"Un bel libro, Marcus, non si valuta solo per le sue ultime parole, bensì sull'effetto cumulativo di tutte le parole che le hanno precedute. All'incirca mezzo secondo dopo aver finito il tuo libro, dopo averne letto l'ultima parola, il lettore deve sentirsi pervaso da un'emozione potente; per un istante, deve pensare soltanto a tutte le cose che ha appena letto, riguardare la copertina e sorridere con una punta di tristezza, perché sente che quei personaggi gli mancheranno. Un bel libro, Marcus, è un libro che dispiace aver finito". [Joël Dicker in "La verità sul caso Harry Quebert"]

domenica 5 luglio 2026

Due commissari, due romanzi: Markaris e Musso a confronto


Due commissari, due romanzi: Markaris e Musso a confronto
Petros Markaris e Guillaume Musso pubblicano due romanzi polizieschi molto diversi che ruotano intorno alle figure di due ancor più diversi investigatori: li accomuna, però, la capacità di andare oltre la contingenza e interpretare cose e persone con una straordinaria profondità

👉 fonte: La Ricerca

Chi scrive ha un affettuoso ricordo del vecchio aeroporto ateniese Ellinikòn, situato a sud della città, soppiantato dal 2001 dal più moderno scalo Eleftherios Venizelos. Questo ex-aeroporto, infatti, è associato ai miei primi viaggi in Grecia in aereo, che rappresentavano un signorile upgrade rispetto ai precedenti tragitti, interminabili e avventurosi, che vedevano me e i miei amici partire in treno (senza a/c) da Milano fino ad Ancona o Brindisi e raggiungere l'Ellade a bordo di improbabili traghetti…
Mi sono dunque dispiaciuto che questa immensa area (si parla di 6 milioni di metri quadri) dopo un parziale utilizzo come villaggio durante le Olimpiadi del 2004, sia rimasta a lungo inutilizzata e le sue strutture si siano irrimediabilmente ammalorate. E mi sono altrettanto dispiaciuto (per ragioni ovviamente diverse) nel vedervi accampati negli anni disperati o profughi d'ogni genere, su tutti quelli che scappavano dalla terribile guerra civile siriana, scoppiata nel 2011 e forse non ancora del tutto finita.
Pertanto, ho appreso con favore l'idea di una rigenerazione di quest'area, anche se davanti al progetto virtuale e alla realtà dei fatti (l'opera è infatti in fase avanzata di realizzazione), l'impressione è che l'esito finale sarà una sorta di "Dubai mediterranea", con parchi, edifici residenziali, hotel di lusso, negozi, servizi di ogni genere; il tutto (si dice) con grande attenzione all'impatto ambientale.
Ma se è vero che l'edilizia porta posti di lavoro, è altrettanto vero che un progetto abitativo del genere guarda ai ceti elevati, e non può certo essere una soluzione ai problemi di quelli medio-bassi, che (ad Atene come in tutte le grandi città) sono "soffocati" dai costi sempre più alti degli affitti.
È questo il contesto nel quale si ambienta l'ultimo romanzo di Petros Markaris, La ricchezza che uccide, La nave di Teseo, Milano 2026. Il commissario Kostas Charitos e i suoi uomini, infatti, sono impegnati in una difficile indagine relativa sia a un omicidio sia a un'esplosione mortale, dovendo muoversi tra palazzinari senza scrupoli, ateniesi che protestano per il nuovo complesso residenziale, migranti sgombrati dai loro centri di accoglienza, anarchici con intenti sovversivi, e (come al solito) ministri preoccupati solo di non perdere la faccia, che delegano dunque alla polizia ogni forma di lavoro sporco. Kostas indaga con la consueta umanità, senza dimenticarsi del ruolo di marito, padre, nonno affettuoso, e per di più gravato dalla preoccupazione per la salute del suo storico amico Lambros Zisis, omonimo del vivace nipotino.
Ovviamente non posso rivelare molto di più, ma il titolo (che in greco era addirittura Il carro funebre dello sviluppo) è già un indizio per capire perché si originino queste forme di violenza, che ruotano bene o male intorno al progetto dell'Ellinikòn; e a spiegarcelo è proprio Lambros, quasi in chiusura del libro, quando afferma: «In televisione nessuno racconta che il progresso e lo sviluppo sono accompagnati ogni giorno da sofferenze, disuguaglianze e drammi simili». Sembra un'ovvietà, una banalità, così come sembrano a prima vista ovvi e banali il traffico di Atene o l'amore del commissario per i ghemistà (pomodori ripieni) cucinati dalla moglie Adriana: di tutto ciò già abbiamo parlato anche in passate recensioni.
Eppure in questa affermazione il vecchio Zisis, ex oppositore dei colonnelli, diventa una sorta di portavoce del narratore, ormai ultra-ottuagenario, che con la saggezza che si addice all'età ha saputo leggere nei suoi romanzi le contraddizioni di una Grecia che è stata sì salvata dal default degli aiuti europei, ma a prezzo di durissime ripercussioni economico-sociali; ripercussioni che hanno riguardato (direttamente o indirettamente) scuola, sanità, beni culturali, aziende pubbliche e private, e ora anche l'edilizia abitativa.
Insomma, è come se al commissario (ora direttore) Kostas Charitos oltre a cercare colpevoli fosse dato mandato di indagare nel profondo dell'animo di chi ha commesso i reati; non per giustificarli, ma per comprendere le motivazioni, che sono nei polizieschi di Markaris più spesso ideologiche che contingenti.
In tutt'altro ambito (la Costa Azzurra) e in tutt'altro periodo (1928) è ambientato un secondo recente romanzo poliziesco (dal ritmo decisamente più giallo) del quale, al pari del precedente, consiglio caldamente la lettura: si tratta di Guillaume Musso, Il crimine del paradiso, La Nave di Teseo, Milano 2026.
Se il libro si configura come un omaggio ad Agatha Christie (la scrittrice inglese Agatha Harding, personaggio del romanzo, ne è una sorta di alter ego), sono numerosi i richiami più o meno evidenti ad altre esperienze artistico-letterarie (Scott Fitzgerald, Simenon, Picasso, Hitchcock etc.) che rendono l'opera complessa e molto ben riuscita: addirittura, nel finale, fa capolino, con un coraggioso sbalzo temporale, lo stesso Guillaume Musso come personaggio, in un raffinato gioco di autofiction.
Gli eventi si svolgono per lo più nella lussuosa Villa Starlight a Cap d'Antibes, di proprietà dei ricchi coniugi americani Florence e Julian Livingstone, ai quali viene misteriosamente rapito nella notte il figlio di tre anni, Oscar. L'indagine viene affidata al commissario Joseph Lèques e al giovane agente Charlie Langlois: i due si trovano a dover scavare tra i segreti, le bugie e le ipocrisie degli illustri ospiti della villa, nonché degli stessi padroni di casa e del loro personale di servizio.
In questo caso, ancor più che nel precedente, chi scrive non può anticipare nulla. Possiamo però spendere due parole sul commissario Lèques, le sue angosce, le sue depressioni, la sua consuetudine con la bottiglia; ciò perché «la guerra era terminata da dieci anni, ma per lui non era mai finita», e le immagini degli orrori che aveva visto durante il primo conflitto mondiale lo avevano collocato «in un circolo vizioso di idee suicide e allucinazioni».
Lèques non ha certo la bonomia di Kostas Charitos, e a prima vista ci appare come un misantropo, eppure pagina dopo pagina il lettore sviluppa empatia nei suoi confronti e apprezza il suo ruolo quasi paterno nei confronti di Charlie; ma soprattutto comprende che la dolorosa condizione del commissario è forse una delle chiavi per giungere alla soluzione del caso. Perché solo chi ha avuto esperienze così drammatiche sa che "il passato non passa" mai davvero, e dunque non è solo nel presente che è bene indagare. E qui mi fermo, come promesso.
Mi permetto soltanto, per cominciare a introdurre i (miei) lettori nel clima del romanzo, di anticipare l'inizio della descrizione della splendida e innovativa, per quei tempi, villa dei Livingstone, della quale Musso allega anche disegno e piantina: «Non era una casa, era una nave. Un'enorme imbarcazione bianca e scintillante che aveva gettato l'ancora in mezzo alla campagna di Antibes. All'inizio Joseph credette a un abbaglio e mise la mano a visiera per proteggersi dal sole. Villa Starlight non aveva nulla a che vedere con le grandi dimore che aveva visitato in precedenza. Nessuna modanatura, niente colonnati o frontoni sovraccarichi come nelle abitazioni ispirate al Rinascimento o al mondo classico. E nulla a che vedere nemmeno con una costruzione tradizionale. Era una cosa diversa. Una villa d'avanguardia in calcestruzzo, sviluppata su tre livelli che sposavano le imperfezioni del terreno assecondandone la disposizione a terrazze».
Per saperne di più su come è fatta all'interno (aspetto non secondario nell'indagine) e su chi vi risiede in forma stabile o saltuaria (aspetto ancor più rilevante) è però necessario andare in libreria.

[RECENSIONE] Andrea Camilleri: La mossa del cavallo

Andrea Camilleri: La mossa del cavallo

Formato: copertina flessibile
Pagine: 257
Editore: Sellerio Editore (9 febbraio 2017)
ISBN-13: 9788838936050

Data di acquisto: 5 agosto 2023
Letto dall'1 al 5 luglio 2026

Sinossi
Nell'autunno del 1877, Giovanni Bovara, un ispettore capo ai mulini nato in Sicilia ma ligure d'adozione, viene inviato nei pressi di Montelusa. Il suo compito è far rispettare l'invisa tassa sul macinato. Sostituisce due predecessori morti misteriosamente ed è visto con grande sospetto dai poteri locali.
Bovara si ritrova invischiato in una fitta rete di corruzione e omertà che coinvolge notabili, avvocati e mafiosi del paese. Dopo aver assistito per caso all'assassinio di un prete corrotto e sciupafemmine, l'ispettore viene incastrato e accusato ingiustamente dello stesso omicidio. Costretto a difendersi da un sistema corrotto che rema contro di lui, Bovara capisce che l'unico modo per salvarsi e incastrare i veri colpevoli è giocare d'astuzia, come negli scacchi.
La sua strategia vincente (la "mossa del cavallo") consiste nell'utilizzare il dialetto siciliano stretto e la mentalità machiavellica del luogo, fingendosi sottomesso per ingannare i suoi accusatori e ribaltare completamente le sorti del processo.

L'incipit del libro
Sabato 1 settembre 1877
«Dominovobisco».
«Etticummi spiri totò» risposero una decina di voci sperse nello scuro profondo della chiesa, rado rado punteggiato da qualche lumino e da cannìle di grasso fetente.
«Itivìnni, la missa è».
Ci fu una rumorata di seggie smosse, la prima messa del matino era finita. Una fimmina ebbe una botta di tosse, patre Artemio Carnazza fece una mezza inginocchiata davanti all'altare maggiore, scomparse di prescia nella sacristia dove il sacrestano, morto di sonno com'era sempre, l'aspettava per aiutarlo a spogliarsi dai paramenti. I fedeli abituali della prima messa lasciarono tutti la chiesa, cizziòn fatta di donna Trisìna Cicero, la fìmmina che aveva tussiculiato, la quale se ne ristò in ginocchio, sprofondata nella preghiera. Donna Trisìna s'appresentava alla prima messa da una quindicina di matine, non era difatti canosciuta come chiesastrica, in chiesa compariva solamente la domenica e le sante feste comannate. Si vede che le era capitato di fare piccato e ora voleva farsi pirdonare dal Signiruzzo. Donna Trisìna era una trentina mora, con gli occhi verdi sparluccicanti e due labbra rosse come le fiamme dell'inferno. Mischineddra, era rimasta vìdova da tre anni. Da allora si vestiva tutta di nìvuro, a lutto stretto, lo stesso però gli òmini quando che la vedevano passare facevano cattivi pinsèri, tanta grazia di Dio senza che ci fosse un mascolo a governarla. Ma in paìsi c'era chi sosteneva che quel campo era stato invece arato e abbondantemente seminato da almeno due volenterosi: l'avvocato don Gregorio Fasùlo e il fratello del delegato, Gnazio Spampinato.


La mia recensione
"Nel corso dell'insonne notte trascorsa nella cella della Delegazione, aveva a lungo meditato sullo schema di gioco e che stimava perciò vincente la mossa del cavallo".
In questo romanzo del 1999, il commissario Montalbano cede il posto  al giovane ragioniere Giovanni Bovara: fresco di nomina ad Ispettore Capo delle tasse sul macinato, viene inviato da Genova a Montelusa (in Sicilia) per indagare su alcuni presunti episodi di corruzione e sulle misteriose sparizioni (poi rivelatisi omicidi) dei suoi due predecessori. Anche lui verrà messo duramente alla prova: più volte si troverà a che fare con omertà ed ostacoli di ogni sorta, verrà incastrato ed accusato dell'omicidio del parroco del paese (un prete disonesto, nonché "tombeur de femmes" a più non posso).
In La mossa del cavallo, ambientato nelle campagne siciliane tra Montelusa e Vigata nell'autunno del 1877, al Camilleri romanziere si affianca un (non proprio inedito) Camilleri studioso di eventi storici della sua Sicilia: lo stile narrativo è sì ironico come sempre, ma è anche molto malinconico e, come da prassi, scritto usando il dialetto siciliano più stretto (e, vista la provenienza del giovane protagonista, anche un po' di dialetto genovese… per me, salentino doc, veramente complicato da leggere e comprendere).
Vediamo brevemente di cosa parla questo romanzo scritto dal maestro Camilleri partendo, come afferma lui stesso, da alcuni documenti su una storia vera. In La mossa del cavallo c'è la totale assenza di equità sociale e, soprattutto, abbiamo una giustizia piegata ad uso e consumo dei mafiosi e dei potenti di turno: il "sistema" di potere che governa quel pezzo di territorio è talmente collaudato e radicato (anche nella mentalità), che chiunque si metta in mezzo viene (letteralmente) tolto di mezzo. Ecco perché l'arrivo in Sicilia del ligure Giovanni Bovara rappresenta il classico granello di polvere che si incastra tra gli ingranaggi della macchina del malaffare. Giovanni Bovara, il forestiero per antonomasia: non parla nemmeno una parola di dialetto siciliano, non capisce le "usanze" del posto ed appare quasi ingenuo… ma gli basta usare la testa al momento giusto!
La trama è lentissima (le discussioni politiche son quasi soporifere) e la polvere della campagna siciliana è davvero tanta. Non è un giallo "alla Camilleri" in senso stretto e non c'è tanto da ragionarci sulla soluzione del caso (come detto poc'anzi, dimenticatevi i ragionamenti "alla Montalbano"), perché una soluzione vera e propria non c'è. Ma c'è, più che altro, un escamotage ideato dallo stesso Bovara che arriva inaspettato e cambia il corso delle ultimissime pagine.
Insomma, non è certamente uno dei migliori lavori di Camilleri e (detto in tutta onestà) non resterà tra i miei preferiti del maestro, ma è innegabile che, letta l'ultima pagina, stimoli a farti la classica domanda: cosa faremmo noi (o come ci saremmo comportati) al posto di Giovanni Bovara?
📌 Voto: ⭐⭐⭐ (3 su 5)

sabato 4 luglio 2026

Molto più di un giallo: perché "L'età del dubbio" di Camilleri è il romanzo che spiega le fragilità umane


Molto più di un giallo: perché L'età del dubbio di Camilleri è il romanzo che spiega le fragilità umane

👉 fonte: Studenti.it

In L'età del dubbio, pubblicato nel 2008 da Sellerio Editore, Andrea Camilleri porta il commissario Montalbano ad affrontare non solo un nuovo caso, ma anche sé stesso.
Il diciottesimo capitolo della serie si apre con un sogno di morte e si sviluppa come un'indagine duplice: da un lato l'inchiesta su un omicidio legato alla nautica di lusso e al crimine organizzato, dall'altro l'esplorazione dei turbamenti interiori di un uomo alle prese con il passare del tempo e la fragilità dei sentimenti.
Il romanzo si distingue per una narrazione più introspettiva del consueto, che alterna tensione investigativa e riflessione esistenziale. Al centro non c'è soltanto la ricerca della verità, ma il dubbio come condizione permanente: il dubbio sul presente e sul futuro, su ciò che si è stati e su ciò che si vorrebbe diventare.
Camilleri, con la sua consueta maestria, costruisce così un racconto che unisce l'enigma poliziesco alla malinconia del desiderio, restituendo un Montalbano più umano, vulnerabile e solo.
La vicenda prende avvio con un sogno inquietante: Montalbano sogna il proprio funerale, con Livia come unica partecipante. Un incubo che lo scuote profondamente e lo predispone a un'indagine che si rivelerà carica di tensione emotiva. Subito dopo, il commissario soccorre una giovane donna con l'auto in panne, la cui presenza si rivelerà tutt'altro che casuale. La donna è ufficiale della Guardia Costiera, e sarà coinvolta nel caso che si apre con il ritrovamento di un cadavere a bordo di un tender (una piccola imbarcazione che si collega a una barca principale per fare la spola con la costa), approdato nel porto di Vigàta.
L'indagine si sposta nel mondo opaco e insidioso della nautica da diporto, dove yacht di lusso, appalti, rotte illegali e traffici illeciti si intrecciano con giochi di potere e interessi mafiosi. Montalbano, pur procedendo con la consueta lucidità investigativa, appare disorientato sul piano personale: si infatua della giovane ufficiale Laura e, complice la crisi con Livia, si ritrova a interrogarsi sui sentimenti, sulla solitudine e sulla possibilità di una nuova vita.
Il caso si risolve con la consueta abilità deduttiva del commissario, ma lascia dietro di sé una scia di malinconia. Il dubbio (inteso come sentimento, come ferita, come condizione esistenziale) rimane il vero protagonista del romanzo, che si chiude senza risposte nette, ma con un interrogativo sospeso sull'identità, il desiderio e il tempo che passa.
In L'età del dubbio Camilleri abbandona in parte la struttura tradizionale del giallo per approfondire la dimensione psicologica del suo protagonista. Il delitto resta centrale, ma è anche un pretesto narrativo per esplorare la crisi personale di Montalbano, che appare più vulnerabile, spaesato, incapace di fare piena chiarezza su ciò che prova.
Il dubbio evocato dal titolo è una condizione che si allarga a ogni aspetto della storia: professionale, relazionale, morale.
Il romanzo si sofferma sul senso di smarrimento che accompagna la maturità, su una stanchezza che non è solo fisica, ma anche emotiva e spirituale. Montalbano avverte il peso del tempo e l'incertezza di un'esistenza in bilico, in cui ogni scelta sembra perdere la propria assolutezza. La figura femminile di Laura incarna un'alternativa possibile, forse illusoria, ma che accende un desiderio di cambiamento destinato a rimanere inespresso.
Anche lo sfondo sociale è tratteggiato con consueta efficacia: la corruzione, i traffici clandestini, il potere economico che agisce nell'ombra sono elementi costanti dell'universo camilleriano, qui resi più inquietanti dal contrasto con l'ambiente raffinato e apparentemente impeccabile degli yacht e delle marine turistiche.
Al centro del romanzo c'è naturalmente Salvo Montalbano, ritratto in una delle sue versioni più umane e disarmate. Il commissario è in preda a una crisi profonda, che tocca il suo rapporto con Livia, il senso della sua professione e persino la sua capacità di distinguere ciò che desidera da ciò che lo disturba. La figura di Laura lo pone di fronte a un'inattesa apertura sentimentale, ma anche a una serie di interrogativi che non riesce a sciogliere.
Intorno a lui si muovono i personaggi consueti: Fazio, sempre rigoroso e affidabile; Mimì Augello, più distratto e frivolo ma fondamentale per l'equilibrio interno del commissariato; Catarella, la cui comicità linguistica resta una costante capace di alleggerire anche le atmosfere più tese.
Questo romanzo è però meno corale rispetto ad altri episodi della serie, dato che il fuoco narrativo resta puntato su Montalbano e sul suo rapporto con Laura, che occupa gran parte del suo spazio emotivo. Laura stessa è uno dei personaggi più riusciti dell'intero ciclo: intelligente, riservata, con una forza tranquilla che incuriosisce e destabilizza il commissario. La sua presenza suggerisce una possibile evoluzione nella vita di Montalbano, ma anche la difficoltà di lasciarsi alle spalle ciò che si è stati finora. La relazione tra i due rimane sospesa, segnata più dall'assenza che dalla possibilità concreta, ma lascia un segno profondo nella coscienza del protagonista.
Andrea Camilleri, autore prolifico e innovativo, è stato tra i pochi scrittori italiani capaci di trasformare la lingua in uno strumento d'identità narrativa. Nato nel 1925 e formatosi tra teatro e televisione, ha raggiunto il successo editoriale con la serie del commissario Montalbano, grazie a una scrittura ibrida che fonde italiano, siciliano e lessico reinventato.
La sua prosa, immediatamente riconoscibile, ha dato vita a un genere inconfondibile: un giallo che non rinuncia mai alla riflessione storica e sociale. Camilleri ha dimostrato come il linguaggio potesse essere al tempo stesso barriera e ponte, cifra espressiva e strumento politico.

[RECENSIONE] Shirley Jackson: La strega


Shirley Jackson: La strega

Titolo originale: The Witch
Formato: Kindle (854 KB)
Pagine: 41
Editore: Adelphi (31 ottobre 2023)
ASIN: B0CLN6X8LN
ISBN-13: 9788845987021

Acquistato e letto il 4 luglio 2026

Sinossi
Tre dei racconti qui riuniti hanno come protagoniste quelle creaturine infide, pericolose, enigmatiche che Shirley Jackson conosceva molto bene per aver cresciuto quattro «demoni», come chiamava (scherzosamente ma non troppo) i figli. Un bambino che, viaggiando in treno, vede streghe ovunque, e non è detto che non abbia ragione. Una ragazza che, sotto gli occhi di un presunto adulto un po' alticcio, sfoggia un sapere e una saggezza apocalittici, mentre nella stanza accanto gli invitati a una festa sproloquiano sul futuro del mondo: «Non credo proprio che abbia molto futuro», sentenzia con placido e inquietante distacco «almeno per com'è adesso… Se quando lei era giovane la gente si fosse spaventata davvero, oggi non saremmo messi così male». E uno scolaretto che ne combina di tutti i colori, forse invisibile ma non per questo assente, come diceva sant'Agostino dei defunti, benché il marmocchio in questione sia vivo e vegeto. Tre «boîtes à surprise» con le quali Shirley Jackson suscita, a partire dal candore arcano dei ragazzi, sorrisi e brividi glaciali in egual misura. Senza rinunciare a condurci, al seguito di una donna che deve farsi estrarre un molare, nel suo territorio d'elezione: quella zona d'ombra ai confini della follia dove le cose note perdono i loro connotati familiari e appaiono estranee e perturbanti, dove un luciferino sconosciuto, materializzatosi dal nulla al nostro fianco, può prenderci per mano e, in un battito di ciglia, portarci a correre sulla sabbia calda, mentre le onde «tintinnano come campanelli sulla spiaggia» e «i flauti suonano tutta la notte».

La mia recensione
Ecco qui non un romanzo in senso stretto, ma quattro racconti brevi (troppo brevi, tremendamente brevi) dell'autrice del celebre L'incubo di Hill House. Un libricino, datato 1949, di poco più di una cinquantina di pagine che si lasciano leggere in un mezzoretta o poco più.
Racconti brevi, lenti e cupi che, per giunta, non puntano sulla trama ma, più che altro, sul disagio e sui disturbi psicologici. Vediamoli brevemente:
- La strega: il racconto che dà il titolo al libro ci mostra un bambino che afferma di vedere delle streghe fuori dal finestrino del treno in cui sta viaggiando con la madre. Ad un certo punto, accanto al bambino si siede un signore che confessa di aver ucciso e fatto a pezzi la propria sorellina. Questo fatto inquieta solo la madre, non il bambino o gli altri passeggeri;
- L'ubriaco: nel corso di una festicciola in casa, una giovane studentessa conversando con un uomo visibilmente ubriaco gli prospetta un futuro catastrofico del mondo;
- Charles: questo racconto (il migliore del libro ma, paradossalmente, anche il più breve), scritto partendo dalle vere esperienze del figlioletto dell'autrice, ci parla di una giovane madre alle prese con i racconti del figlioletto nei suoi primi giorni di scuola. Il bimbo afferma di avere un compagno, Charles, indisciplinato e violento oltre ogni modo. La madre, sempre più preoccupata, chiede lumi all'insegnate e scopre che nella classe del figlio non c'è alcun Charles;
- Il dente: nel racconto più lungo del libro (più lungo per modo di dire…) una donna è sia tormentata da un ricorrente e ciclico mal di denti, che sfinita dai farmaci che prende senza sosta. Il suo viaggio in autobus per recarsi dal dentista diventa qualcosa di grottesco e inquietante.
Quattro racconti brevi, quindi, per quattro situazioni di ordinaria quotidianità (un viaggio in treno, un festino in casa, l'inizio della scuola, una seduta dal dentista) che, alla prova dei fatti, di ordinario non hanno proprio nulla: in ognuno di essi, invece, entra in scena un dettaglio che, come se ci trovassimo davanti ad uno specchio deformante, lascia intravedere il torbido del mondo.
📌 Voto: ⭐⭐⭐ (3 su 5)

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Gialli e thriller estate 2026: da Mencarelli a Musso, 10 libri "da brividi" sotto l'ombrellone

👉 fonte: The Book Advisor

Gialli, thriller, noir e hard boiled: dieci  libri da leggere in questa estate 2026. In questo articolo vi consigliamo dieci titoli per chi ama storie storie ad alta tensione, enigmi impossibili e atmosfere capaci di far venire i brividi anche sotto il sole più cocente.
Innanzitutto, però, se volete scoprire che differenza ci sia tra gialli, noir e hard boiled vi rimandiamo all'approfondimento di Loredana Coppini, in cui si spiega come "troppo spesso, romanzi polizieschi, thriller investigativi e perfino gialli classici vengano etichettati come noir, generando una sorta di appiattimento semantico che finisce per confondere lettori e appassionati".

Quattro presunti familiari di Daniele Mencarelli. Una profonda esplorazione dei legami di sangue e delle relazioni umane, dove l'autore scava nelle pieghe degli affetti e delle fragilità quotidiane con la sua solita, straordinaria sensibilità poetica.
Tatuaggio di Manuel Vazques Montalban. Il romanzo che segna l'esordio del celebre investigatore privato Pepe Carvalho, chiamato a indagare sull'identità di un cadavere sfigurato partendo dall'unico indizio rimasto: un tatuaggio sulla pelle.
Muchio Mojo di Joe Landsdale. Il secondo capitolo delle avventure di Hap e Leonard, in cui la coppia si trova a fare i conti con uno scheletro infantile nascosto sotto una casa, sprofondando in un mix travolgente di thriller, satira sociale e irresistibile humor texano.
Segnale assente di Francois Morlupi. Una nuova indagine per i Cinque di Monteverde, i poliziotti più umani e strampalati della narrativa italiana che, tra ironia e una Roma d'autunno, si trovano a risolvere un caso complesso in cui nulla è come sembra.
Central park di Guillaume Musso. Un thriller psicologico dal ritmo serrato che si apre con un risveglio da incubo: una poliziotta francese e un pianista jazz si ritrovano incatenati l'un l'altro su una panchina di Central Park senza ricordare come ci siano arrivati.
Vecchie conoscenze di Antonio Manzini. Il burbero vicequestore Rocco Schiavone torna a fare i conti con i fantasmi del suo passato e con un cold case legato all'omicidio di una stimata professoressa, in un perfetto equilibrio tra malinconia e indagine pura.
Dress code rosso sangue di Marina Di Guardo. Un noir ambientato nel patinato ma spietato mondo della moda milanese, dove una giovane avvocatessa si ritrova coinvolta in una scia di omicidi efferati e segreti inconfessabili dietro le quinte delle sfilate.
L'educatore di Antonio Lanzetta. Un thriller cupo e psicologico radicato nel profondo Sud Italia, fresco vincitore del Premio Scerbanenco per il Cinema.
Raylan di Elmore Leonard. L'iconico e sornione U.S. Marshal Raylan Givens si muove tra i minatori di carbone del Kentucky, trafficanti di organi e criminali assortiti in un romanzo dal ritmo incalzante e dai dialoghi taglienti, tipici del maestro del pulp americano.
Una giuria di sole donne di Susan Glaspell. Un magistrale racconto poliziesco che, come un dramma da camera, si svolge tutto nel mondo piccolo e psicologicamente denso di una sola stanza.

"La strega" di Shirley Jackson è il nostro consiglio di lettura per l'estate


La strega di Shirley Jackson è il nostro consiglio di lettura per l'estate
Quattro piccoli racconti attraversati da una narrazione fresca e ricca di suspence. Un libro in grado di accontentare qualsiasi tipo di lettore (e a prova di caldo)

👉 fonte: L'eco di Bergamo

Si pensa sempre che il libro da portare sotto all'ombrellone debba essere caratterizzato da una trama leggera, intrigante e che, possibilmente, si esaurisca in fretta: un «giallo», un «thriller», qualunque cosa, basta che non sia eccessivamente lungo e che non vada a impegnare troppo le nostre facoltà cognitive, già messe a dura prova dall'asfissiante caldo estivo. Eppure, si possono trovare dei buoni compromessi fra quello che il semiologo Roland Barthes, nel suo celebre saggio Il piacere del testo (pubblicato nel 1973), definiva «testo di piacere» e quello che chiamava «testo di godimento». La strega, edito da Adelphi nel 2023, che propone quattro piccoli e pregevoli racconti della grande scrittrice statunitense Shirley Jackson (per un totale di neanche 70 pagine), può accontentare i lettori più raffinati ma anche quelli più pigri e meno interessati, magari, a certe preziosità.
La raccolta, dall'evocativa copertina color violetto perlato, è attraversata, in parte, dai temi che, ricorrentemente, si trovano all'interno delle opere di Jackson: l'ansia sociale e la difficoltà relazionale, la solitudine esistenziale, la malattia mentale e il focolare domestico, dimensione rassicurante e familiare, quest'ultimo, ma, al contempo, causa del vuoto interiore avvertito dai personaggi, soprattutto femminili. La narrazione, a tratti surreale, trasfigura magicamente posti ordinari (il vagone di un treno, la cucina di una casa, la scuola, l'autobus) in luoghi «della soglia», sfociando in esiti estranianti e grotteschi, a volte gotici a volte onirici, spesso comici, quasi sempre a cavallo fra ragione e follia. E poi ci sono i bambini: vivaci, chiassosi, sfrontati; anche loro paiono delle creature soprannaturali e misteriose, spiritelli burloni in conflitto col mondo della logica e con quello degli adulti.
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venerdì 3 luglio 2026

Questo fantasy ha ispirato "Game of Thrones" ma rischia di non diventare mai una serie TV


Questo fantasy ha ispirato Game of Thrones ma rischia di non diventare mai una serie TV

👉 fonte: Best Movie

Il successo di Game of Thrones ha cambiato radicalmente il rapporto tra televisione e fantasy. Dopo il debutto della serie HBO nel 2011, gli studios hanno iniziato una vera e propria corsa alla ricerca del "nuovo GoT", investendo miliardi di dollari nell'adattamento di grandi saghe letterarie. Da Il Signore degli Anelli: Gli Anelli del Potere a The Witcher, passando per La Ruota del Tempo, il fantasy è diventato uno dei generi più ambiti dell'industria dell'intrattenimento.
Eppure, in questa corsa alla prossima grande epopea fantasy, una delle opere che hanno contribuito a plasmare l'immaginario di George R.R. Martin è rimasta sorprendentemente ai margini. Si tratta di Memory, Sorrow, and Thorn, la celebre saga di Tad Williams pubblicata tra il 1988 e il 1993, considerata da molti appassionati e critici una delle opere più influenti del fantasy moderno.
Lo stesso Martin ha più volte riconosciuto il debito creativo nei confronti dello scrittore americano. In diverse interviste, l'autore delle Cronache del ghiaccio e del fuoco ha spiegato come la lettura di Memory, Sorrow, and Thorn gli abbia mostrato nuove possibilità narrative all'interno del fantasy, dimostrando che il genere poteva essere maturo, complesso e profondamente umano, senza rinunciare all'epica e alla mitologia.
La saga di Williams è ambientata nel continente di Osten Ard, un mondo nel quale la magia sembra ormai appartenere al passato. Tuttavia, una misteriosa minaccia proveniente dalle regioni settentrionali inizia a emergere, costringendo i regni degli uomini a confrontarsi con un pericolo molto più grande delle loro rivalità politiche. Al centro della vicenda troviamo Simon, un giovane di umili origini destinato a diventare una figura chiave nella lotta per il futuro del suo mondo.
Per i lettori di Martin, alcune analogie possono apparire immediatamente familiari. Le antiche creature che abitano il Nord, le tensioni dinastiche, le lotte per il potere, la presenza di razze misteriose e il ritorno di forze dimenticate sembrano anticipare alcuni degli elementi che avrebbero poi reso celebre Westeros. Anche il celebre Dragonbone Chair, il trono costruito con le ossa di un drago e simbolo del potere regale, richiama inevitabilmente altre iconiche sedute del fantasy contemporaneo.
Naturalmente, sarebbe scorretto parlare di semplice imitazione. Sia Tad Williams sia George R.R. Martin hanno attinto a un vastissimo patrimonio culturale fatto di miti, leggende e grandi opere fantasy precedenti, a partire dall'influenza fondamentale di J.R.R. Tolkien. Ciò che Martin ha sempre riconosciuto a Williams è piuttosto la capacità di reinterpretare questi archetipi attraverso personaggi complessi, moralmente sfaccettati e profondamente umani.
L'importanza di Memory, Sorrow, and Thorn nella storia del fantasy è testimoniata anche dalla sua longevità. Dopo aver concluso la saga originale, Tad Williams è tornato nel mondo di Osten Ard con il ciclo sequel The Last King of Osten Ard, pubblicato tra il 2017 e il 2024, dimostrando come questo universo narrativo continui ancora oggi a esercitare un forte fascino sui lettori.
Eppure, nonostante il successo letterario e l'influenza esercitata su un'intera generazione di autori, la saga non ha mai ricevuto un adattamento cinematografico o televisivo di grande respiro. Una circostanza che appare quasi paradossale, considerando quanto il pubblico contemporaneo abbia dimostrato di apprezzare le grandi epopee fantasy.
Può essere che proprio il suo straordinario legame con una delle saghe più popolari degli ultimi decenni abbia finito per trasformare Memory, Sorrow, and Thorn in uno dei più affascinanti "what if" della storia recente del fantasy. Un'opera che ha contribuito a cambiare il genere per sempre, ma che attende ancora il momento giusto per conquistare anche lo schermo.

"Racconti straordinari": la logica dell'incubo tra scienza, caso e follia


Racconti straordinari: la logica dell'incubo tra scienza, caso e follia
Edgar Allan Poe, maestro dell'horror, ci guida come autore e personaggio stesso della narrazione tra racconti che descrivono temi cupi a lui cari

👉 fonte: Virgilio - Scuola

Pubblicato in Francia a metà Ottocento grazie alla passione di Charles Baudelaire, Racconti straordinari di Edgar Allan Poe è una raccolta che ha cambiato per sempre il modo di raccontare il mistero, la paura e la scienza. Non è un semplice libro di "storie dell'orrore": dentro troviamo investigazioni logiche raffinatissime, viaggi impossibili in mongolfiera o verso la luna, creature meccaniche che attraversano l'Atlantico, ipnosi e allucinazioni, vendette familiari e cavalli spettrali. In queste pagine Poe sperimenta generi diversi (dal giallo all'horror, dal racconto fantastico alla proto‑fantascienza) con uno stile preciso e inquietante. Per uno studente di oggi, leggere questi racconti significa entrare nel laboratorio di uno degli autori più influenti della modernità, capire come nasce il detective alla Sherlock Holmes, ma anche esplorare paure e desideri che, sotto la superficie ottocentesca, parlano ancora a noi.
La raccolta Racconti straordinari si apre, nell'edizione francese, con un saggio‑ritratto scritto da Charles Baudelaire: Edgar Poe, sa vie et ses oeuvres. Qui il poeta francese presenta Edgar Allan Poe come un genio segnato da un destino di sfortuna. Secondo Baudelaire, Poe porta sulla fronte il "marchio della sventura": la sua è una vita errante, segnata da povertà, incomprensioni, attacchi personali. Gli Stati Uniti, società materialista e provinciale, appaiono come una prigione per il suo spirito raffinato. I biografi americani, specialmente Rufus Griswold, lo descrivono solo come un ubriacone disordinato; Baudelaire reagisce con indignazione e ne difende la grandezza artistica, insistendo sull'idea di Poe come martire del genio, vittima dell'ipocrisia e dell'invidia del suo tempo.
Tra i racconti più celebri spicca Double assassinat dans la rue Morgue, l'incipit del futuro giallo moderno. Il narratore riflette sul potere dell'analisi razionale. L'analista, afferma, prova un piacere quasi fisico nel risolvere enigmi, come un atleta che allena i muscoli. Per spiegare questa idea, paragona vari giochi: le dame e il whist allenano l'attenzione e la capacità di leggere l'avversario molto più degli scacchi, dove la complessità distrae. Il vero analista osserva ogni minimo gesto, una parola sfuggita, l'ordine delle carte giocate, e ne ricava deduzioni inaspettate. L'autore distingue così tra semplice ingegno e autentica facoltà analitica, che combina immaginazione e metodo. Queste pagine teoriche preparano il lettore al caso poliziesco che seguirà, ambientato in una Parigi misteriosa, e creano un clima di attesa: ci viene promessa una storia "straordinaria" che metterà alla prova queste capacità.
Altre narrazioni coltivano invece la meraviglia scientifica. In Le canard au ballon viene annunciata la costruzione di un volatile meccanico, un'anatra artificiale creata dall'inventore M. Monck Masson. Straordinariamente, questo "canard" avrebbe attraversato l'Oceano Atlantico in soli tre giorni, atterrando sull'isola di Sullivan, vicino a Charleston. I giornali e il pubblico accolgono la notizia con entusiasmo, come la prova che la navigazione aerea è ormai possibile. Il racconto ha la forma di un breve articolo sensazionalistico: il protagonista è quasi la macchina stessa, simbolo dell'audacia tecnica e delle speranze riposte nel progresso. Per il lettore, però, rimane sempre il dubbio se si tratti di un fatto vero o di un "hoax", una burla letteraria costruita ad arte da Poe per riflettere sul rapporto fra scienza, stampa e credulità collettiva.
Lo stesso meccanismo ritorna nel più ampio resoconto intitolato Mason, Robert Holland, Henson, Harrison Ainsworth, et de quatre autres. Qui si racconta la presunta prima traversata atlantica in dirigibile, compiuta da otto uomini a bordo del pallone Victoria in sessantacinque ore. L'articolo, attribuito al New‑York Sun, elenca i partecipanti (aeronauti, inventori, scrittori) e insiste sul carattere "perfettamente autentico" dei diari di bordo da cui il testo sarebbe tratto. Una lunga sezione descrive con precisione tecnica il dirigibile progettato da Monck Mason: si criticano i falliti esperimenti di Henson e George Cayley con le ali rotanti e si esalta la nuova soluzione basata sulla vite di Archimede applicata all'aria, una grande elica a spirale che spinge il pallone. Il risultato è un ibrido affascinante: da un lato divulgazione scientifica, dall'altro narrativa spettacolare, che sfrutta la fame di novità del pubblico e mette in scena i rischi di una fiducia cieca nella stampa.
Nel racconto Aventure sans pareille d'un certain Hans Pfaall, Poe spinge ancora oltre la fantasia scientifica. In una calda giornata d'estate, la tranquilla Rotterdam viene sconvolta dall'apparizione in cielo di un pallone grottesco, costruito con vecchi giornali sporchi e ornato come un cappello da buffone rovesciato, pieno di campanelli. Sospeso sotto la mongolfiera si trova un enorme cappello di castoro, subito riconosciuto come quello di Hans Pfaall, un artigiano scomparso cinque anni prima in circostanze misteriose. Il pallone scende lentamente e mostra un minuscolo aeronauta dall'aspetto bizzarro, probabilmente Hans stesso, che lancia una lettera ai piedi del borgomastro Superbus Von Underduk. L'episodio, mischiando umorismo, mistero e satira, rompe la calma borghese e lascia intuire rivelazioni sconvolgenti: la lettera conterrà infatti il racconto della straordinaria fuga di Hans… verso la luna.
In Les souvenirs de M. Auguste Bedloe il tono cambia: dal comico‑scientifico si passa al fantastico psicologico. Il narratore, che vive vicino a Charlottesville, conosce il misterioso M. Auguste Bedloe, figura quasi spettrale: altissimo, magrissimo, dalla pelle livida e dagli occhi enormi, felini, che cambiano espressione solo sotto forti emozioni. Non si sa nulla della sua origine, la sua età è indecifrabile, il suo volto segnato da ancien­ne crisi nervose. Da anni è seguito dal dottor Templeton, anziano medico che pratica il magnetismo, forma di ipnosi ispirata a Mesmer. Tra i due si è creato un legame magnetico potentissimo: Templeton può addormentare Bedloe con la sola volontà. Il giovane, ipersensibile e dipendente dall'oppio, ama perdersi nelle Ragged Mountains. Un giorno scompare più a lungo del solito e, al suo ritorno, racconta di aver scoperto una gola ignota, immersa in una foschia d'Indian summer: l'atmosfera nebulosa, potenziata dalla droga, rende tutto visionario e prepara una storia di identità sdoppiate, ricordi forse di vite passate e confini sfumati tra sogno, ipnosi e realtà.
Infine, in Metzengerstein, Poe costruisce un cupo racconto di orrore e metempsicosi sullo sfondo di un'Ungheria immaginaria. Due famiglie, i Metzengerstein e i Berlifitzing, sono legate da una faida secolare e da una profezia che annuncia la rovina di un grande nome. Il vecchio conte Wilhelm Berlifitzing, decrepito ma ancora feroce, odia i rivali e vive per la caccia. Dall'altra parte c'è il giovanissimo barone Frédérick Metzengerstein, erede di immensi possedimenti: crudele, dissoluto, temuto dai sudditi. Una notte un incendio devasta le scuderie dei Berlifitzing, e tutti sospettano Frédérick. Mentre le fiamme ardono, il barone si trova solo davanti a un antico arazzo che raffigura i suoi antenati: vi appare un enorme cavallo, dal colore innaturale, appartenente a un Berlifitzing ucciso da un Metzengerstein. Improvvisamente il giovane nota che la testa del cavallo ha cambiato posizione, il collo si tende verso di lui, gli occhi sembrano vivi. In un'atmosfera di crescente angoscia, il confine tra immagine e realtà si dissolve: è come se l'anima dell'odiato Berlifitzing si fosse reincarnata nel cavallo per vendicarsi, innescando una spirale di ossessione e rovina che travolgerà il barone.
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A Bologna apre la Biblioteca Eco: 32mila libri, nello stesso ordine in cui li aveva lasciati il professore


A Bologna apre la Biblioteca Eco: 32mila libri, nello stesso ordine in cui li aveva lasciati il professore

👉 fonte: Zero.eu

"Nessuno può aver letto o leggere tutte le opere che contano", diceva Umberto Eco. E se lo diceva lui, bisogna crederci. La sua biblioteca casalinga contava più di 32mila volumi, "non solo un luogo in cui si raccolgono libri - sosteneva -, anche un luogo che li legge per conto nostro".
Dopo una lunga disputa burocratica, la maggior parte di quei libri sono stati affidati in comodato d'uso all'Alma Mater di Bologna per 90 anni. Tranne i volumi più antichi (venduti dalla famiglia per 2 milioni di euro), che sono andati alla Biblioteca Braidense di Milano, tutti gli altri (donati allo Stato) dall'1 luglio 2026 si potranno trovare nella nuova Biblioteca Eco, nell'ala novecentesca di Palazzo Poggi, con ingresso da piazza Puntoni 2.
Il trasferimento rappresenta anche un ritorno simbolico: a Bologna Eco ha, infatti, insegnato dal 1971 al 2007, formando generazioni di studiosi e contribuendo a fare dell'Alma Mater uno dei principali centri internazionali di ricerca nel campo della semiotica e delle scienze della comunicazione.
La particolarità del progetto è che non si è limitato a spostare una collezione di libri da un edificio all'altro. Prima del trasloco ogni scaffale è stato rilevato e documentato, registrando la posizione dei volumi, le sequenze tematiche e gli accostamenti tra autori e discipline. Il risultato è che la disposizione originaria è stata ricostruita quasi integralmente, mantenendo il principio del "buon vicino" teorizzato dallo storico dell'arte Aby Warburg e fatto proprio da Eco: libri apparentemente lontani tra loro finiscono per dialogare, suggerire collegamenti, aprire nuove piste di ricerca.
Tra gli scaffali convivono filosofia medievale e cultura pop, semiotica e letterature europee, gialli, fantascienza, fumetti, cabala, occultismo e feuilleton. C'è anche un'importante raccolta dedicata allo stesso Eco: oltre duemila edizioni delle sue opere tradotte in decine di lingue, centinaia di studi sul suo lavoro, tesi di laurea e di dottorato, copie annotate dei suoi romanzi e sezioni dedicate ad autori fondamentali per il suo immaginario, come James Joyce, Jorge Luis Borges e Gérard de Nerval.
"Una biblioteca non è una somma di libri - raccontava Eco nella sua lectio magistralis alla Fiera internazionale del Libro di Torino nel 2007 -; è un organismo vivente con una vita autonoma… La biblioteca non è solo il luogo della tua memoria, dove conservi quel che hai letto, ma il luogo della memoria universale, un repositorio dove al limite tutto si confonde e genera una vertigine, un cocktail della memoria dotta".
La Biblioteca Eco è accessibile per la consultazione e per visite guidate su prenotazione, scrivendo a bibliotecaeco@unibo.it.

mercoledì 1 luglio 2026

[RECENSIONE] Richard Matheson: Tre millimetri al giorno


Richard Matheson: Tre millimetri al giorno

Titolo originale: The Shrinking Man
Formato: Kindle (1.1 MB)
Pagine: 320
Editore: Mondadori (7 settembre 2021)
ASIN: B09B8XTF9B
ISBN-13: 978-8835712138

Data di acquisto: 29 giugno 2026
Letto dal 29 giugno al 1° luglio 2026

Sinossi
Durante una gita in barca, Scott Carey, un uomo come tanti, marito e padre, viene a contatto con una misteriosa sostanza radioattiva e dopo qualche settimana inizia a notare dei cambiamenti. Sta perdendo peso, ma sta anche diventando più basso. Gli esami medici confermano l'incredibile quanto innegabile verità: Scott sta rimpicciolendo, con ritmo costante e inesorabile. Tre millimetri al giorno, per la precisione. E non sembrano esserci vie di scampo. La moglie e la figlia diventano giganti irraggiungibili, il gatto di casa un minaccioso mostro carnivoro.
Persa ogni speranza di tornare a una vita normale, Carey si trova a lottare per sopravvivere in un mondo sempre più ostile e minaccioso. Ed è solo l'inizio del suo viaggio verso l'ignoto. Rimasto presto solo, terrorizzato, deve affrontare i limiti estremi dell'esistenza: cosa succederà infatti quando arriverà a misurare zero millimetri? Ma soprattutto, cosa c'è oltre lo zero? Capolavoro del genere fantascientifico e horror, Tre millimetri al giorno alterna con crescente suspense scene drammatiche e d'azione e le riflessioni solitarie del protagonista sul destino che lo aspetta. Una potente metafora del ridimensionamento del ruolo del maschio americano nel secondo dopoguerra, ma anche un avvertimento contro i rischi del pericolo nucleare in piena Guerra Fredda e contro il folle e autodistruttivo atteggiamento dell'uomo verso il pianeta.

L'incipit del libro
Sulle prime Scott la credette un'ondata. Poi si accorse che lasciava intravedere il cielo e l'oceano: era una barriera di spuma che si avventava contro l'imbarcazione.
Stava prendendo il sole sul tetto della cabina: era pura coincidenza se si era sollevato sul gomito e l'aveva vista arrivare.
«Marty!» gridò.
Nessuno rispose. Attraversò di corsa le tavole roventi e si lasciò scivolare sul ponte. «Ehi, Marty!»
La spuma non aveva un aspetto minaccioso, ma istintivamente Scott preferiva evitarla. Girò di corsa attorno alla cabina, saltellando sul legno infuocato. Era una gara contro l'onda.
Fu lui a perdere. Un istante prima era in pieno sole, un attimo dopo si trovò avvolto dalla calda spuma scintillante.
Poi l'onda passò. Lui rimase a guardarla scivolare sulla superficie del mare. D'un tratto si esaminò, a disagio. Era tutto coperto di goccioline lucenti, e sentiva sulla pelle un curioso bruciore.
Prese un asciugamano e se lo passò sul corpo. Avvertiva un pizzicore non doloroso, anzi quasi gradevole, come di dopobarba sulle guance appena rasate.
Ormai era asciutto, e il bruciore era quasi scomparso. Andò di sotto, svegliò suo fratello, gli raccontò del velo di spruzzi che aveva investito la barca.
La storia era cominciata così.

La mia recensione
"Gli sembrava che non fosse lui a diventare piccolo, ma il mondo a ingrandirsi, e che gli oggetti fossero quello che erano soltanto se li pensavano così le persone normali".
Perfetto connubio tra horror, thriller e fantascienza, Tre millimetri al giorno, pubblicato nel 1956 da Richard Matheson, racconta l'odissea di Scott Carey che dopo essere stato esposto accidentalmente ad un insetticida spruzzato da un'autocisterna e, poco dopo, colpito in pieno da una nube radioattiva (ma non si capisce provocata o scaturita da cosa), comincia a rimpicciolire di tre millimetri al giorno (badate bene: rimpicciolisce sia come altezza che come dimensioni e massa corporea). Il romanzo, perciò, ci mostra come cambia la sua concezione del quotidiano mentre lui rimpicciolisce sempre di più e come cambiano i rapporti e le relazioni interpersonali tra lui e le persone che lo circondano (moglie, figlia, medici e società in generale). E vedremo anche come Scott affronterà i problemi e le insidie che, via via, si troverà ad affrontare: il gatto domestico che lo vede come una potenziale "preda", un ragno in cantina che è pronto a farne un sol boccone…
Lo scrittore americano, già autore dei famosi Io sono leggenda (avete presente il film con Will Smith?) e Io sono Helen Driscoll, partendo da una situazione assurda (una sfortunata doppia esposizione ad elementi nocivi) ci catapulta in un mini-mondo fatto di spilli giganti, singole gocce d'acqua che possiamo usare per bere ma anche farci annegare, briciole di pane in grado di sfamarci per settimane, scalini invalicabili…
Il tema centrale del romanzo è l'identità: Scott prima perde il lavoro ed ogni contatto con il mondo esterno e, una volta arrivato ad essere più basso della sua bambina, è inesorabilmente privato anche del suo ruolo di marito e padre.
La scrittura di Matheson è veloce e diretta: si va dritti al punto, non serve tergiversare o dilungarsi in lunghe descrizioni. Nella parte finale del romanzo, inoltre, con il protagonista bloccato in cantina e costretto a darsi da fare per poter sopravvivere, la prosa diventa molto asfissiante e tremendamente claustrofobica. La lotta tra lui ed il ragno è degna di una scenografia hollywoodiana!
Il contraltare, purtroppo, è dato dalla prima parte: soffermandosi principalmente sui crescenti problemi familiari la narrazione è molto ripetitiva e lentissima fino all'eccesso. Inoltre, visto che la storia si svolge negli anni '50 del secolo scorso, situazioni e dialoghi son fortemente datati.
Il finale è aperto: Scott Carey, arrivato alla fatidica ed inquietante altezza di "zero millimetri" non muore o svanisce, ma…
Insomma, un romanzo non facile da capire (datato sì, ma tremendamente attuale quando si parla di pericolo nucleare) e certamente non adatto a tutti.
📌Voto: ★★★★☆ (4 su 5)