Nel regno dell'irripetibile. Il favoloso mondo delle fascette dei libri
Il loro scopo è unico: quello di vendere. Come le code dei pavoni, per attirare gli sguardi dei lettori occasionali. Anche quando nessuno ci crede davvero, quel tono resta lì, ostinato, a metà tra la televendita, il proclama e la formula liturgica. Vanno odiate per il gesto, ma amate per la tenacia
👉 fonte: Huffington Post
Se davvero si potesse impiegare tutta la potenza tecnologica delle intelligenze artificiali per capire se le fascette sui libri siano utili o meno, forse resteremmo sorpresi. Non serve tirare in ballo lo spreco della carta. A volte bastano le nostre sensazioni. E molto spesso queste sensazioni sono negative, quando leggiamo alcune di queste fascette. A dar retta a loro praticamente ogni libro in commercio dotato di questa fascetta è un capolavoro, o quantomeno è irripetibile. Si va dal libro più atteso dell'anno, a quello più terrorizzante, per passare da quello più romantico a quello che, senza mezzi termini, ci insegnerà a vivere, una volta per tutte.
A pensarci, è strano vedere come si sia passati dal tramandare il pensiero in forma orale nell'antichità, fino a oggi, in cui si cerca di sfruttare un elemento esterno alla copertina ma ancora strettamente legato al libro. Una soglia peritestuale, per citare, come tutti fanno quando si parla di fascette, Gerard Genette.
Nei paesi anglosassoni sono chiamate belly band o blurb - anche se sono due cose leggermente diverse. Molti lettori le utilizzano come segnalibri, moltissimi altri le gettano appena fuori dalla libreria. L'uso di queste brevi frasi promozionali sembra nascere negli Stati Uniti. Una delle prime occorrenze note di quello che oggi chiameremmo blurb risale al 1856, quando Walt Whitman fece stampare sulla seconda edizione di Leaves of Grass una frase tratta da una lettera di Ralph Waldo Emerson: I greet you at the beginning of a great career. Il termine blurb, però, sarebbe stato coniato solo più tardi, nel 1907, dallo scrittore umoristico statunitense Gelett Burgess.
In Italia questa usanza arrivò più tardi, intorno agli anni Settanta, quando l'editore olandese Dirk de Graaf introdusse la striscia nei tascabili per chiarire che si trattava di edizioni complete; negli anni successivi quasi tutti gli editori italiani la adottarono.
Il loro scopo è unico: quello di vendere. Come le code dei pavoni si fanno notare attraverso i colori più sgargianti, per attirare gli sguardi dei lettori occasionali. Nessuno, credo, al mondo, ha mai comprato un libro attirato da una fascetta, quando sapeva già per quale titolo era stato attirato in libreria. Però il marketing gioca da sempre moltissimo su questo, sull'indecisione, sul momento di noia o pausa. E se perlopiù hanno attecchito su libri di intrattenimento (è quasi impossibile non trovarle su romanzi rosa, gialli commerciali o instant book), è sempre più frequente trovarle ad abbigliare anche rigorosi testi filosofici: magari per informare su nuove traduzioni o sul perché da tale libro si sia innestato un discorso sull'attualità.
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