Piergiorgio Pulixi: perché amiamo noir, paura e mistero
Piergiorgio Pulixi abita stabilmente le classifiche degli autori più venduti.
Ha scritto cinque serie autoconclusive, cinque romanzi, diversi racconti in
antologie e, subito dopo Il nido del corvo, è uscito con un libro per ragazzi.
Sempre con storie di terribile paura. E con una certezza. Di ripartire, ogni
volta, da zero
👉 fonte: Esquire.com
«Tutto inizia con la collezione di libri antichi di mio nonno, appassionato di
esoterismo, magia e storia», racconta Piergiorgio Pulixi, poco più di
quarant'anni e oggi tra i più importanti scrittori italiani di noir (e
thriller), tradotto in venti Paesi. Pubblica quasi due libri l'anno,
calmissimo, esatto, poco ego e molta osservazione, ambisce a trovare una
scrittura capace di scomparire e lasciare visibile solo la storia che deve
raccontare. Addestrato alla paura, al mistero, crede all'empatia alla
gentilezza come antidoti al caos. Inizia a scrivere grazie al personaggio dei
fumetti Dylan Dog e soprattutto a Stephen King, che con il suo On writing,
metà autobiografia, metà una specie di manuale di scrittura creativa, «è
diventato la mia divinità. In quel libro dava consigli di scrittura, e io da
grande appassionato di lettura mi sono detto: andiamo a vedere cosa succede se
provo a scrivere».
- E cosa è successo? I primi tentativi sono stati fallimentari, però mi piaceva giocare e
lavorare con le parole. La scrittura è diventata poi una professione quando
sono entrato nella scuola del mio maestro, Massimo Carlotto.
- Giallo, noir psicologico, cozy crime, thriller… qual è il suo? Queste sono etichette, io sono legato a una letteratura di
intrattenimento, mi piace lavorare su cose diverse. Chi fa il mio mestiere,
cioè chi deve intrattenere, deve essere in grado di utilizzare ogni registro,
metto il mio talento al servizio dei lettori. Un genere è solo un modo per
arrivare a un'idea.
- Ha sempre scritto letteratura di genere? Sì, sempre, ha a che fare con l'oscurità, il limite, la psicologia umana,
per questo racconta molto l'anima. Il giallo, il noir, l'horror sono generi
che mettono a nudo l'anima umana, quando c'è una tragedia tutte le maschere
pirandelliane cadono ed esce fuori la reale indole dei personaggi.
- Pubblica tantissimo. Ormai porto a termine più di due libri l'anno, perché lavoro anche mentre
sono in tour. Scriverei sempre, è la mia passione. Mi è difficile non farlo.
Mi accorgo che la mia personalità fa rima con la scrittura. Se tolgo
quell'elemento dalla mia vita avverto un disagio.
- Dove trova le storie? Ci sono due tipi di autori: chi trova le storie dentro di sé, chi le cerca
anche fuori di sé. Io faccio parte della seconda categoria. Ho uno sguardo
narrativo sulla realtà, cerco intorno a me, così posso raccontare un'infinità
di vicende, tante quante sono le persone che incontro.
- Usa anche la cronaca? C'è solo un mio romanzo, La donna nel pozzo, basato su un omicidio reale.
È l'unica volta che ho attinto nel reale. Studio la cronaca per capire la
dinamica, come sta cambiando la percezione della paura dei lettori quando
affrontano la criminalità, che sia spicciola o organizzata. Informarmi è un
modo per tenermi aggiornato, anche sulle modalità seguite dalla polizia.
Niente di più.
- Il rapporto con il pubblico. Molto stretto, da tanti anni faccio lunghi tour proprio per amore del
confronto con i lettori: è così che capisci se stai facendo bene il tuo
mestiere, se puoi migliorare, dove migliorare. Ti sintonizzi con i gusti dei
lettori, con le loro esigenze.
- Perché piacciono tanto i libri di paura? È un fenomeno globale, ci sono diversi livelli di risposta. Nel romanzo
giallo il lettore trova consolazione perché c'è sempre questa tripartizione:
crimine, indagine e soluzione. Sai dalla prima pagina che al mistero verrà
trovata una soluzione. È un genere che offre speranza: attraverso il
raziocinio umano puoi mettere ordine nel caos rappresentato dal delitto. I
personaggi diventano quasi degli amici, si crea affezione. C'è anche un altro
aspetto, legato al desiderio di spiare una situazione di tensione, di
violenza, dalla serratura: si sperimenta mantenendo il controllo, perché
quando vuoi puoi chiudere il libro. È una forma di paura controllata che ti dà
la possibilità di vedere il male molto da vicino, ma ci sono le sbarre che
impediscono che il leone ti mangi.
- Cos'è il male secondo lei? Non credo in un'idea di male assoluto, credo nasca spesso da altro male,
quindi ne sia una conseguenza. Reitera sé stesso, è una grammatica che
utilizzi per elaborare il male che ti è stato inflitto.
- E la malvagità? Tutti abbiamo pensieri negativi, distruttivi, malvagi, però per etica, per
morale, per educazione, talvolta per religione, abbiamo dei freni inibitori
che ci impediscono di tradurre in azioni quei pensieri. Ma rimaniamo molto
affascinati da chi quei freni non li ha.
- Successo e fallimento. Il successo è l'unica volta che non ho fallito. È frutto di una sequenza
di errori che ti insegnano, come diceva Beckett, a sbagliare meglio. Un
successo che nasce dall'oggi al domani è volatile, effimero. Un successo
costruito nella lentezza, con costanza, è più sicuro. Per me è ogni libro è
sempre il primo. Se ti fai circuire dai numeri, dalla paura di non avere più
quello status, implode tutto. Quindi riporto sempre tutto a zero, non penso
alle vendite e ai premi, ma solo a scrivere come se fosse l'ultimo libro che
mi è concesso. La parte più insidiosa è quella che il pubblico non conosce: e
cioè, le dinamiche economiche, sapere che dalla performance di un titolo
dipendono altre carriere, oltre alla tua.
- L'ego. Ce n'è poco nel modo in cui lavoro. La mia personalità ha pochissimo a che
fare con le storie che racconto. Sono un medium tra la vicenda che voglio
raccontare e il romanzo finale. Se raccontassi sempre di me e di ciò che so,
sarebbe solo la solita solfa.
- La letteratura. Dovrebbe essere uno specchio, ma un po' deformante, che ti permette di
vederti per quello che sei, che potresti essere, che potevi essere, che non
hai avuto il coraggio di essere, o la fortuna di essere. Uno specchio che
svela il tuo panico interiore.
- In generale, cos'è che ci terrorizza? Dipende. In questo mio ultimo libro, Il nido del corvo, il protagonista
non teme tanto per l'esito delle sue indagini, ma per un fatto privato: il
peso, e lo sgomento, che si prova quando si diventa genitori dei propri
genitori. Il ruolo invertito, che capita a tutti, prima o poi. Se allargo lo
sguardo, vedo che di questi tempi ci spaventa non essere rilevanti. Ed essere
soli. Senza considerare che la solitudine non è sempre emarginazione: può
anche essere salvifica, vitale.
- L'empatia. È l'unica chiave che ho per portare il lettore nella storia. È tutto.
- Il rapporto con la morte. Giocandoci, la si esorcizza. Reificare l'ansia della fine, renderla
prossima sulla pagina, ne restringe il potere, perché mediato dalla pagina
scritta. Ci credo come scrittore, ma anche come lettore.
- Quindi lei non ha paura? Non ho paura della mia morte, ma di quella dei miei cari.
- La sua voce. La accordo in base alla partitura del momento e allo strumento che voglio
utilizzare. La scrittura perfetta è quella invisibile, dove il lettore vede
direttamente la storia.
- Il mistero. La mente umana lo ama nella misura in cui vuole risolverlo. Piace la
sfida: la mente umana non si accontenta del dogma, vuole penetrare la verità,
è una questione neurologica. Il mistero non può essere irrisolto, vogliamo
avere l'ultima parola. È un modo per mettere ordine nel caos dell'esistenza e
addestrare il pensiero a trovare un ordine.










