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"Un bel libro, Marcus, non si valuta solo per le sue ultime parole, bensì sull'effetto cumulativo di tutte le parole che le hanno precedute. All'incirca mezzo secondo dopo aver finito il tuo libro, dopo averne letto l'ultima parola, il lettore deve sentirsi pervaso da un'emozione potente; per un istante, deve pensare soltanto a tutte le cose che ha appena letto, riguardare la copertina e sorridere con una punta di tristezza, perché sente che quei personaggi gli mancheranno. Un bel libro, Marcus, è un libro che dispiace aver finito". [Joël Dicker in "La verità sul caso Harry Quebert"]

domenica 8 febbraio 2026

Si scrive meglio di giorno o di notte? Chiedete a Sartre


Si scrive meglio di giorno o di notte? Chiedete a Sartre
Da Marcel Proust a Rosella Postorino, un viaggio tra le abitudini più o meno notturne che danno vita ai libri e i ritmi circadiani degli scrittori

👉 fonte: rsi.ch

La biografa Annie Cohen-Solal racconta, tra i vizi di Jean-Paul Sartre (tra cui fumare due pacchetti di sigarette al giorno) l'assunzione di Corydrane, miscela di anfetamina e aspirina; anziché le due compresse raccomandate pare che ne prendesse una ventina, e che non disdegnasse scrivere di notte e dormire di giorno.
Franz Kafka amava scrivere dopo la mezzanotte; nelle Lettere a Milena emerge ben più combattuto del francese: «Il sonno è l'essere più innocente che ci sia e l'uomo insonne il più colpevole».
Tra i gufi, anche Marcel Proust. Si alzava alle quattro di pomeriggio, accendeva una miscela di oppiacei per alleggerire gli effetti dell'asma cronica, poi scriveva, preferibilmente a letto.
James Joyce (racconta il biografo Richard Ellmann) si alzava tardi, lavorava nel pomeriggio e passava le serate nei locali per "ripulirsi la mente dal lavoro letterario".
Truman Capote, come Proust, preferiva scrivere a letto (si definì un «autore assolutamente orizzontale»). Scriveva quattro ore al giorno, mentre consumava bevande e fumo. Aveva delle ossessioni: non sopportava vedere più di tre mozziconi di sigaretta nel portacenere, non iniziava né finiva nulla di venerdì e si rifiutava di «comporre un numero di telefono o di accettare una stanza d'albergo se la somma delle sue cifre dava un numero da lui ritenuto sfortunato».
Non mancano, tuttavia, i mattinieri.
Sylvia Plath, soprattutto dopo la nascita dei figli, scriveva all'alba. È noto che J.K. Rowling abbia scritto i primi libri di Harry Potter seguendo un rituale speranzoso e disciplinato: si recava ogni giorno all'Elephant House, ordinava un caffè (quanto allora si poteva permettere) e scriveva a oltranza con la bimba vicino.
Anche Toni Morrison era solita scrivere all'alba, quando i figli dormivano. Si comprende la non neutralità, oltre che per la famosa "stanza tutta per se", e quindi per il dove della scrittura, anche per il quando della scrittura (dell'essere donna, e dell'avere figli o meno).
Tra i mattinieri, Hemingway e Maya Angelou. Quanto a Thomas Mann, lui si svegliava prima delle otto, beveva una tazza di caffè con la moglie, faceva un bagno; alle otto e mezza faceva una colazione completa e dalle nove a mezzogiorno si chiudeva nel suo studio.
E oggi? La tendenza delle scuole di scrittura è insegnare la disciplina, l'idea di mettersi alla scrivania ogni giorno, magari dal mattino. Ma si può essere disciplinati e seguire il proprio tamburo; insonni e scrivere di notte, oppure combattersi se si è così (perché gli scrittori sono persone, e l'idea di artista maledetto è morta con Baudelaire e la sua sifilide).
Violetta Bellocchio racconta: «Io non posso scrivere di notte, né dopo un orario che stabilisco, perché altrimenti mi parte un ciclo di insonnia brutale con semi-allucinazioni visive (cerco di dormire e vedo righe di testo che si compongono e disfano: pare che a mia madre accadesse la stessa cosa)». Quando lavora a un libro s'impone un timer di salvataggio e chiusura file, attorno alle 20 o 21. «Il che a tratti è una rogna perché se comincio tardi nell'arco della giornata la tentazione è sempre di andare avanti a oltranza durante la notte, ma non fa più per me».
Rosella Postorino ha l'abitudine di dormire con il Kindle sotto il cuscino, «così se nella notte mi sveglio posso sfilarlo e leggere. Se sto scrivendo, per esempio nelle vacanze dal lavoro, mi sveglio alle 6 per scrivere. Di notte, anche se mi sveglio, non scrivo».
Mattia Insolia, all'alba, si dedica alla lettura. Altre due Millennial di talento vivono l'esperienza agli antipodi; Eleonora C. Caruso condivide: «Il sonno per me è un Tema, ho scoperto come si dorme negli ultimi tre anni grazie ai farmaci». Valentina D'Urbano invece racconta un guilty pleasure: «Niente musica e tisane, ma sigarette e programmi trash» che manda in loop per concentrarsi mentre scrive.
Una cosa è certa: Jean-Paul Sartre faceva di peggio. E ciò sa ancora rassicurarci.

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