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"Un bel libro, Marcus, non si valuta solo per le sue ultime parole, bensì sull'effetto cumulativo di tutte le parole che le hanno precedute. All'incirca mezzo secondo dopo aver finito il tuo libro, dopo averne letto l'ultima parola, il lettore deve sentirsi pervaso da un'emozione potente; per un istante, deve pensare soltanto a tutte le cose che ha appena letto, riguardare la copertina e sorridere con una punta di tristezza, perché sente che quei personaggi gli mancheranno. Un bel libro, Marcus, è un libro che dispiace aver finito". [Joël Dicker in "La verità sul caso Harry Quebert"]

martedì 28 aprile 2026

Il libro true crime che Harper Lee non ha mai scritto


Il libro true crime che Harper Lee non ha mai scritto
Molti anni dopo Il buio oltre la siepe, una delle più celebri autrici americane di sempre seguì un'altra gran storia, di nuovo in Alabama

👉 fonte: il Post

Nell'autunno del 1977 autorevoli agenzie di stampa, riviste e quotidiani nazionali americani si occuparono di un caso giudiziario ad Alexander City, un piccolo comune in Alabama. Un camionista afroamericano aveva sparato a un predicatore della sua comunità durante un funerale, uccidendolo. A seguire il processo, tra i cronisti di Associated Press, New York Times e Newsweek, c'era una scrittrice nata a circa 200 chilometri da lì il 28 aprile 1926, cento anni fa, e già all'epoca famosissima in tutti gli Stati Uniti: Harper Lee.
Diciassette anni prima aveva scritto Il buio oltre la siepe, uno dei più celebri romanzi della storia americana, vincitore del Pulitzer per la narrativa nel 1961 e da cui l'anno dopo era stato tratto un film omonimo e altrettanto celebre, diretto da Robert Mulligan e interpretato da Gregory Peck. Dopo quel successo, che sarebbe stato difficile da gestire per chiunque, Lee aveva scritto solo qualche saggio e aveva condotto una vita molto ritirata. In pochi l'avevano riconosciuta ad Alexander City, dove era andata di persona per provare a ricostruire una vicenda da cui contava di trarre una nuova opera, che però non scrisse mai.
La storia di quel processo, degli omicidi misteriosi che lo avevano preceduto, dei tentativi di scriverne di Lee e del suo insuperabile blocco creativo dopo Il buio oltre la siepe sono oggetto di un libro del 2019 della giornalista del New Yorker Casey Cep, Ore disperate. L'ultimo processo di Harper Lee, edito in Italia da Minimum Fax e tradotto da Sara Bilotti. Per scriverlo, Cep consultò lettere e bozze inedite di Lee e documenti relativi al processo. Intervistò anche amici e familiari sia di lei sia delle vittime del predicatore, Willie Maxwell, il vero protagonista del libro mai scritto di Lee.
Gli elementi per un true crime c'erano tutti. I giornali che si occuparono di quella vicenda la descrissero come la storia di un predicatore assassino ucciso in pubblico da un parente delle sue vittime, Robert Burns, per vendicarsi di tutte le volte in cui il reverendo l'aveva fatta franca. Willie Maxwell era un predicatore afroamericano battista (una delle principali chiese protestanti negli Stati Uniti) ed era stato una figura di riferimento per tutta la comunità di Alexander City, prima che la sua reputazione cambiasse negli anni Settanta, quando cinque suoi familiari erano morti in circostanze sospette, e secondo alcuni persino soprannaturali.
Nel 1970 la sua prima moglie, Mary Lou, era stata trovata picchiata a morte, forse strangolata, nella propria macchina. Nonostante le prove di un suo coinvolgimento, Maxwell era stato assolto nel processo grazie a un brillante avvocato, Tom Radney, un Democratico famoso in Alabama per il suo sostegno all'ex presidente John F. Kennedy e perché in uno stato ancora profondamente razzista era uno dei pochi avvocati bianchi disposti a difendere clienti neri. In pratica era l'Atticus Finch di Alexander City, l’avvocato antirazzista e paladino della giustizia protagonista del libro Il buio oltre la siepe, ambientato in Alabama nella città immaginaria di Maycomb (ma basato in parte su fatti reali).
Per la morte della moglie Maxwell aveva riscosso 90mila dollari di risarcimento, perché lei aveva un'assicurazione sulla vita, e questo aveva alimentato molti sospetti su di lui. Sospetti poi aumentati quando tra il 1972 e il 1977 erano morti per cause poco chiare anche suo fratello, la sua seconda moglie, un nipote e una figlia adottiva: Maxwell ci aveva sempre ricavato dei soldi, finendo o assolto nel processo, o prosciolto in fase istruttoria. La seconda moglie, Dorcus Anderson, era stata tra l'altro una testimone chiave dell'accusa nel primo processo: era una vicina di casa di Maxwell, e aveva stravolto la testimonianza dopo averlo sposato in seconde nozze, fornendogli anzi un alibi per l'ora della morte di Mary Lou, la prima moglie.
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