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"Un bel libro, Marcus, non si valuta solo per le sue ultime parole, bensì sull'effetto cumulativo di tutte le parole che le hanno precedute. All'incirca mezzo secondo dopo aver finito il tuo libro, dopo averne letto l'ultima parola, il lettore deve sentirsi pervaso da un'emozione potente; per un istante, deve pensare soltanto a tutte le cose che ha appena letto, riguardare la copertina e sorridere con una punta di tristezza, perché sente che quei personaggi gli mancheranno. Un bel libro, Marcus, è un libro che dispiace aver finito". [Joël Dicker in "La verità sul caso Harry Quebert"]

martedì 3 febbraio 2026

La Jugoslavia sull'orlo dell'abisso


La Jugoslavia sull'orlo dell'abisso
Elvira Mujčić. In un romanzo inframezzato da documenti storici, l'autrice italobosniaca narra lo sgretolarsi dell'utopia socialista e l'emergere dei nazionalismi su base etnica e religiosa. Un racconto che ricorda il nostro presente

👉 fonte: il Sole 24 Ore

«Chissà se era questo che intendevano certi francesi quando dicevano che l'arte deve posizionarsi sopra l'abisso» si chiede laconico il bosniaco Nene, che ha ventisette anni nel 1990, nel vedere il suo atelier di artista, installato nel capanno degli attrezzi dei genitori, per metà franato nella scarpata che porta al fiume, dopo una notte di pioggia torrenziale.
Che sarebbe accaduto la scrittrice italobosniaca Elvira Mujčić, autrice di La stagione che non c'era, lo aveva lasciato immaginare fin dalle prime pagine. Fin da quando Nene, nella luce violacea del tardo pomeriggio, aveva preso il bus per tornare per la prima volta nella sua cittadina d'origine. Dopo alcuni anni a Sarajevo, dove era fuggito dall'ostilità del padre, aveva infatti avuto l'impressione che la distanza tra il baratro e la casa dei suoi fosse diminuita, e che nei giorni continuasse a farlo.
Così si assottigliava anche il tempo della pace. L'avvenire del suo Paese, la Jugoslavia sul punto di sgretolarsi, incombe e si rispecchia in qualche modo nella vita del giovane, tornato tra i seljaci (i contadini, ma anche i rappresentanti di un mondo retrogrado, preilluminista) senza neanche essere riuscito a laurearsi e dunque ancor più osteggiato di prima. Tornato senza sapere cosa fare della sua vita, ma ossessionato dalla frase detta qualche tempo innanzi da un amico, il suo insegnante di lettere, che, ubriaco e forse anche per questo più consapevole dei continui sinistri scricchiolii che da mesi annunciavano il gonfiarsi dei nazionalismi su base religiosa e etnica, lo aveva apostrofato rabbioso chiedendogli se tra dieci, venti, o trent'anni «qualcuno saprà che Paese era il nostro? Cioè, al di là dell'idealizzazione o del disprezzo, com'era davvero?».
Trentacinque sono passati, trenta dal genocidio di Srebrenica, e anche Mujčić si è posizionata sull'orlo dell'abisso. Ha voluto raccontare il fallimento dell'esperimento socialista a partire proprio dagli ultimi mesi in cui ancora esisteva, dagli ultimi giorni prima della guerra fratricida che ha fatto centinaia di migliaia di morti, chiedendosi quale sia stato il momento esatto in cui l'erodersi del fragile equilibrio su cui si reggeva lo Stato socialista multientico e multireligioso è divenuto irreversibile.
Se lo chiede Nene, l'artista, che per esorcizzare la fine che tutti presagiscono ma pochi riescono a percepire come veramente possibile, si è messo a fare l'archeologo per il futuro, racimolando quelli che immaginava sarebbero stati i cimeli di un Paese scomparso. Nene, che mentre arriva l'ultimo gelido inverno prima della fine è tormentato dalla luce del tramonto egiziano in cui immagina si sia ucciso un suo caro amico «come una cornice di felicità impossibile» e che poi, per la prima volta «sente il bisogno di diventare un giovane ottimista seguace di Ante Markovic o di chiunque proponesse un'utopia ampia e pacifica, invece di una trincea buia e mortale dove recitare a memoria le proprie tradizioni in attesa di un proiettile in fronte».
Se lo chiede l'infaticabile Merima, sua vicina di casa, amica di un tempo, amica ritrovata, che al sogno di «fratellanza e unità» dei popoli continua a credere appassionatamente (nonostante per l'averci creduto troppo si era trovata giovane madre di una bambina senza un padre) militando nel nuovo partito socialista, fino a quando, ormai sull'orlo della guerra, deve ammettere che è davvero finita quando si trova costretta con la violenza a dover appartenere all'una o all'altra parte.
Se lo chiede chi legge, sbalordito dalle somiglianze della fine di quell'epoca con quel che sta accadendo nell'odierno mondo globalizzato. Anche perché Mujčić, che all'epoca era una bambina poco più grande della figlia di Merima, ha fatto un lavoro notevole: ha inframezzato la narrazione di fantasia con spezzoni di brani radiofonici e televisivi che venivano trasmessi in quei giorni, rendendo così palese come la descrizione dei fatti di allora non sia influenzata dalla nostra odierna.
All'inizio di questo romanzo, lucida ed elegante cronaca di una fine annunciata, per esempio, Nene ascolta un'intervista:

- Professor Grebo, abbiamo ascoltato alcuni dei discorsi drammatici del XIV congresso della Lega dei Comunisti di Jugoslavia. Lei, assieme ad altri tre esponenti del Partito comunista della Bosnia ed Erzegovina avete fatto una proposta che, visto come si stanno mettendo le cose, sembra provenire da un altro mondo. Che cosa avete proposto?
- Buonasera, sì abbiamo fatto l'unica proposta sensata in una situazione degenerata. Abbiamo semplicemente chiesto di non separarci per nazionalità all'interno del Partito ma per ideologia. Dunque due linee ideologiche invece delle sei nazionali: socialisti riformisti e comunisti dogmatici, secondo un criterio politico. Invece qui siamo alla follia, ci stiamo dividendo per nazionalità, tra bosniaci, serbi, sloveni, croati e così via. Rischiamo di trasformarci da comunisti in nazionalisti.

La malattia del corpo sociale che ha messo fine alla Jugoslavia è oggi tornata per diventare una pandemia.

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