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"Un bel libro, Marcus, non si valuta solo per le sue ultime parole, bensì sull'effetto cumulativo di tutte le parole che le hanno precedute. All'incirca mezzo secondo dopo aver finito il tuo libro, dopo averne letto l'ultima parola, il lettore deve sentirsi pervaso da un'emozione potente; per un istante, deve pensare soltanto a tutte le cose che ha appena letto, riguardare la copertina e sorridere con una punta di tristezza, perché sente che quei personaggi gli mancheranno. Un bel libro, Marcus, è un libro che dispiace aver finito". [Joël Dicker in "La verità sul caso Harry Quebert"]

venerdì 24 aprile 2026

Il libro più attuale di oggi l'ha scritto una modella quarant'anni fa


Il libro più attuale di oggi l'ha scritto una modella quarant'anni fa
Si chiama Un mondo pieno di vuoto, di Suzuki Ikumi

👉 fonte: Esquire.com

Il libro più moderno e "avanti" che puoi leggere in questo momento l'ha scritto oltre quarant'anni fa una modella giapponese morta suicida. Può sembrare una sequela di provocazioni ma è tutto vero, come si dice. Lei si chiama Suzuki Izumi, e oltre a scrivere racconti di una bellezza sfolgorante e malata, è stata una protagonista della controcultura nipponica degli anni 70 e 80, attrice cinematografica e modella fotografica. Nel 1986, trentasette anni ancora da compiere, si è tolta la vita.
Il libro si chiama Un mondo pieno di vuoto, è il terzo volume che viene pubblicato da add editore per la traduzione di Ozumi Asuka: Noia terminale e Hit parade di lacrime i due precedenti, belli altrettanto. Bello è però un termine che si addice poco, con la sua composta classicità, alla letteratura di Izumi. La quale tutto è tranne che moderata, classica: piuttosto, è sconvolgente, disturbante, straniante, ecco sublime, come differenziava il vecchio Anonimo.
Izumi viene accostata a nomi monumentali della fantascienza femminile e femminista, quali Ursula Le Guin e Octavia Butler, come pure a Philip Dick, na robetta insomma. Paragoni lusinghieri ma che, ancora una volta, raccontano solo la mezza messa: leggendola si ritrovano Le Guin e Butler forse, ma in versione hentai; Dick certo, ma con un'iniezione anfetaminica à la Easton Ellis. Prima mi è scappato scritto "straniante" e in effetti forse la caratteristica principale dei suoi racconti è proprio questa, lo straniamento. Anzi, due.
Il primo straniamento è soggettivo e probabilmente involontario (possiamo supporre che una giapponese degli anni 70 scrivesse per gli europei del duemila e fischia? Non impossibile, una volta sperimentata la sua capacità visionaria, ma Occam c'impone l'interpretazione meno arzigogogolata, almeno all'inizio). E deriva dal suo provenire da una cultura fondamentalmente aliena, per quanto la si apprezzi e si possa sforzarci di comprenderla. È lo stesso straniamento che si prova davanti a certi vecchi film di Kurosawa, o a certe nuove serie TV, quando si vedono questi personaggi che si muovono a scatti, che si scambiano gesti e parole assurdi ma che si intuiscono perfettamente sensati, in un altro codice.
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