Quando leggere diventa (anche) una cura, tra la "prescrizione" dei romanzi nel sistema sanitario e i percorsi di crescita personale
In occasione della Giornata mondiale del libro del 23 aprile, scopriamo come la lettura si sia trasformata in biblioterapia, utile anche a gestire ansia e stress
👉 fonte: Wired
Libri da leggere non più solo come piacere, arricchimento culturale o semplice evasione: se scelti con cura e consapevolezza, i libri possono diventare (anche) strumenti terapeutici. È l'intuizione alla base della biblioterapia, una disciplina nata negli Stati Uniti negli anni '30, sviluppata nel secondo dopoguerra e oggi sempre più diffusa tra scuole, biblioteche, carceri, ospedali e perfino contesti aziendali.
Non è un caso che nel Regno Unito il programma Reading Well Books on Prescription, ideato nel 2013 dalla charity The Reading Agency, venga oggi promosso anche dal sistema sanitario nazionale (NHS). Reading Well è un programma nazionale di "libri da leggere su prescrizione", realizzato attraverso biblioteche pubbliche e librerie aderenti, che aiuta le persone a comprendere e gestire la propria salute e il proprio benessere mentale attraverso letture di qualità "certificata". I libri possono essere "prescritti" dai medici di base o da altri professionisti del settore sanitario, socio-assistenziale o del volontariato, e aiutano a gestire in particolare ansia, stress e depressione.
Il modello oggi coinvolge circa il 90% delle biblioteche pubbliche inglesi e ha raggiunto milioni di persone, mostrando impatti positivi e molto significativi: il 92% degli utenti ha dichiarato che i libri sono stati utili e l'81% che hanno contribuito a migliorare la comprensione dei propri bisogni di salute. L'iniziativa si è dimostrata particolarmente efficace nel supportare le persone durante i tempi di attesa per l'accesso a servizi specialistici.
Anche nei Paesi scandinavi la lettura guidata viene integrata nei percorsi di riabilitazione psichiatrica, mentre negli Stati Uniti cresce l'uso della narrativa nei programmi di supporto alla salute mentale e all'empatia, con studi che mostrano come la lettura, soprattutto di fiction, sia in grado di attivare le stesse aree cerebrali coinvolte nell'esperienza reale.
In Italia il fenomeno è più recente ma in espansione, con i primi percorsi strutturati nati nei primi anni Duemila e un interesse crescente anche in ambito accademico. "Esistono due approcci: la biblioterapia clinica, usata da psicologi e psichiatri per lavorare su disturbi specifici, e quella di sviluppo, rivolta a persone sane che vogliono potenziare le proprie risorse interiori", spiega Marco Dalla Valle, ex infermiere e oggi tra i principali esperti italiani (fondatore dell'Accademia di biblioterapia e docente del primo master dedicato all'Università di Verona).
Ma cosa distingue davvero la biblioterapia da un classico club del libro? "Nei gruppi di lettura si discute il testo, si interpreta, si analizza. In biblioterapia il libro è solo un mezzo: il vero obiettivo è il benessere della persona. Si lavora sulle emozioni, sulle risonanze, sulle domande che emergono. Non è importante cosa significa il libro, ma cosa smuove".
Non esistono, di conseguenza, libri universalmente "giusti". "Il modello britannico è molto orientato all'autoaiuto, ma è una visione parziale. Io scelgo i testi in base alle persone e agli obiettivi: in una RSA proporrò letture accessibili agli anziani, in carcere libri che possano essere compresi anche con livelli di scolarità bassi, in azienda posso usare anche i classici. Il punto non è il libro in sé, ma l'incontro tra quel libro e quella persona, in quel momento".
Un processo che è tutt'altro che casuale: "C'è un lavoro preciso di analisi dei bisogni, definizione degli obiettivi e selezione dei testi. La biblioterapia è strutturata, non improvvisata. E non riguarda solo i romanzi: poesia, graphic novel, racconti brevi, perfino audiolibri possono diventare strumenti di accesso. Questo permette di coinvolgere anche chi ha difficoltà di lettura, come le persone con dislessia o chi semplicemente non si è mai riconosciuto nel ruolo di lettore. E apre anche a un pubblico maschile che, per effetto di certe dinamiche e aspettative sociali e culturali, tende a orientarsi più verso saggi o romanzi storici. Resta infatti diffuso un certo pregiudizio: l'idea che i romanzi siano roba da donne e che i classici siano, in fondo, noiosi".
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