Perché i book club funzionano così bene?
«Reading weekend», «reading retreat»: un'attività che per secoli è stata privata è diventata un'esperienza collettiva. In un Paese che sta perdendo i suoi circoli, i luoghi di quartiere, cerchiamo sempre più spazi dove non dobbiamo performare
👉 fonte: Vanity Fair
Ogni mese, in più di sessanta Paesi del mondo, oltre un milione di persone si ritrovano in bar, librerie, parchi e caffetterie per compiere un gesto che fino a pochi anni fa sembrava il prototipo della solitudine: leggere. Ognuno porta il proprio
libro, e nessuno è tenuto a parlare. Il Silent Book Club, fondato nel 2012 da due amiche in un wine bar di San Francisco, è passato da quell'unico tavolo a 2 mila capitoli sparsi per il Pianeta. Il principio è semplicissimo: vieni, leggi e te ne vai.
Google registra reading weekend come uno dei termini a crescita più rapida del 2026, le ricerche Pinterest per book club retreat sono salite del 265% e negli Stati Uniti i ritiri di lettura vendono pacchetti da 900 a 4 mila dollari, con yoga all'alba, silenzio obbligatorio e consegna dello smartphone all'ingresso. Quella che per secoli è stata la più privata delle attività, che richiedeva una poltrona, una lampada e l'assenza di chiunque altro, è diventata un'esperienza collettiva.
Abbiamo organizzato diversi Book Party anche noi, in Italia, e abbiamo capito perché funzionano così bene. È in atto una riscoperta della compresenza fisica tra esseri umani che non sanno più dove trovarsi, e provano il bisogno di sentirsi tra persone affini. I dati sulla solitudine sono ormai così vasti che hanno smesso di fare notizia, il che è forse il segno più chiaro della loro gravità.
Il 41% della Gen Z si dichiara solo secondo il Wellbeing Index 2025. Ray Oldenburg chiamava terzi spazi quei posti che non sono né la casa né il lavoro, e che funzionano da ancoraggio della vita comunitaria, e nel 1989, quando pubblicò The Great Good Place, scriveva già che stavano scomparendo dall'orizzonte. In un Paese che ha perso in pochi decenni i circoli, le parrocchie, i sindacati, i luoghi anima del quartiere, i bar dove ci si sedeva senza ordinare nulla di particolare, il reading retreat occupa un vuoto che ha a che fare con l'assenza di spazi in cui stare con altri senza dover produrre, performare o sedurre.
Eppure dentro questo fenomeno genuino, che risponde a una fame reale, si muove anche qualcosa di più ambiguo che vale la pena guardare senza cinismo e senza ingenuità. BookTok, che è stato il motore principale dell'esplosione dei book club tra i giovani, con 50 milioni di libri venduti in Europa nel solo 2025 grazie alle raccomandazioni della community, è e resta un ecosistema digitale governato dall'algoritmo, che produce visibilità secondo regole che premiano l'emozione immediata, la copertina fotogenica, il «crying on camera perché il finale mi ha distrutta». La lettura diventa performativa nello stesso momento in cui viene celebrata come rifugio dalla performance.
La sfida, per chi crede ancora che leggere insieme sia una pratica trasformativa e non soltanto consolatoria, è immaginare spazi come quelli dei book club, che tengano la bellezza del ritrovarsi e aggiungano ciò che oggi manca, la voce dell'altro e la possibilità di uscirne cambiati. Luoghi in cui il libro sia il terreno su cui incontrarsi davvero.






























