicato David Foster Wallace, è una rockstar. In molti sostengono che Jeffrey Eugenides abbia modellato il masticatore di tabacco e indossatore di bandana del suo romanzo La trama del matrimonio proprio su di lui. Jason Segel lo ha interpretato in un film. E a riguardarlo in quell'intervista con Charlie Rose, ingobbito e con i suoi occhiali tondi dalla montatura metallica, le ciocche di capelli unte legate da una pesante bandana bianca, l'autore di Infinite Jest sembrava anche l'incarnazione di questi lettori e scrittori: intelligente ma un po' spavaldo, triste ma divertente, un sedicente prodigio che può inveire liberamente su un'infinità di argomenti.
Le origini del machismo letterario risalgono ovviamente a molto più lontano. Melville che lavora sulle baleniere. Hemingway con i tori. L'intera generazione di romanzieri e poeti beat le cui opere attingevano da vite segnate dall'avventura, da molte droghe e da molto alcol. I classici del catalogo litbro sono spesso impegnativi, sia a livello di prosa (Gaddis, Pynchon, Bolaño) che a livello di contenuti (American Psycho, la satira di Wall Street di Bret Easton Ellis, o Meridiano di sangue, western di Cormac McCarthy dalla violenza raccapricciante).
Wallace è però un caso interessante. La sua scrittura evita (perlopiù) i titillamenti del sesso e della violenza. È riuscito a far sì che cose come leggere molto ed essere pedanti sulla grammatica sembrassero in qualche modo cool (la bandana alla Axl Rose probabilmente ha aiutato). Ispirato da un modello simile, il litbro tratta la propria biblioteca piena di libri di seconda mano segnati dalle orecchie come un tesoretto di influenza culturale.

Fenomenologia del litbro
La parodia più memorabile dei litbro è quella fatta dall'alter ego della scrittrice Dana Schwartz su X, un account diventato così popolare da essere trasformato in un libro che prometteva di insegnare al lettore "tutto quello che devi sapere per diventare lo scrittore pluripremiato, fumatore incallito, bevitore seriale di caffè, citazionista di Proust che hai sempre saputo di dover essere".
Zauner identifica nella solitudine maschile il "tratto distintivo" del canone letterario dei litbro: "Un protagonista bianco e maschio, isolato e incompreso, in conflitto con le norme e le aspettative sociali, che intraprende una lotta interiore per criticarle oppure identifica la fonte dell'ideologia e cerca una violenta vendetta contro di essa", scrive l'autrice.
Questa caratterizzazione sembra applicarsi anche ai protagonisti, agli autori e ai lettori di questi libri. Infinite Jest, in particolare, è un'opera su un prodigio depresso scritto da un prodigio depresso, destinato a un pubblico di lettori che probabilmente erano a loro volta depressi e che presumibilmente si consideravano prodigi. Il fanboy stereotipato del romanzo probabilmente si immagina un po' come l'angosciato Hal, che all'inizio del libro tenta di presentarsi a una commissione per l'ammissione al college affermando: "Scommetto che ho letto tutto quello che avete letto voi. Non crediate che non l'abbia fatto. Consumo biblioteche".
Questo machismo scintillante e saccente a volte può rivelare un riflesso più oscuro. Stando alle ricostruzioni, i rapporti personali di Wallace erano decisamente volatili. Il biografo D.T. Max ha raccontato che tentò di spingere la sua fidanzata, la scrittrice Mary Karr, fuori da un veicolo in movimento. In seguito, durante una discussione, le lanciò contro un tavolino. Questi atteggiamenti caratterizzano anche molti degli archetipi dei litbro, sia dentro che fuori dalla pagina. Jonathan Franzen è stato a lungo criticato per il modo in cui scrive e parla delle donne. William S. Burroughs sparò in testa alla moglie.
Quando non è un difetto degli autori, questa misoginia può emergere a livello di scrittura e caratterizzazione. I due personaggi femminili più importanti di Infinite Jest sono una matriarca dispotica (e forse incestuosa) e la conduttrice radiofonica Joelle van Dyne, nota soprattutto per essere “quasi grottescamente bella” e a cui ci si riferisce con l'acronimo "P.G.O.A.T.", che sta per "ragazza più carina di tutti i tempi".
Questo filone di sessismo discreto è alla base dell'ultima incarnazione del litbro: il cosiddetto "lettore maschio performativo". A giudicare da molti meme e da diversi articoli, si tratta di un nuovo genere di lettore che sfrutta i grandi libri per pavoneggiarsi e attirare l'attenzione senza nemmeno averli letti.

Dobbiamo rivalutare i maschi performativi?
Probabilmente sono particolarmente sensibile alla questione dei litbro perché potrei essere accusato di fare parte della categoria. Conduco un podcast su Thomas Pynchon con un mio amico (un articolo molto lusinghiero ci ha apertamente definito "litbro"). Possiedo un cappellino di Meridiano di sangue e ho una citazione di Goethe tatuata sul braccio (nel tedesco originale, peraltro). All'università ho scritto un paper su come la struttura di Infinite Jest e la sua lettura, con il continuo rimpallo tra testo principale e note, si avvicinassero agli ipertesti dell'era di internet. E fumo sigarette, anche se sto cercando di ridurle. Mi rendo conto che tutto questo probabilmente mi fa apparire abbastanza insopportabile.
Ma al di là delle mie predilezioni, il litbro mi sembra una creazione culturale di fantasia. Questi libri romanticizzano una forma di genio maschile sofferente, alienato e che addirittura si autocommisera? Certamente. In circolazione ci sono scrittori e lettori maschi sessisti e persino pretenziosi? Ovvio che sì. Ma gli indicatori più affidabili suggeriscono che si tratti di una sparuta minoranza.
Un sondaggio del 2022 riporta che negli Stati Uniti solo il 28% circa degli uomini legge narrativa (il problema è esacerbato dal calo generalizzato del genere, un problema a cui la Bbc ha recentemente risposto con un episodio di un podcast che analizza la "morte della lettura"). Altri rapporti mostrano che le donne pubblicano anche più narrativa rispetto agli uomini. Gli articoli d'opinione si preoccupano del litbro e del maschio performativo e, contemporaneamente, del fatto che "gli uomini non leggono narrativa". È uno strano tic. Sei additato se non leggi, ma lo sei anche se rivolgi le tue attenzioni a un canone letterario tagliato sui tuoi gusti e sulla tua identità demografica.
Zauner scrive di aver intrapreso il compito di leggere e scrivere di Infinite Jest nell'ambito di un esercizio antropologico finalizzato a capire "cosa significa essere un lettore di David Foster Wallace, [un'etichetta] che, nel peggiore dei casi, è arrivata a significare misoginia, e nel migliore, una persona che è solo leggermente fastidiosa". La sua valutazione del libro è perspicace e generosa. Risponde alle lucide profezie di Wallace sul futuro e si ritrova a simpatizzare non solo con il cast dei personaggi senza speranze di Wallace ma anche con i suoi lettori: "persone che ho capito essere definite da una serie di attributi completamente diversi da quelli che avevo ipotizzato, persone che avevano commesso un atto di sfida e di tenacia, di curiosità e rigore, e che, dopo tutto, erano tristi di vederne la fine". Il litbro, almeno ai suoi occhi, è redento.
E perché non dovrebbe esserlo? In una cultura di filisteismo e appiattimento degli orizzonti culturali, un'esibizione pur superficiale di erudizione e, diamine, anche di snobismo, è sicuramente preferibile a un analfabetismo di massa e a un totale scollamento dal mondo della narrativa. Ci sono cose peggiori di un libro, o di un autore, che osano far sembrare cool, o addirittura "machista", la narrativa difficile. Senza dimenticare il piacere sempre più raro che genera il venir risucchiati da un libro grande, grosso, divertente e intelligente, che richiede e premia un'attenzione prolungata.
In una cultura in cui il romanzo letterario ha lo stesso peso dell'opera lirica o delle collezioni di francobolli, per quanto sia fuori moda, è davvero cool dedicare il proprio tempo alle biblioteche, alle pile di tomi e ai libri pieni di orecchie e divisi da molteplici segnalibri; o, come l'eroico Hal Incandenza di Wallace, ringhiare: Io leggo.
Magari cercate di farlo senza essere eccessivamente insopportabili.

sabato 31 gennaio 2026

Libri letti a gennaio 2026… e quelli da leggere a febbraio!


I libri che ho letto e recensito a gennaio:
Percival Everett: Dottor No
Glenn Cooper: Le chiavi del cosmo

Ed i libri in lettura per febbraio (ma non necessariamente in quest'ordine… e non è neanche detto che siano questi):
Ian McEwan: Quello che possiamo sapere [già in lettura]
Wilbur Smith: La voce del tuono
Harlan Coben: Fuga
Andrew Porter: La vita immaginata

La classifica dei libri più venduti


Dati relativi alla settimana dal 19 al 25 gennaio 2026 (Fonte: TuttoLibri - Repubblica del 31 gennaio 2026):

1. Stefania Auci - L'alba dei Leoni
2. Piergiorgio Pulixi - Il nido del corvo
3. Bianca Pitzorno - La sonnambula
4. Alberto Angela - Cesare
5. Aldo Cazzullo - Francesco. Il primo italiano
6. Angela Marsons - Il silenzio dei colpevoli
7. Mel Robbins - La teoria di lasciare andare
8. Franck Thilliez - Treno infernale per l'Angelo rosso. Serie di Franck Sharko
9. Lily Red - Cuori intrecciati
10. Gianrico Carofiglio - Viaggio in Italia
 

"Anatomy of an Alibi", il caso editoriale di Ashley Elston che domina le classifiche e BookTok

Anatomy of an Alibi, il caso editoriale di Ashley Elston che domina le classifiche e BookTok
Dopo il successo clamoroso del suo precedente thriller, l'autrice con Anatomy of an Alibi si sta confermando come la nuova regina del "legal thriller" con un tocco di suspense moderna

👉 fonte: LibreriAmo

Dall'autrice del bestseller numero uno del New York Times La prima bugia vince (First lie wins), Anatomy of an Alibi di Ashley Elston è il titolo che da inizio anno sta infiammando le classifiche internazionali e il BookTok proprio in questo inizio di 2026. In attesa che il libro arrivi anche in Italia, scopriamo il perché del successo di questo libro uscito a inizio 2026 oltreoceano.
Il romanzo di Ashley Elston mescola il dramma giudiziario con il gioco psicologico. Tutti al Chantilly's Bar notarono Camille Bayliss, una forestiera. Labbra rosse, tacchi firmati, sorseggiava un Negroni. Ma quella donna non era Camille Bayliss. Era Aubrey Price.
Camille Bayliss sembra avere una vita perfetta: è sposata con l'avvocato di successo Ben ed è figlia di una ricca famiglia della Louisiana. Solo che niente è come sembra: Camille crede che Ben nasconda sporchi segreti da anni, ma non riesce a trovare prove perché lui la segue in ogni sua mossa.
Aubrey Price è perseguitata dalla terribile notte che le ha cambiato la vita dieci anni prima, ed è convinta che Benjamin Bayliss ne sappia qualcosa. Vivendo in una casa piena di criminali, Aubrey capisce che c'è più di un modo per arrivare alla verità, e potrebbe aver trovato il modo migliore per entrare.
Aubrey e Camille escogitano un piano. Sembra semplice: per dodici ore, Aubrey prenderà il posto di Camille. Camille spia Ben e le due donne otterranno le risposte che cercano disperatamente.
Ma la mattina dopo, Ben viene trovato assassinato. Entrambe le donne hanno bisogno di un alibi infallibile, ma solo una di loro ce l'ha. E basta un passo falso perché tutto vada a rotoli.
Proprio come il libro precedente della Elston, anche questo ha attirato immediatamente l'attenzione dei club del libro più influenti (come quello di Reese Witherspoon o di Oprah), che ne hanno decretato il successo prima ancora dell'uscita fisica.
A differenza dei classici alla John Grisham, il ritmo in Anatomy of an Alibi di Ashley Elston è molto più serrato e focalizzato sui colpi di scena psicologici piuttosto che sulla burocrazia delle aule di tribunale. Inoltre, questo libro conferma la capacità dell'autrice di nascondere indizi sotto gli occhi del lettore. Chi ha amato La prima bugia vince sta acquistando questo nuovo titolo perché consapevole che nei libri di Ashley Elston nulla è come sembra fino all'ultima pagina.
Anatomy of an Alibi di Ashley Elston è un libro consigliato a tutti coloro a cui piace decostruire i misteri e cercare di capire "come è stato fatto". L'anatomia citata nel titolo non ha nulla a che fare con quella umana, ma fa riferimento all'anatomia della menzogna.
Inoltre, il libro affronta uno dei temi più di stretta attualità oggi: il labile confine tra ciò che è vero e ciò che è falso. L'autrice in questo libro si impegna a mostrare quanto sia fragile la verità quando viene filtrata attraverso la tecnologia moderna (deepfake, metadati, sorveglianza digitale).
Infine, uno dei moti per cui vale la pena leggere Anatomy of an Alibi è l'empatia che il lettore è portato ad avere nei confronti della protagonista: ci si ritrova a dubitare insieme a lei, vivendo il dilemma etico di difendere qualcuno che senti essere colpevole ma che la legge dice essere innocente.
Ashley Elston rappresenta una delle voci più brillanti e di successo del thriller contemporaneo, capace di scalare le classifiche mondiali grazie a una scrittura serrata e a trame costruite come complessi meccanismi a orologeria. L'autrice vive in Louisiana con il marito e i tre figli. Prima di diventare una scrittrice a tempo pieno, ha lavorato per molti anni come fotografa di matrimoni. Questa esperienza, apparentemente lontana dalla letteratura gialla, le ha permesso di sviluppare un occhio clinico per i dettagli, le espressioni umane e tutto ciò che accade "dietro le quinte" delle vite apparentemente perfette delle persone.
La sua carriera è iniziata nel mondo della letteratura per ragazzi: ha debuttato con titoli come The rules for disappearing (2013) e This is our story, romanzi che già mostravano la sua inclinazione per il mistero e la tensione psicologica. Il vero punto di svolta internazionale è arrivato con il suo primo thriller per adulti: First Lie Wins (in Italia pubblicato come La prima bugia vince). Il libro è diventato un caso editoriale istantaneo, entrando direttamente al primo posto della classifica del New York Times, anche grazie al fatto di essere selezionato da Reese Witherspoon per il suo celebre Hello Sunshine Book Club, un riconoscimento che garantisce quasi sempre un successo planetario.
I diritti televisivi sono stati acquistati per produrre una serie TV, a testimonianza della forza cinematografica della sua scrittura.