Se apri un libro e ti accorgi che dopo una pagina sei già distratto, una
parte del cervello (quella della concentrazione) ti si è atrofizzata
👉 fonte:
Orizzonte Scuola
È tratto da un intervento di qualche anno fa, svolto presso l'Istituto di
Biochimica dell'Università di Padova, ma conserva una sorprendente attualità.
Paolo Crepet, scrittore e voce inquieta del dibattito culturale
italiano, non fa sconti quando si parla di educazione e formazione. E proprio
su questi temi ha offerto riflessioni capaci di lasciare il pubblico inquieto
e pensieroso.
"Lo sapete qual è la frase che mi sento ripetere più spesso dai professori
universitari?" ha chiesto. Poi ha risposto lui stesso: "Non ce la fanno più a
leggere". Non è una battuta. È un segnale. È qualcosa che riguarda non solo
gli studenti, ma tutti noi.
▪️L'abitudine persa. Crepet non ha usato giri di parole: "Leggere
richiede tempo, e oggi il tempo si misura in scatti. Si misura in scroll.
Quando apri un libro e ti accorgi che dopo una pagina sei già distratto,
significa che quella parte del cervello, quella della concentrazione, si è
addormentata. Si è atrofizzata". Aggiunge che "non è pigrizia, è
disallenamento". Per anni si è puntato sull'efficienza, sulla rapidità,
sull'intuizione rapida. Ora ci si ritrova a dover affrontare testi lunghi con
lo stesso fiato corto con cui si legge un post su Instagram. E chi ha il
coraggio di proporre complessità viene considerato poco comunicativo.
▪️Scrivere è pensare. Nel suo modo inconfondibile, Crepet ha toccato
anche il nodo della scrittura: "La scrittura è una forma di pensiero. Ma se
non leggi, come fai a scrivere? E se non pensi, che cosa scrivi?". Ha poi
raccontato di un docente universitario che gli aveva mostrato un appello tra i
colleghi: si chiedeva di non assegnare testi superiori alle 400 pagine.
"Perché? Perché non ce la fanno", ha detto. "Ma se a vent'anni non riesci a
leggere un volume di 400 pagine, a quaranta cosa fai? Ti metti a governare?".
Non è una provocazione fine a sé stessa. È una domanda concreta. "Scrivere
male è pensare male. Scrivere poco è pensare poco. E chi pensa poco, finisce
per essere facilmente governato".
▪️La perdita del pensiero critico. C'è una frase che ha ripetuto più
volte, in toni diversi: "Non siamo più capaci di distinguere una propaganda da
un pensiero. Non siamo più in grado di argomentare una posizione. Abbiamo
delegato tutto al consenso". E quando gli si fa notare che "la rete dà voce a
tutti", risponde: "Sì, ma chi ha qualcosa da dire?". Il pensiero critico,
dice, non si eredita, si costruisce. Richiede tempo, fatica, confronto. Ma
oggi la fatica è vista come un problema da evitare, non come una soglia da
superare. "Abbiamo scambiato il benessere per anestesia. Abbiamo scambiato la
libertà per comodità".
▪️Una classe dirigente fragile. Poi arriva al punto più duro: "Cosa
succede quando a non saper leggere e scrivere bene non è solo uno studente, ma
un dirigente, un politico, un imprenditore?". La risposta è semplice: succede
che si decide senza capire. Si amministra il presente senza visione. Si
comunica senza contenuti. Crepet ha citato l'Italia di oggi: tre milioni di
giovani che non studiano e non lavorano, un sistema scolastico che promuove
quasi tutti e un'università che, in molti casi, cerca solo di trattenere
studenti stanchi e disillusi. "La classe dirigente che verrà - ha detto -
rischia di essere cresciuta in un vuoto culturale dove non si premia il
merito, ma l'adattamento".
▪️Allenare la mente. L'intervento si è chiuso con un'immagine molto
semplice: "Il cervello è come un muscolo. Se non lo usi, si indebolisce. Se
non leggi, non capisci. Se non scrivi, non pensi. E se non pensi, ti
accontenti". Crepet non si illude che le cose cambieranno da sole. Ma insiste
sul valore dell'educazione come forma di resistenza. "Leggere è un atto
politico. Scrivere è un atto di responsabilità. Pensare è un rischio che vale
la pena correre".

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