La giallista inglese, della quale ricorrono i 50 anni dalla morte, amava il porridge e il rito del tè. E nei romanzi usava le pietanze per delineare la personalità di figure chiave come Poirot e Miss Marple, oltre che per decretare la morte di altri personaggi
👉 fonte: Corriere della Sera
Ad Agatha Christie il cibo piaceva. Da morire. Al di là dei giochi di parole il 12 gennaio ricorrono i cinquant'anni dalla morte della grande scrittrice e giallista. E per questo forse vale la pena ricordare che la cucina, per la scrittrice inglese, non era solo un piacere, ma un potente strumento narrativo: serviva infatti a introdurre i personaggi in modo interessante, coinvolgendo il lettore nelle loro personalità. Molti dei suoi enigmi più celebri si svolgono, infatti, attorno a una tavola, nelle sale da pranzo di dimore private o nei paludati vagoni ristorante dei treni. Qui, tra ambientazioni a luci soffuse e sguardi rubati, si celava spesso un retrogusto ingannevole che poteva risultare fatale. D'altronde, grazie all'esperienza maturata come infermiera durante la Grande Guerra, Christie conosceva bene i veleni e sapeva che lo zucchero era il modo migliore per mascherarne tutto l'inevitabile amaro.
Nata nel Devon il 15 settembre del 1890, cresciuta a Torquay in una famiglia borghese dell'Inghilterra vittoriana, Christie ha sempre avuto nel porridge il suo comfort food per eccellenza al quale si è poi aggiunto (scelta scontata, va detto) il classico tè delle cinque in età adulta. In questo rito tipicamente britannico, Christie non cercava la raffinatezza, ma la sostanza: amava la clotted cream (panna molto densa, quasi solida) tipica della zona, servita con scones e marmellata; come bevanda il tè nero dell'Assam, importato dall'omonima regione indiana, robusto e scuro. Fu anche una grande appassionata di piatti a base di pesce ancora oggi serviti nel pub locale, l'Offshore, dove si può sfogliare un menù a lei ispirato: bocconcini di sgombro con patate, salmone affumicato e mousse di granchio tra gli antipasti, accompagnati da pane al malto e aioli, una maionese a base di aglio; aragosta intera cotta al forno con grattugiata di Parmigiano e aglio, arricchita da burro chiarificato come portata principale, servita con insalata e patatine fritte al rosmarino; per dessert crema gelato, sempre con panna del Devon, e frutti di bosco. E tantissimo cibo e passione per la gastronomia sono presenti nei suoi famosissimi gialli. Nel menu di Assassinio sull'Orient Express, i piatti riflettono quasi sempre la cucina classica francese dell'epoca. Si parte con una vellutata di asparagi, seguita da sogliola preparata con burro e limone o costolette d'agnello servite con piccoli legumi. Il vino servito era quasi sempre lo Champagne, spesso citato nei romanzi come simbolo di un lusso che precede la tragedia. La cucina francese è protagonista anche nelle abitudini di uno dei suoi personaggi più noti, Hercule Poirot. L'investigatore belga, che non nascondeva il suo disprezzo per la cucina inglese che considerava sciapa e priva di qualsiasi gusto, era solito ordinare delle omelette che chiedeva soffici e tecnicamente impeccabili nella loro forma geometrica. Nonostante fosse di base a Londra, disdegnava la cucina inglese che definiva "bollita e senza gusto".
Alla vita romanzata nella capitale inglese si affiancava quella reale, fatta di feste eleganti al Ritz o al Savoy Hotel, dove Agatha Christie era spesso ospite. Occasioni mondane che diventavano anche piccoli rituali di piacere, come le abbondanti scorpacciate di finger sandwiches al cetriolo o al salmone, tanto amate da finire citate tra le pagine di alcuni suoi racconti, come Il segreto di Chimneys. Gli stessi sandwich che non mancavano mai nei suoi afternoon tea. Tantissimi spunti culinari le arrivarono anche dai suoi viaggi. Nel Medio Oriente, ad esempio, andò per accompagnare il secondo marito, l'archeologo Max Mallowan. Qui la dieta cambia radicalmente: niente più burro e panna, ma olio d'oliva, melograno e carni speziate. Un piatto descrittivo di questa fase è il montone con riso allo zafferano e mandorle tostate, accompagnato da una bevanda fresca, l'ayran, a base di yogurt, acqua e sale, utile per contrastare il calore del deserto. Nei momenti di relax dopo il lavoro di scavo, si beveva il caffè arabo, servito in piccole tazze e aromatizzato al cardamomo. Una bevanda che la regina del crimine imparò ad apprezzare e che inserì come dettaglio d'atmosfera in romanzi come C'era una volta o Assassinio in Mesopotamia.
Infine, anche un suo altro personaggio iconico, miss Marple, l'investigatrice dilettante dell'Oxfordshire alla quale si è ispirato il personaggio televisivo della Signora in giallo, Jessica Fletcher, era una buongustaia e una grande sostenitrice della cucina britannica. Il suo mondo era il tè delle cinque, infatti, circondata da pasticcini, torte alla frutta e gelees. Atri piatti tipici erano la torta di carne e rognone o il pasticcio di pollo e funghi, e per dolce una calda apple pie che Agata Christie aveva imparato a preparare utilizzando soltanto le mele coltivate nel frutteto della sua casa a Winterbrook, dove trascorse gli ultimi anni prima di morire il 12 gennaio del 1976. In queste zone, il vino è spesso casalingo, e gli ingredienti adoperati sono sambuco o ribes. Un vino che le signore offrono di solito agli ospiti che le vanno a trovare e che conservano in bottiglie anni 20 smerigliate. Queste bevande, che potrebbero sembrare del tutto innocue, figurano spesso nei libri della Christie come luoghi ideali in cui nascondere veleni mortali. Perché in fondo la tavola, per lei, era nient'altro che lo specchio della vita: un posto dove nulla è, mai, come sembra.

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