▶ Questo blog è facilmente raggiungibile anche da www.lastanzadiantonio.com
"Un bel libro, Marcus, non si valuta solo per le sue ultime parole, bensì sull'effetto cumulativo di tutte le parole che le hanno precedute. All'incirca mezzo secondo dopo aver finito il tuo libro, dopo averne letto l'ultima parola, il lettore deve sentirsi pervaso da un'emozione potente; per un istante, deve pensare soltanto a tutte le cose che ha appena letto, riguardare la copertina e sorridere con una punta di tristezza, perché sente che quei personaggi gli mancheranno. Un bel libro, Marcus, è un libro che dispiace aver finito". [Joël Dicker in "La verità sul caso Harry Quebert"]

sabato 14 febbraio 2026

3 libri fantasy standalone perfetti per una serie TV


3 libri fantasy standalone perfetti per una serie TV

👉 fonte: Everyeye.it

Ognuno di questi tre libri rigorosamente fantasy sarebbe perfetto per la trasposizione sul piccolo schermo. Tre storie complesse, ma anche complete e uniche, ideali quindi per essere tradotte in modo coerente per il mondo delle serie TV.
Partiamo da una avventura epica, ideale per chi ha amato la saga di Harry Potter con la quale condivide il tema della magia, nonché l'ambientazione tipicamente inglese. Ci troviamo infatti nel Regno Unito durante il XIX secolo. Due maghi molto diversi fra loro riscrivono insieme il destino del mondo magico. In quest'opera troverete intrighi, personaggi memorabili e riconoscibili. Elementi che ci spingono ad urlare che Jonathan Strange & Mr. Norrell di Susanna Clarke sarebbe un candidato ideale per una serie TV, grazie alla sua atmosfera e alla profondità narrativa che l'autrice ci ha regalato nella sua opera. Va sottolineato che qualche anno fa fu girata una mini-serie tv BBC ispirata al tomo, e quindi perché non riprendere in mano questa IP per produrre qualcosa di ancora più ambizioso?
Sempre in ambito magico, non possiamo che consigliarvi la lettura di The Night Circus di Erin Morgenstern. Dopo averlo letto ci siamo chiesti più volte quanto sarebbe bella una serie TV basata su questo racconto, dove la magia, l'amore ed il mistero fanno da padroni assoluti di una storia ambientata in un circo incantato che appare solo ed esclusivamente durante le ore notturne. La componente visiva nonché il ricco cast di personaggi regalerebbero un valore aggiunto non indifferente ad una papabile serie TV basata su questo fantasy standalone.
Infine, il terzo libro che si presterebbe alla grande per una trasposizione sul piccolo schermo è Stardust di Neil Gaiman. Questo romanzo datato 1999 è una fiaba moderna, ma arricchita da un cuore classico che batte all'impazzata. L'epica storia con al centro il giovane Tristan Thorn, porta l'abitante di Wall a recuperare una stella caduta con l'obiettivo di conquistare la ragazza della quale si è innamorato. Tuttavia, molto presto la stella rivelerà quella che è la sua vera natura: una donna di nome Yvaine che trascinerà il protagonista in un mondo fatto di streghe immortali, creature magiche e principi in lotta per la conquista del trono.

5 grandi libri sulla storia per un viaggio indietro nel tempo


5 grandi libri sulla storia per un viaggio indietro nel tempo
I libri da leggere adesso per chi ama la storia sono questi cinque titoli imperdibili ambientati in epoche diverse

👉 fonte: Virgilio.it

Uno dei poteri dei libri e della lettura è quello di permetterci di viaggiare semplicemente aprendo le loro pagine: una storia si dipana innanzi ai nostri occhi e ci trasporta ovunque, anche in un viaggio indietro nel tempo.
I romanzi storici, infatti, sono frutto di attente analisi e di studio e, grazie al talento dei loro autori, ci trascinano indietro nel tempo, alla scoperta di luoghi ed epoche diversi dalla nostra, facendoci assaporare storie e vite a noi lontane.
Ma quali leggere? Nell'ultimo periodo sono usciti alcuni libri interessanti che attraversano periodi storici differenti: da quelli più remoti e antichi, inseguendo le gesta di un grande condottiero, sino agli eventi più vicini a noi. Cinque romanzi storici da leggere adesso.

Divulgatore appassionante e appassionato, Alberto Angela riesce in ogni contesto a catturare l'attenzione e ad accompagnarci con la mente a vivere straordinari viaggi nel tempo in luoghi memorabili. In questo volume ci fa conoscere meglio uno dei grandi condottieri romani, un uomo geniale, carismatico e instancabile, per utilizzare le parole della trama del libro. Stiamo ovviamente parlando di Giulio Cesare e di un volume che prende spunto dal De bello Gallico e ci permette di conoscere il condottiero e l'uomo. Il titolo è Cesare. La conquista dell'eternità, pubblicato da Mondadori. La lettura ideale per chi non si perde un'uscita sulla storia romana.

▪️Francesco. Il primo italiano di Aldo Cazzullo
Aldo Cazzullo ci restituisce il ritratto di San Francesco, patrono d'Italia, in Francesco. Il primo italiano, pubblicato da HarperCollins. Questo volume ci racconta la sua vita attraversandone tutte le fasi. E lo fa utilizzando le fonti medievali, compresa la prima biografia condannata al rogo, sino ad arrivare a opere più recenti. Per chi desidera scoprire la vita di un grande personaggio, un simbolo religioso ma anche un uomo che ha fatto la storia.

La saga di Stefania Auci ha tenuto incollati alle pagine tantissimi lettori, regalando emozioni, restituendoci una storia avvincente e capace di portarci nel sud Italia a partire dalla metà del 1700. L'ultimo volume uscito è L'alba dei leoni. La saga dei Florio, il prequel dei due che sono stati pubblicati in precedenza (che trovate QUI e QUI). Ambientato nel 1772 ci accompagna prima a Bagnara Calabra e poi a Palermo, in Sicilia, nel 1799 con Paolo e Ignazio. Per chi vuole scoprire di più sull'epoca e ha divorato i libri precedenti. Pubblicato da Casa Editrice Nord.

▪️La vita segreta dei girasoli di Marta Molnar
Ambientato tra passato e presente, La vita segreta dei girasoli di Marta Molnar ci fa immergere nella Parigi della fine Ottocento insieme a Johanna, vedova e sola con un bambino piccolo. L'unica cosa che possiede sono i dipinti del cognato Vincent, proprio quel van Gogh che ci ha lasciato opere immortali. Il libro ci fa viaggiare anche in avanti nel tempo, a un secolo dopo, portandoci a New York dove conosciamo Emsley in un momento complicato della sua vita. Questo romanzo è indicato per chi ha voglia di immergersi in una storia al femminile. Pubblicato da Libreria Pienogiorno.

▪️Polvere. Atto Primo di Carmen Laterza
Siamo, invece, nel 1976 con Polvere. Atto Primo di Carmen Laterza. Ci troviamo catapultati di cinquant'anni indietro nel tempo, in Friuli il 6 maggio di quell'anno, quando la terra trema e la vita di coloro che vivono tra Gemona e i paesi della zona alta della regione cambia per sempre. In questo libro l'autrice ci racconta i giorni dell'emergenza, fatti di dolore ma anche di mani che si tendono per aiutare e di tanta forza. La lettura indicata per chi vuole conoscere meglio la storia più recente. Pubblicato da Libroza.

È la biblioteca più antica del mondo ancora in attività: si trova in Italia


È la biblioteca più antica del mondo ancora in attività: si trova in Italia
Ha una storia incredibile, custodisce un patrimonio inestimabile

👉 fonte: Esquire.com

A vedersi dall'esterno, l'edificio della Biblioteca Capitolare è piuttosto ordinario. Un ignaro turista difficilmente sospetterebbe che in quelle pareti è custodito un patrimonio librario inestimabile, risalente a secoli e secoli fa. Non saprebbe neanche immaginare una storia rocambolesca, di salvataggi in extremis e clamorosi ritrovamenti, eppure è tutto vero, documentato. Vale anche per il primato: la Biblioteca Capitolare, ospitata nel complesso architettonico della Cattedrale di Verona, è la più antica al mondo ancora in attività, sopravvissuta a pestilenze, guerre e catastrofi naturali lungo 1500 anni di storia.
Nasce nel V secolo come un polo del sapere al quale possono attingere i sacerdoti nel corso della loro formazione. È il Codice di Ursicino, dell'agosto 517, il documento che ne certifica la continuità. Ma attenzione: la presenza del De Civitate Dei di Agostino o l'unico esemplare esistente delle Institutiones di Gaio, reperti ancora più antichi del Codice, provano che la biblioteca è ancora più antica del primo documento ufficiale.
Furono ospiti della Biblioteca Capitolare Dante Alighieri, che vi tenne la sua celebre orazione latina Quaestio de aqua et terra; Francesco Petrarca, che vi trovò le lettere di Cicerone ad Attico, Quinto e Bruto, facendo la storia della filologia.
La storia della Capitolare di Verona è piena di colpi di scena alla Dan Brown. Nel VII secolo, il bibliotecario Agostino Rezzani nascose il patrimonio librario per proteggerlo, ma morì senza aver rivelato a nessuno dove si trovasse. I libri furono trovati soltanto nel secolo successivo, scatenando un'ondata di entusiasmo tra gli intellettuali europei. La biblioteca fu a rischio almeno altre due volte: durante l'inondazione dell'Adige, del 1882, e nel tragico bombardamento degli Alleati del 4 gennaio del 1945. La scampò per un pelo: il bibliotecario Giuseppe Turrini riuscì a portare in salvo i manoscritti prima della distruzione dell'aula maggiore. Nel '48 la biblioteca era già aperta di nuovo.
La Biblioteca Capitolare custodisce oltre 70.000 monografie, 1.280 manoscritti e 11.000 pergamene. Famoso l'Indovinello Veronese, rappresenterebbe la prima traccia di volgare italiano.

venerdì 13 febbraio 2026

"La Stanza di Antonio" apre le porte ai lettori: unitevi al blog con le vostre recensioni


C'è una bellissima citazione di Umberto Eco che amo particolarmente: "Chi legge vive mille vite". Io, nel mio piccolo, ci aggiungo che "vivere mille vite è ancora più bello se poi ci si ritrova tutti insieme a raccontarsele"…
In questo mio piccolo angolo dedicato ai libri, alle storie e alle parole che cambiano il mondo, è arrivato il momento di fare un passo in più. La lettura è sì un'esperienza intima ma diventa davvero viva quando viene condivisa. Per questo ho deciso di invitare altri lettori (sì, proprio voi che state leggendo) a raccontare qui le loro impressioni sui libri che hanno amato, detestato o semplicemente vissuto.
Che si tratti di un romanzo che vi ha tenuti svegli fino a tardi, di un saggio che vi ha aperto una prospettiva nuova o di una storia che non siete riusciti a finire, la vostra voce può arricchire questo spazio e, magari, trasformarlo in un dialogo continuo.
Se vi va di partecipare, inviate la vostra recensione: breve o lunga, tecnica o emotiva, rigorosa o scritta di getto. L'importante è che sia autentica, come ogni lettura merita. Quindi, ben vengano:
- Punti di vista inediti su grandi classici;
- Scoperte di nicchia che meritano più luce;
- Emozioni nude e crude, senza filtri.
Le pagine più belle, dopotutto, sono quelle che si leggono insieme.

Per partecipare, basta inviare una mail a
ucciorosato @ gmail .com

"The Mist," il racconto di Stephen King torna al cinema con un nuovo film diretto da Mike Flanagan


The Mist, il racconto di Stephen King torna al cinema con un nuovo film diretto da Mike Flanagan
Dopo un primo film ed una serie tv, The Mist sta per tornare al cinema con un nuovo adattamento scritto e diretto da Mike Flanagan. La storia è tratta ancora una volta dal racconto di Stephen King

👉 fonte: Ccoming Soon

Le storie di Stephen King continuano a catturare l'interesse di Hollywood. Soltanto negli ultimi anni, molti dei suoi romanzi e racconti hanno raggiunto grande e piccolo schermo e, grazie a Mike Flanagan, tra non molto una storia già nota al pubblico apparirà al cinema. Il progetto in cantiere è The Mist, tratto dal racconto horror La nebbia contenuto nella raccolta Scheletri.
Dopo The Life of Chuck, Mike Flanagan tornerà ad occuparsi di una storia nata dalla penna di Stephen King. Si tratta, in realtà, di una storia già adattata in precedenza sia per il grande che per il piccolo schermo. Nel 2007 The Mist ha raggiunto le sale, mentre nel 2017, dieci anni dopo, è diventata una Serie TV. A distanza di altri dieci anni, la stessa storia tornerà al cinema con la regia e la sceneggiatura di Mike Flanagan, che figurerà nel progetto anche come produttore.
Il racconto La Nebbia è ambientato in una cittadina del Maine avvolta da una fitta e misteriosa nebbia da cui emergono oscure creature che iniziano ad attaccare gli abitanti che tentano di oltrepassarla. Un gruppo di sopravvissuti trova riparo in alcuni edifici della città come un supermercato, ma la quiete non è contemplata. Tra di loro emergono rapidamente divergenze personali che rendono la convivenza particolarmente difficile, ma quello che li attende all'esterno non è così allettante. Riusciranno a trovare un modo per andare d'accordo o dovranno affrontare ciò che si nasconde nella nebbia?
Mike Flanagan è un regista molto impegnato, che in passato ha già collaborato con le opere di Stephen King (basti pensare a The Life of Chuck e Doctor Sleep). Al momento è al lavoro su una miniserie dedicata a Carrie, tratto sempre dal romanzo di Stephen King e in arrivo su Prime Video, così come sta lavorando ad un nuovo adattamento del franchise de L'Esorcista. Diversi sono i progetti per cinema e TV che negli ultimi anni hanno raggiunto il pubblico. Oltre al già menzionato The Life of Chuck, al cinema nel 2025 sono stati proposti diversi adattamenti come The Monkey tratto dal racconto La scimmia, The Long Walk tratto dal romanzo La lunga marcia, The Running Man tornato con un reboot con protagonista Glen Powell e tratto a sua volta dal romanzo L'uomo in fuga e la serie tv L’Istituto tratto dall’omonimo romanzo. Come riporta Deadline, The Mist è attualmente nelle prime fasi di sviluppo e non ha ancora rivelato una data d'uscita o chi prenderà parte al cast.

giovedì 12 febbraio 2026

Dal libro allo schermo "Ovunque tu sia" il thriller di Harlan Coben diventa una serie

Dal libro allo schermo Ovunque tu sia il thriller di Harlan Coben diventa una serie
Dal romanzo di Harlan Coben Ovunque tu sia alla miniserie Netflix I Will Find You: un thriller sul dolore, la colpa e l'ossessione della verità, dove l'amore di un padre sfida la giustizia e il tempo

👉 fonte: LibreriAmo

Ovunque tu sia pubblicato in Italia da Longanesi, il romanzo è uno dei thriller più emotivamente duri di Harlan Coben, maestro assoluto del suspense contemporaneo e autore che più di ogni altro ha saputo trasformare il dolore familiare in una macchina narrativa perfetta.
Non sorprende, quindi, che Netflix abbia deciso di adattarlo in una miniserie evento, intitolata I Will Find You, con Sam Worthington come protagonista. Un passaggio dal libro allo schermo che conferma ancora una volta come l'universo narrativo di Coben sia costruito per vivere, e colpire, anche attraverso le immagini.
Ovunque tu sia e I Will Find You sono due facce della stessa ossessione: quella per la verità quando diventa l'unica forma possibile di sopravvivenza. Harlan Coben firma una delle sue storie più emotive, mentre Netflix ne raccoglie l'eredità trasformandola in una serie tesa, cupa e profondamente umana.
Perché, in fondo, il vero thriller non è scoprire chi ha ucciso chi, ma capire cosa siamo disposti a fare quando l'amore ci costringe a non smettere di cercare. Anche quando tutto, e tutti, ci dicono che è inutile.
Con oltre 80milioni di copie vendute nel mondo, Harlan Coben non è soltanto un autore di bestseller: è un costruttore di dilemmi morali. Nei suoi romanzi il mistero non è mai fine a se stesso, ma nasce sempre da una frattura affettiva, da un errore umano, da una scelta che continua a produrre conseguenze.
Ovunque tu sia porta questa poetica all'estremo. Qui non c'è soltanto un crimine da risolvere, ma un sistema intero, giustizia, famiglia, opinione pubblica, che si chiude contro un uomo già distrutto. Coben non chiede al lettore di indovinare il colpevole, ma di interrogarsi su quanto siamo disposti a credere alla verità quando questa diventa scomoda.
David Burroughs aveva una vita perfetta. Un lavoro stabile, una famiglia, un figlio amato. Poi, in una sola notte, tutto crolla. David si sveglia e trova suo figlio Matthew assassinato. Le prove sono schiaccianti, il contesto lo inchioda, persino la sua famiglia inizia a dubitare di lui. Il sistema giudiziario fa il resto: David viene condannato all'ergastolo per l'omicidio del figlio.
Cinque anni di carcere passano come una lenta erosione dell'identità. David non combatte più. Accetta la colpa che non gli appartiene, come se il dolore fosse già una condanna sufficiente. Finché un giorno riceve una visita inaspettata: la cognata gli mostra una fotografia scattata di recente in un parco. Sullo sfondo, quasi invisibile, c'è un bambino. Quel bambino è Matthew.
Da quel momento, Ovunque tu sia cambia ritmo. Non è più solo un thriller giudiziario, ma un romanzo sulla resurrezione dell'istinto paterno. David non ha prove, non ha appoggi, non ha più nulla da perdere. Ha soltanto una certezza: suo figlio potrebbe essere vivo.
Coben costruisce una tensione implacabile seguendo la fuga disperata di un uomo che evade dal carcere non per salvarsi, ma per scoprire la verità. Ogni passo lo trascina in un mondo oscuro fatto di traffici, violenza e segreti sepolti, dove nessuno è davvero innocente e ogni alleanza può diventare una trappola.
Il romanzo lavora magistralmente sul tema della colpa percepita: David è colpevole agli occhi del mondo, ma anche prigioniero di una colpa emotiva più profonda, quella di non aver protetto suo figlio. Ed è proprio questo conflitto a rendere Ovunque tu sia uno dei libri più intensi di Coben, capace di trasformare la suspense in una riflessione sulla paternità, sulla fede e sul bisogno di verità.



L'adattamento televisivo di Ovunque tu sia prende il titolo internazionale I Will Find You e arriva su Netflix come miniserie evento, confermando il sodalizio sempre più stretto tra la piattaforma e Harlan Coben, già autore di alcuni dei titoli più visti degli ultimi anni.
Nel ruolo di David Burroughs troviamo Sam Worthington, attore capace di restituire fisicità e tormento interiore a un personaggio che vive costantemente sul limite tra disperazione e determinazione. La serie amplia il respiro del romanzo, concedendo più spazio ai personaggi secondari, alle dinamiche dell'indagine e al sistema che ha condannato David.
Visivamente, I Will Find You accentua l'elemento claustrofobico: il carcere, le periferie, i non-luoghi urbani diventano spazi mentali prima ancora che fisici. Il ritmo è calibrato per mantenere alta la tensione, ma senza rinunciare ai silenzi, agli sguardi, ai momenti di sospensione che raccontano il peso della perdita.
La serie lavora anche sul tema della percezione pubblica: il mostro mediatico, l'uomo che tutti credono colpevole, diventa una figura tragica osservata e giudicata da una società pronta a chiudere il caso pur di sentirsi al sicuro.
Nel passaggio da Ovunque tu sia a I Will Find You, il cuore della storia rimane intatto: l'amore di un padre come forza destabilizzante dell'ordine costituito.
Se il romanzo affonda maggiormente nella dimensione interiore di David, la serie espande l'universo narrativo, rendendo più visibili le connessioni criminali e le zone d'ombra del sistema. Entrambe le versioni condividono però una domanda centrale: fino a che punto siamo disposti a mettere in discussione una verità ufficiale quando questa ci rassicura?

----------
Leggi anche:

Wilbur Smith: La voce del tuono


Wilbur Smith: La voce del tuono. Il ciclo dei Courtney, vol. 2

Titolo originale: The sound of thunder
Formato: brossura
Pagine: 446
Editore: TEA (24 gennaio 2019)
ISBN-13: 9788850253517

Data di acquisto: 18 gennaio 2026
Letto dal 3 al 12 febbraio 2026

▪️Sinossi
Sean Courteney sta lasciando la foresta dopo quattro anni di caccia agli elefanti; ha con sé un carico d'avorio, tante incertezze e suo figlio Dirk, cresciuto alla scuola della savana. In città, Sean trova la guerra, tra Inglesi e Boeri, ma ritrova anche l'adorazione della madre e il rancore del fratello, antiche amicizie e odi implacabili, denaro, successo e il difficile amore di Ruth. Sean deve combattere su tutti i fronti per difendere la sua vita, i suoi sentimenti e i suoi averi, sul campo di battaglia come nell'ambiente degli affari, dalle insidie di un mondo avverso, troppo stretto per un grande cacciatore libero e solitario.

▪️L'incipit del libro
Quattro anni di viaggio nella foresta, lontano da ogni strada, avevano ridotto i carri a malpartito. Molti raggi e timoni erano stati rifatti con legno dei bushveld; i teloni di copertura avevano tante toppe che la stoffa originale era appena visibile; decimati dai predatori e dalle malattie, i tiri erano ridotti da diciotto a dieci buoi per carro. Tuttavia quella piccola ed esausta carovana trasportava le zanne di cinquecento elefanti: dieci tonnellate d'avorio, il frutto della carabina di Sean Courteney; avorio che, appena arrivato a Pretoria, egli avrebbe convertito in circa quindicimila sterline d'oro.
Sean era di nuovo un uomo ricco. I suoi indumenti erano sformati, coperti di macchie e tenuti insieme da rozzi rammendi; gli stivali dalle tomaie terribilmente logore erano risuolati con pelle di bufalo non conciata; una lunga barba incolta gli copriva metà dei petto, e i capelli neri gli scendevano sul collo, dove erano stati tagliati, all'altezza del bavero della giubba, con un paio di forbici che non dovevano essere troppo affilate. Ma, a dispetto delle apparenze, Sean era ricco d'avorio, oltre che dell'oro depositato nei sotterranei della Volkskaas Bank di Pretoria.

▪️La mia recensione
"Per la bellezza del mattino, per la terra che ancora gocciolava nella grande, verde coppa del Natal e per la donna che gli stava al fianco, Sean era felice. Per la prospettiva della fine di quel viaggio e dell'inizio di un altro con Ruth come compagna, Sean era felice".
La voce del tuono, secondo volume sull'epopea dedicata alla famiglia Courtney, è molto probabilmente uno dei passaggi più rocamboleschi dell'intera saga. E testimonia la bravura di Wlbur Smith nel saper abilmente intrecciare eroicità, saga familiare e Storia reale… Tutti elementi concatenati da un ritmo narrativo ed avventuroso davvero travolgente.
Siamo nel Sudafrica di fine 1800 e primi del 1900 e, riprendendo un po' la fine del volume precedente, seguiremo le peripezie di un Sean Courtney diventato adulto, più ponderato nelle sue decisioni, ma inevitabilmente accerchiato da guerre, tensioni, passioni e rivalità.
Attorno a Sean si muove tutta una serie di coprotagonisti (con le figure del gemello Garrik, Dirk, Michael e Ruth che spiccato su tutti), nonché l'immancabile natura selvaggia del Natal sudafricano… Selvaggia la natura e selvaggia la tempesta che attraverseranno tutti questi personaggi.
Le scene d'azione (ce ne sono tantissime) sono spettacolari e da cinema hollywoodiano (strano che nessuno abbia ancora pensato di farne un film); i rapporti umani (con tradimenti, ambizioni e riappacificazioni a non finire) danno intensità emotiva al tutto. L'unico neo che mi sento di segnalare (ma che non intacca il mio giudizio finale) è dato dalla prevedibilità di alcuni punti di svolta sentimentali.
I temi trattati sono facilmente identificabili: ambizione, voglia di potere, la brutalità del colonialismo (alcune scene son davvero crude) ed i rapporti familiari. Temi delicati che, pur in presenza di una trama che scorre molto velocemente, ci permettono di riflettere per un bel po'.
Un libro, perciò, adatto a chi ama l'avventura, l'azione e le saghe familiari.
📌 Voto: 🔵🔵🔵🔵🔵 (5 su 5)

Perché i romanzi di Dennis Lehane funzionano così bene al cinema


Perché i romanzi di Dennis Lehane funzionano così bene al cinema

👉 fonte: Agenda Online

Nel thriller contemporaneo pochi scrittori hanno instaurato un rapporto così naturale con il cinema come Dennis Lehane. I suoi romanzi sembrano nati per essere tradotti in immagine: storie compatte, personaggi lacerati, conflitti morali che esplodono lentamente fino a diventare inevitabili.
Nei suoi libri il crimine non è mai un gioco di ingranaggi narrativi, ma una ferita che attraversa individui e comunità. Ed è proprio questa densità emotiva a renderlo uno degli autori più adattati di sempre.
Nato a Boston nel 1965, Lehane ha trasformato la sua città in un territorio letterario riconoscibile, fatto di quartieri popolari, memorie traumatiche e relazioni spezzate. Il suo thriller non cerca la spettacolarizzazione della violenza: lavora sulle conseguenze, sul dolore che resta, sul peso delle scelte. Un approccio che ha trovato nel cinema un alleato naturale, attirando registi come Clint Eastwood, Martin Scorsese e Ben Affleck.

▪️La morte non dimentica (Mystic River)
Pubblicato nel 2001 da William Morrow e arrivato in Italia con Piemme, è uno dei romanzi più intensi di Dennis Lehane. La storia segue tre amici d'infanzia cresciuti nello stesso quartiere operaio di Boston, segnati da un evento traumatico che li ha divisi per sempre. Anni dopo, l'omicidio brutale di una giovane donna riporta a galla quel passato rimosso.
L'indagine procede lentamente, intrecciandosi con sospetti, rancori e sensi di colpa mai elaborati. Lehane non costruisce un semplice giallo: racconta come il dolore infantile possa deformare l'identità adulta.
Da questo romanzo nasce il film Mystic River, diretto da Clint Eastwood, una trasposizione che amplifica la tragedia morale già presente sulla pagina.

Pubblicato nel 2003 e tradotto in Italia come L'isola della paura da Piemme, è un thriller psicologico costruito come un lento smarrimento. Due agenti federali arrivano su un'isola remota per indagare sulla scomparsa di una paziente rinchiusa in un ospedale psichiatrico per criminali. Man mano che l'indagine avanza, l'ambiente diventa sempre più opprimente e la percezione della realtà inizia a incrinarsi. Sogni, ricordi e allucinazioni si mescolano, mentre il passato del protagonista riaffiora con violenza.
Il film Shutter Island, diretto da Martin Scorsese, ha reso iconica questa discesa nella mente, dimostrando quanto la scrittura di Lehane sia naturalmente visiva.

▪️Gone Baby Gone (La casa buia)
Romanzo del 1998, pubblicato in Italia da Piemme, ruota attorno alla scomparsa di una bambina in un quartiere degradato di Boston. I detective privati Patrick Kenzie e Angela Gennaro vengono coinvolti in un'indagine che li porta a confrontarsi con famiglie distrutte, istituzioni ambigue e scelte impossibili.
La tensione cresce non tanto per l'azione, quanto per il dilemma centrale: cosa è davvero giusto fare quando la verità entra in conflitto con la legge? Lehane costruisce una trama asciutta ma emotivamente devastante.
Il film Gone Baby Gone, diretto da Ben Affleck, mantiene intatto questo conflitto morale, rendendolo ancora più lacerante.

▪️Un drink prima di uccidere
Romanzo d’esordio del 1994, pubblicato in Italia da Piemme, introduce Patrick Kenzie e Angela Gennaro, investigatori privati immersi nella Boston più dura. La trama prende avvio da un furto apparentemente semplice, che si trasforma presto in una spirale di violenza e tradimenti.
Lehane costruisce un noir classico nella struttura, ma già moderno nello sguardo: ogni scelta ha conseguenze, ogni alleanza è fragile. Pur non essendo stato adattato per il cinema, questo romanzo contiene già tutti gli elementi che renderanno Lehane irresistibile per Hollywood: dialoghi secchi, personaggi feriti, tensione morale costante.

▪️Live by Night (La legge della notte)
Pubblicato nel 2012 da William Morrow e tradotto in Italia da Piemme, è ambientato durante il proibizionismo americano. La storia segue Joe Coughlin, figlio di un poliziotto, che sceglie la strada del crimine organizzato per affermare la propria indipendenza. L'ascesa criminale del protagonista è raccontata come una lenta erosione della coscienza: potere, lealtà e ambizione entrano in conflitto continuo. Il romanzo diventa così un grande affresco noir, da cui nasce il film Live by Night, ancora diretto da Ben Affleck.

Con l'intelligenza artificiale "far west nell'editoria"


Con l'intelligenza artificiale "far west nell'editoria"
Cipolletta: "Con la pirateria distrutti 4.500 posti di lavoro". Riffeser: "Serve nuova legge"

👉 fonte: Ansa

La pirateria nel mondo del libro continua ad attestarsi a livelli drammatici, sottraendo agli editori circa un terzo del mercato (il 30%, pari a 722 milioni di euro nel 2025 in crescita rispetto ai 687 milioni di due anni fa). Un quadro nel quale si deve affrontare la nuova sfida che viene dall'intelligenza artificiale, utilizzata sempre più spesso dagli utenti per generare riassunti e compendi. È uno dei dati più rilevanti che emerge dalla quarta indagine Ipsos Doxa commissionata da Aie, presentata da Nando Pagnoncelli durante il convegno al Ministero della Cultura, moderato dal direttore dell'ANSA Luigi Contu, e intitolato: "La pirateria nell'editoria libraria ai tempi dell'intelligenza artificiale" organizzato da Gli Editori, l'accordo di consultazione tra AIE e la Federazione Italiana Editori Giornali (Fieg). "Bisogna informare i cittadini sui rischi di un utilizzo improprio degli algoritmi e far rispettare l'AI Act europeo", osserva il presidente dell'Associazione Italiana Editori Innocenzo Cipolletta, che evidenzia anche, come a causa della pirateria nel 2025 siano "stati distrutti 4.500 posti di lavoro nel solo mondo del libro, che diventano 11.500 se allarghiamo lo sguardo all'indotto". Gli strumenti "oggi a nostra disposizione - osserva - ci consentono di contenere, almeno in parte i danni della pirateria"; per un'azione ancora più efficace "si potrebbe intervenire sulle piattaforme di messaggistica e col rafforzamento delle misure di oscuramento dei siti pirata". Una direzione, quella del miglioramento degli strumenti per agire più rapidamente online, su cui offre piena disponibilità Massimiliano Capitanio, Commissario Agcom.
Per il presidente della Federazione Italiana Editori Giornali Andrea Riffeser Monti contro la pirateria c'è "ancora molto da fare", a cominciare da una grande campagna di informazione rivolta al pubblico che punti sulla prevenzione". Negli ultimi 20 anni "purtroppo tra internet, i social e adesso con l'intelligenza artificiale siamo davanti a un far west che non è stato ancora regolamentato". Per questo "chiediamo al governo, alle istituzioni, al Parlamento che si prendano delle decisioni e si cerchino di creare le condizioni di una nuova legge che possa cogliere tutti questi cambiamenti". Parole, quelle di Riffeser Monti commentate a stretto giro in una nota dalla segretaria generale della Fnsi Alessandra Costante: "Non è solo la pirateria ad uccidere l'informazione di qualità. Ci sono altri aspetti che dovrebbero essere presi in considerazione, a cominciare dalla qualità del lavoro dei giornalisti che oggi, in Italia, devono fare i conti con sfruttamento e basse retribuzioni", precisa, concordando però con Riffeser sulla necessità di una nuova legge.
🌎 CLICCA QUI per continuare a leggere

mercoledì 11 febbraio 2026

Negli Usa che censurano i libri, sparisce anche Gabriel García Márquez

Negli Usa che censurano i libri, sparisce anche Gabriel García Márquez
Secondo l'associazione Pen America sono 23mila i titoli introvabili in scuole e biblioteche pubbliche: da Allende ad Atwood, da Toni Morrison a Stephen King. Insieme alle opere di tanti autori latinoamericani

👉 fonte: la Repubblica

La censura di libri in scuole e biblioteche americane ha colpito anche Gabo. Ci sono pure i romanzi di Gabriel García Márquez, autore di capolavori come Cent'anni di solitudine e L'amore ai tempi del colera, tra i 23mila titoli che negli ultimi cinque anni sono stati progressivamente cancellati dagli scaffali dei luoghi del sapere pubblico in alcuni Stati degli Usa perché "inappropriati": Florida, Georgia, Oklahoma, Iowa, Kentucky, North Carolina, Texas, solo per fare alcuni esempi.
Tra gli altri latinoamericani vittime di censura ci sono anche Isabel Allende e Laura Esquivel. Sono gli ultimi nomi che saltano fuori dagli elenchi costantemente aggiornati da Pen America che da cinque anni monitora un'escalation di restrizioni nei confronti dei libri, soprattutto nelle biblioteche scolastiche: sono stati registrati circa 23mila casi di limitazioni. Le misure vanno dal semplice ritiro temporaneo al divieto permanente, fino all'accesso limitato sotto condizioni particolari. Dalle distopie di Margaret Atwood a Shakespeare, da Toni Morrison a bestseller pop come Twilight di Stephenie Meyer. E ancora icone come Stephen King.
L’allarme lo ha lanciato l’associazione no profit che difende il diritto di parola degli autori in tutto il mondo: secondo il suo l’ultimo report i book bans hanno coinvolto 49 stati. Via dagli scaffali storie con protagonisti di colore (44% dei casi) o queer (39%). Vietati pure i romance se hanno riferimenti al sesso, anche non esplicito. Contro la censura è sceso in campo un esercito di donne: c’è la scrittrice Lauren Groff, autrice del bestseller Fato e Furia, due volte finalista al National Book Award, amatissima da Barack Obama, che in Florida, capitale dei book bans, ha aperto una libreria indipendente che vende, e soprattutto espone in primo piano, i libri banditi. "Alimentati da campagne che accusano falsamente di indottrinamento e danno da parte di think tank di estrema destra, organizzazioni di base, leader eletti e attivisti conservatori, i governi statali hanno promulgato 51 leggi e politiche con divieti diretti sull'istruzione con ripercussioni sulle aule e sulle biblioteche di tutto il Paese" scrive Pen nel report.
"In Texas i legislatori sono andati ancora oltre, attribuendo ai librai la responsabilità di vagliare i materiali prima di venderli alle scuole e ai bibliotecari quella di controllare le loro collezioni, richiedendo loro di applicare un sistema di classificazione basato su categorie vagamente definite, come ad esempio se un libro è sessualmente esplicito o sessualmente rilevante. La legge (la HB 900) è stata poi parzialmente annullata in tribunale, ma non prima che i dirigenti scolastici rimuovessero i libri nel tentativo di ottemperare al suo mandato impossibile", si legge ancora.
Il fenomeno, però, non riguarda più solo le scuole. Nel 2024 l'American Library Association ha documentato 821 tentativi di censura in biblioteche pubbliche e universitarie che hanno coinvolto più di 2.400 titoli. La maggior parte delle contestazioni, circa il 72%, proviene da gruppi organizzati, come Moms for Liberty, o istituzioni. I contenuti che più frequentemente finiscono nel mirino riguardano tematiche Lgbtq+, razziali, violenze sessuali ed educazione sessuale. Secondo Noticiero Univision, il telegiornale della rete televisiva statunitense Univision che si rivolge soprattutto al pubblico di lingua spagnola, nel 2025, diverse biblioteche federali, comprese quelle militari, hanno rivalutato o eliminato libri legati alla diversità. In molti casi, la censura non è palese: i titoli diventano difficili da reperire o vengono relegati in aree non accessibili al pubblico. Il processo si è intensificato a partire dal gennaio 2025, quando l'amministrazione Trump, come ha documentato Pen, ha firmato decreti per limitare le politiche di inclusione a livello federale, imponendo la revisione di programmi educativi e bibliotecari. In particolare, alcune biblioteche militari hanno registrato rimozioni di centinaia di titoli, inclusi testi su teoria critica della razza, femminismo e storia delle minoranze. Autori come Maya Angelou e Ibram X. Kendi sono spariti dai cataloghi.
L'American Library Association ha denunciato una violazione dei diritti garantiti dal Primo Emendamento. Le conseguenze sono tangibili, in particolare per le comunità rurali, dove biblioteche e bibliotecari subiscono pressioni e riduzioni di fondi. In risposta, associazioni come Pen Club America continuano a monitorare i ritiri, sostenendo autori, insegnanti e bibliotecari, e promuovendo ricorsi legali.

martedì 10 febbraio 2026

La vera fonte di Cormac McCarthy? È l'autobiografia di un criminale che amava la violenza più efferata


La vera fonte di Cormac McCarthy? È l'autobiografia di un criminale che amava la violenza più efferata

👉 fonte: il Giornale

"Artista e soldato", recita la lapide a Cambridge, Massachusetts. La copertina della sua autobiografia, invece, lo chiama canaglia, mascalzone, farabutto. In My Confession. Recollections of a Rogue (La mia confessione. Memorie di una canaglia, pubblicato nel 1956), Samuel Chamberlain (1829-1908) ripercorre gli episodi più avventurosi e violenti che costellano i suoi quasi ottant'anni di vita. Molto lontana dall'essere una confessione sacramentale, il bandito di vacillante fede battista, originario del New Hampshire, si racconta per accumulo episodico. Tra le pagine, serpeggia qui e là una certa oscillazione morale, una lieve tensione alla redenzione, quella di chi, davanti alla morte imminente (anche se sempre scampata) recita il Padrenostro. Ma, dei quarantadue capitoli che descrivono lo scempio e le malefatte di Chamberlain, sono gli ultimi tre a destare un particolare interesse. Sono infatti i capitoli che ne raccontano l'adesione alla banda di John Joel Glanton e del suo secondo in comando, Judge Holden. Proprio a questi capitoli conclusivi si è ispirato Cormac McCarthy durante la stesura del suo capolavoro, Blood Meridian or the Evening Redness in the West, pubblicato nel 1985.
Meridiano di sangue si apre con la celebre e poetica pagina che descrive il protagonista, il ragazzo, che resta per tutte le oltre trecento pagine del libro senza nome: un'elisione biblica che sa di annullamento ontologico.
Il ragazzo ci viene presentato come un giovane irrequieto, generato da una famiglia anonima e distrutta. Il padre è un insegnante alcolizzato che recita a memoria versi di poeti antichi, la madre è morta di parto. Lui, solo un ragazzo con una innata propensione alla violenza irrazionale. La mindless violence che costella l'intero romanzo è tutto ciò che il giovane ha sempre cercato. Naturalmente, non sarà sufficiente a saziarlo, neanche dopo tutte le stragi compiute dai farabutti della spedizione di Glanton o dalle scelleratezze di Holden, che il ragazzo osserva in prima persona. Nella prima pagina è the child, poi the kid, fino alle ultime pagine del romanzo, quando appare come the man, l'uomo, poco prima della resa dei conti con la figura faustiana del giudice Holden, un immenso uomo eburneo e glabro che incarna in sé tutto il sapere e la violenza della terra.
Il viaggio di Chamberlain comincia nel 1844: a poco più di quattordici anni, fugge in Illinois. Due anni dopo scoppia la guerra col Messico. Si arruola quasi per istinto, come se la guerra fosse una calamita naturale per certi ragazzi irrequieti. "La guerra è il gioco per eccellenza perché la guerra è in ultima analisi un'effrazione dell'unità dell'esistenza. La guerra è dio" proferisce Holden in una delle pagine più note del romanzo di McCarthy. Chamberlain parte con un reggimento dell'Illinois, poi cambia divisa a San Antonio, passa ai Dragoni regolari dell'esercito. Affascinato fino alla venerazione dai Texas Rangers, si costruisce addosso una leggenda: dice di aver combattuto a Monterrey quando la battaglia è già finita prima ancora del suo arrivo. La veridicità della cronaca fa acqua da tutte le parti: più della confessione di un penitente, leggiamo l'automitizzazione di un manigoldo. In Messico vive come nelle pagine di un romanzo d'appendice: scorribande contro i guerriglieri, notti ubriache nelle cantine, donne amate e perdute con la stessa rapidità con cui si scarica una pistola. Combatte a Buena Vista. Dipinge: la guerra entra nei suoi occhi prima ancora che nei suoi ricordi. Nel 1849 al suo nome si affianca l'appellativo di disertore. Torna a Boston, si sposa, mette al mondo dei figli, come se la vita borghese potesse arrestarlo, consacrarlo all'aspirata santità di una vita buona, cristiana. Da giovane aveva studiato teologia. Cavalca poi con John Glanton, apparso per la prima volta in una rissa in un saloon all'inizio dell'autobiografia, riapparendo solo alla fine del libro come il comandante della spedizione di cacciatori di scalpi in Messico. Resta subito folgorato da Glanton. Lo presenta come un uomo consumato dalla sofferenza. In gioventù aveva amato una ragazza, uccisa durante un assalto di una tribù di Apache Lipan. Stava per sposarla. Glanton imbroglia, massacra, stupra, mutila e scalpa le sue vittime, come tutti i suoi complici e come Holden, nel deserto fisico, legale e morale in cui si compie questa carneficina. Durante un'orgia, ubriaco, giura di voler salvare i suoi uomini dalla dannazione eterna, si inginocchia per pronunciare una preghiera dal fervore galvanizzante e si rialza per sparare all'impazzata, calmato solo dal giudice, che lo stringe tra le braccia come un cristo deposto.
Dall'episodio tutto sommato marginale della vita di Chamberlain sono le ultime quaranta pagine di un'autobiografia lunga circa trecento , McCarthy estrapola la cornice del romanzo più violento e sconvolgente del Novecento americano. Le brutalità perpetrate dai farabutti di Glanton ai danni delle tribù indigene e dei civili messicani sono raccontate con dovizia di particolari e in diverse occasioni sono la matrice cui McCarthy attinge per i suoi massacri, conficcati come proiettili fra i monologhi gnostici del giudice o fra descrizioni di cieli stellati e di piane desertiche popolate da nient'altro che ossa e carcasse. Quel deserto disegna i contorni del tribunale ideale dove il giudice è al contempo inquisitore e magistrato, creatore, tutore ed esecutore della sua legge di morte.
My Confession è di fatto il documento grezzo da cui McCarthy liberamente pesca uomini, vite e morti, è il pezzo d'argilla su cui Cormac lavora puntigliosamente per costruire un'epopea degna di un poema antico. La materia storica emerge di continuo nel romanzo, tanto che l'impressione di irrealtà e stordimento generati dalla spietata insensatezza del fatto violento sembrano frutto della sola invenzione autoriale. Peggio, sembrano il prodotto di una mente offuscata dal male. Leggendo però con attenzione il romanzo, si scorgono in filigrana i fatti storici e la realtà umana che ha forgiato la base narrativa del testo di McCarthy. Eppure McCarthy non confeziona un romanzo storico. È, anzi, profondamente anti-storico. Ribalta la Storia per definirne un controcanone. La distruzione del mito americano del West libero e progredito, la messa in luce delle ipocrisie della modernità e della conoscenza, la teorizzazione della violenza non solo come strumento di mantenimento del potere, ma anche come origine stessa della legge e dello Stato: dalle memorie di un bandito, McCarthy ricostruisce di fatto le radici del male e come questo operi sull'uomo. Il fulcro di Meridiano di sangue. Infatti, non è Glanton, come per le pagine di Chamberlain, ma Holden. Holden ci è presentato da subito da Chamberlain come una figura esecrabile, votata esclusivamente al sangue e alle donne, noto per essere uno stupratore, un assassino spietato e al contempo un uomo dall'eloquio straordinario e dalla sconfinata conoscenza interdisciplinare, dalle lingue alla geologia. In McCarthy, la conoscenza di Holden si manifesta come atto distruttivo. Sul suo taccuino annota e disegna la realtà al fine di possederla, di avere il potere di distruggerla, di vincolare l'esistenza stessa del reale alla sua volontà. Gli uccelli dice sono un insulto nei suoi confronti: li vorrebbe tutti chiusi in uno zoo infernale. E continua "ciò che esiste senza la mia conoscenza, esiste senza il mio consenso".
Chamberlain lo descrive come un uomo dalla stazza gargantuesca. Afferma di averlo disprezzato dal primo momento. Holden lo sapeva, ma lo trattava con estrema educazione. Allo stesso modo, the kid guarda con sospetto all'abisso morale del giudice, ma il giudice, nel gusto manifestato dal ragazzo per la violenza immotivata, vede terreno fertile, e non accetta la sconfitta. Lo tenta, gli parla come fosse un figlio. E, solo alla fine, lo punisce per non essersi conformato alla sua legge. Chamberlain dice poi che "nessuno sapeva chi o cosa fosse". In effetti, nulla si sa delle origini di Holden. Prima di unirsi alla banda di Glanton, portava un altro nome. L'appellativo di Judge lo deve avere conquistato sul campo, applicando la sua legge feroce su commilitoni insubordinati e civili inermi. In Meridiano di sangue, Holden non tollera disertori né uomini tentati dalla pietà. Sempre Chamberlain menziona le doti di Holden quale straordinario suonatore e ballerino. Proprio il giudice, nelle battute finali del romanzo, castigato il ragazzo, suona il violino e domina la sala da ballo con una danza demoniaca, mentre dice che non morirà mai.
È noto che McCarthy non amasse rilasciare interviste. La più importante fu sicuramente quella apparsa il 19 aprile 1992 sul New York Times, firmata da Richard B. Woodward. A proposito del suo debito nei confronti della prosa di Faulkner (ma anche Melville e Dostoevskij, quelli che chiamava "good writers"), disse che "Il fatto spiacevole è che i libri sono fatti di libri. Il romanzo dipende per la sua vita dai romanzi che sono stati scritti". Ai tre autori citati va quindi aggiunta la fonte storica, My Confession, e forse anche Conrad, di cui non si può ignorare l'incidenza nella creazione di Holden, che assurge a versione mefistofelicamente connotata di Mr Kurtz (forse mediata dall'uscita di Apocalypse Now, sei anni prima della pubblicazione del romanzo). Del resto, è proprio McCarthy che, sul materiale di lavoro di Meridiano di sangue, alle parole del giudice (che afferma che l'uomo deve purgarsi da ciò che lo rende tale) affianca, con una nota scritta a mano, l'esclamazione finale di Kurtz, che sul letto di morte sussurra: "L'orrore! L'orrore!". L'orrore che Holden ha compiuto per tutta la sua vita senza mia palesare il benché minimo rimorso. L'orrore di cui Holden è incarnazione.

I classici nella stanza di Antonio, vol. 9: Notre-Dame de Paris


Victor Hugo: Notre-Dame de Paris

Titolo originale: Notre-Dame de Paris
Formato: Kindle (79.8 MB)
Pagine: 836
Editore: Mondadori (25 febbraio 2020)
ASIN: B0848DCMT7
ISBN-13: 9788835700234

Data di acquisto: 7 gennaio 2026
Letto dal 1° al 10 febbraio 2026

▪️Sinossi
Tutti gli occhi si erano alzati verso il sommo della chiesa. Ciò che vedevano era straordinario. In cima alla galleria più elevata, più in alto del rosone centrale, c'era una grande fiamma che montava tra i due campanili con turbini di scintille, una grande fiamma disordinata e furiosa di cui il vento a tratti portava via un lembo nel fumo.

▪️L'incipit del libro
Sono passati oggi trecentoquarantotto anni, sei mesi e diciannove giorni da quando i parigini si svegliarono al frastuono di tutte le campane che sonavano a distesa nella triplice cinta della Cité, dell'Université e della Ville.
Eppure il 6 gennaio 1482 non è un giorno di cui la storia abbia conservato il ricordo. L'avvenimento che a quel modo metteva in moto, di prima mattina, le campane e i borghesi di Parigi non aveva nulla che fosse degno di nota. Non era un assalto di piccardi o di borgognoni, né un reliquiario portato in processione, né una rivolta di studenti nella vigna di Laas né un ingresso del nostro assai temuto signore messere il Re, e neppure una bella impiccagione di ladroni e di ladrone sulla piazza della Justice di Parigi. E neppure l'arrivo improvviso, così frequente nel quindicesimo secolo, di qualche ambasceria gallonata e impennacchiata. Erano appena due giorni che l'ultima cavalcata di questo genere, quella degli ambasciatori fiamminghi incaricati di concludere il matrimonio tra il delfino e Margherita di Fiandra, era entrata a Parigi con grande fastidio del signor cardinale di Borbone il quale, per compiacenza verso il re, aveva dovuto fare buon viso a tutta quella baraonda di borgomastri fiamminghi e fare loro omaggio, nel suo palazzo di Borbone, di una molto bella moralità, satira e farsa mentre una pioggia a scroscio inondava i magnifici arazzi del suo portone.

▪️La mia (brevissima) recensione
"Sarai impiccato. È semplicissimo, signori onesti borghesi! Come voi trattate i nostri da voi, noi trattiamo i vostri da noi. La legge che voi applicate con i malviventi, i malviventi la applicano con voi. Se è cattiva, la colpa è vostra. Ogni tanto bisogna pure che si veda la smorfia di un brav'uomo sopra il collare di canapa, questo rende onorevole la cosa".
Ecco qui un libro che ha una intensità emotiva incredibile. Una trama che intreccia alla perfezione le tragicità di Quasimodo, Esmeralda e Frollo nella Parigi del 1482. Con la cattedrale di Notre-Dame che diventa una vera e propria protagonista (ci imbatteremo in intere pagine incentrate unicamente sulla sua architettura) e collante di tutte le vicende.
In Notre-Dame de Paris, Victor Hugo riesce ad unire Storia, romanticismo e critica sociale. E quel che è davvero impressionante è che dopo quasi 200 anni (il libro, infatti, è stato pubblicato nel 1831) la sua trama è ancora attuale. Anzi, è più attuale che mai…
Tutto ruota intorno alla zingara Esmeralda (vittima dei soliti pregiudizi), chiodo fisso del campanaro deforme Quasimodo, dell'arcidiacono Claude Frollo (in perenne tormento tra fede religiosa e desiderio sessuale) ed il superficiale capitano Phoebus de Châteaupers.
Un libro abbastanza lungo ed impegnativo (alcune divagazioni ne rallentano un po' il ritmo) ma che ripaga a suon di emozioni.
A fine lettura, inoltre, è impossibile porsi la fatidica domanda su chi sarebbero oggi Quasimodo, Esmeralda e Frollo… Ebbene la risposta che mi son dato è questa:
- Quasimodo sarebbe un individuo emarginato ed "additato" per la sua diversità da una società che fatica ad integrarlo;
- Esmeralda sarebbe la classica artista di strada ma anche, e perché no?, una creator che usa i social per esprimersi;
- Frollo sarebbe un alto dirigente, colto e rispettato ma, dentro di sé, perennemente combattuto tra dominio e brama di potere.
📌 Voto: 🔵🔵🔵🔵 (4 su 5)

"L'ultimo colpo", il ritorno del maestro del crime Don Winslow è subito un caso editoriale


L'ultimo colpo, il ritorno del maestro del crime Don Winslow è subito un caso editoriale
Don Winslow, tra gli scrittori americani più apprezzati e maestro del genere thriller e noir, che torna in libreria con il romanzo L'ultimo colpo. Scopri perché il libro è già un successo

👉 fonte: LibreriAmo

Il maestro del crime Don Winslow è tornato a sorpresa in libreria con L'ultimo colpo, una raccolta di sei nuovi romanzi brevi. Uscito il 27 gennaio in contemporanea mondiale, in Italia per HarperCollins nella traduzione di Alfredo Colitto, il libro si è subito affacciato ai primi posti della classifica dei libri più letti in Italia e non solo.
L'uscita di questo nuovo libro inaugura Black, la nuova collana di HarperCollins dedicata alle voci indimenticabili del genere. Ma perché questo libro è già un caso editoriale e perché dovresti assolutamente correre a leggerlo?
In questo volume di oltre 300 pagine, Winslow non ci regala una sola trama, ma sei diverse angolazioni del destino umano. Dalle luci dei casinò che sfidano leggendari rapinatori alle storie di adolescenti che consegnano alcolici illegali, fino al ritorno dell'amato detective-surfista Boone Daniels. Sei storie dinamiche in cui con il suo inconfondibile stile Don Winslow fonde umanità, umorismo e azione, catturando ancora una volta l'essenza del mondo criminale e le sue sfumature.
Rapinare un casinò è assolutamente im­possibile. Ed è proprio questo che ren­de l'idea irresistibile per un leggenda­rio rapinatore. Ma in fondo quello che conta davvero è L'ultimo colpo. Per racimolare qualche soldo, un adolescente ambizioso e intra­prendente consegna alcolici illegali alle persone de La lista della domenica.  In una tavola calda, due uomini della mala raccontano Una storia vera. Sembrano solo battute e pettegolezzi, ma poi si scopre che toc­cherà a qualcun altro pagare il conto.
Un poliziotto si trova a dover scegliere tra il suo lavoro e l'affetto per un cugino, il cui destino è L'ala nord. Il surfista-detective Boone Da­niels e la sua squadra sono incaricati di sorvegliare la star del cinema, che qualcuno vuole morta, durante La pausa pranzo. E per fini­re, un singolo, terribile errore manda in prigione un devoto uomo di famiglia e mette in rotta di Collisione l'uomo che vuole essere e l'assassino che è costretto a diventare. Da quest'ultima storia sarà tratto un film con Jake Gyllenhaal.
Ogni racconto è una scarica di adrenalina, ma anche una riflessione profonda sulla morale, sulla famiglia e sugli errori che cambiano il corso di una vita. Winslow, con il suo stile asciutto e cinematografico, ci porta dentro l'abitacolo di una pattuglia o dietro il bancone di una tavola calda, facendoci sentire l'odore della polvere e il peso delle scelte sbagliate.
🌎 CLICCA QUI per continuare a leggere

Michele Mari, a cena con la morte


Michele Mari, a cena con la morte
I convitati di pietra è una commedia nerissima, in cui un gruppo di compagni di scuola scommette su chi sopravvivrà più degli altri. Un romanzo esilarante, cinico, irresistibile. E perfino commovente

👉 fonte: rsi.ch

Migliavacca, Fustigati, Brodo, Rivadeneyra.
Sono i cognomi dei ragazzi protagonisti di I convitati di Pietra di Michele Mari. Compagni di classe in un liceo classico del centro di Milano, alla fine degli anni Settanta. Una sera a cena decidono di mettere in piedi un «progetto geniale, disumano e spietato»: ogni anno verseranno in una cassa comune una cifra prestabilita che poi, opportunamente investita, nel corso dei decenni moltiplicherà il capitale, fino a cifre vertiginose. Chi incasserà questa somma che potrebbe cambiare la vita di chiunque? Semplicemente, chi vivrà più degli altri: gli ultimi tre sopravvissuti avranno accesso al montepremi.
Il problema è che una volta messo in moto questo meccanismo, il gioco diventa sempre meno divertente, a mano a mano che passano gli anni, e non solo perché iniziano a farsi strada tra i partecipanti idee come quella che, beh, per mettere le mani sul bottino, in fondo, basta eliminare fisicamente gli altri concorrenti. Con presupposti del genere, sembra di andare verso il thriller, ma non solo: il libro gioca con i generi, ed è uno dei romanzi più divertenti usciti nel 2025 (è arrivato nelle librerie proprio agli sgoccioli dello scorso anno). Tocca corde comuni, senza cadere mai nella banalità. È, in un certo senso, il Mari più pop degli ultimi anni. E se posso permettermi, arriva a essere perfino commovente.
«I miei rapporti con i compagni di classe, oggi, sono buoni, anzi ottimi», spiega lo stesso Mari rispondendo all'inevitabile domanda. «Non con tutta la classe, ma diciamo metà, o due terzi: abbiamo continuato, a sentirci, a vederci, certo, non in modi così cerimoniosi e maniacali come i personaggi del mio libro. Però, per anni ci siamo visti, se non tutti gli anni, almeno un anno sì, uno no, per decenni. Devo dire, però, che da un po' di tempo io sono stato inadempiente, spesso assente, anche perché nel frattempo la vita mi aveva portato lontano da Milano, un po' a Roma, un po' a Bergamo, per cui ho perso un po' di colpi. Quindi scrivere questo libro (anche se non c'è una corrispondenza diretta tra i personaggi e i miei reali compagni) è come fosse una specie di risarcimento di tutti gli atti mancati, di tutte le cene saltate in questi ultimi anni».
Ce ne sono tanti di atti mancati, che vengono riparati quando ormai il tempo è scaduto, anche dentro questo libro. Il tempo che ci porta verso la naturale scadenza è del resto il tema fondamentale su cui esercitare decenni di letteratura, per Michele Mari. E qui c'è la morte, ma anche l'idea di resistere alla maturità, riflessioni su cosa significa coltivare la memoria di rapporti passati, che rimangono intrappolati nell'ambra e sono destinati a essere ricordati, raccontati, ma non più vissuti. C'è un irresistibile cinismo (figlio, a detta dello stesso Mari, della tradizione umoristica inglese) che permette al narratore di tratteggiare i personaggi attraverso pochi particolari, per poi spazzarli via dall'esistenza.
Il cinismo però si scioglie nella parte finale, e la parabola de I convitati di pietra sembra trovare un'inaspettata morale per cui, se perdonate la semplificazione, la vita vale effettivamente la pena di essere vissuta: per le cose che ci piacciono, e a volte perfino per le persone. «Quello che ho scoperto scrivendo questo libro - chiosa Mari - non lo avevo messo in conto, ed è stato un po' una novità… direi una conquista, per me. Alcuni di questi personaggi scoprono di avere un vero senso di appartenenza, di fratellanza, un vero affetto. Se non un amore, un'amicizia profonda. Tutte cose su cui avevano sghignazzato, cose che erano state da loro svalutate nichilisticamente, e che invece paradossalmente rivelano la propria tenuta e la propria profondità fuori tempo massimo, quando ormai i personaggi hanno ottanta, novant'anni». Non saprei se definirlo ottimismo, ma si tratta se non altro di una luce di speranza. Di questi tempi, è già qualcosa.

Come si può leggere, oggi?


Come si può leggere, oggi?
In un tempo che ha messo da parte i libri, la risposta arriva da Luca Cena, libraio, autore e content creator. Che insegna a cercare volumi antichi e rari, ma soprattutto, storie che rimangono

👉 fonte: Rolling Stone

Leggere è complicato, faticoso e richiede tempo e molta concentrazione. Tutte cose oggi lontane da una quotidianità fatta di impegni compulsivi, isterie e vacue e assortite superficialità occasionali che confondono non poco e stressano anche di più.
Inoltre i libri occupano spazio e fanno polvere, invadono potenzialmente ogni angolo in case sempre più piccole. E poi anche solo a vederli appaiono incredibilmente tutti troppo lunghi, centinaia di pagine che reclamano un'urgenza da mettere in fila a tutte le altre urgenze. Il tempo così come lo spazio sembrano allora per davvero non solo non bastare mai, ma non esserci proprio.
Leggere in tempi tanto frenetici quanto mediocri, ovvero in questo scorcio di millennio, non è mai stato meno di moda. Mentre per giunta non si fa altro che leggere da mattina a sera, subissati come si è da informazioni, spesso totalmente trascurabili, che invadono le timeline dei social pretendendo subito (e subito ottenendo) attenzione, almeno il tempo di una manciata di secondi, poi arriva la nuova di tizio e caio, dalla pizzeria imperdibile alle assurdità di Donald Trump.
Una sequela di impegni in proroga permanente. Si legge tutto ma mai nulla fino in fondo, si capisce tutto, ma nulla si comprende per davvero. E così, in un incedere che ha sostituito allo zoppo l'inebetito, non si arriva mai in fondo alla pagina, al capitolo per non dire al racconto e figuriamoci se si arriva in fondo a un romanzo. Già sarebbe bello arrivare in fondo a una frase letta e pure pronunciata, magari senza aggredire, magari facendosi capire prima che il tempo, sempre limitatissimo, dell'altro scada come una sentenza capitale.
Che siano annunci, dichiarazioni, interviste, citazioni, tutto è ridotto all'osso e quindi molte volte all'incomprensibile. E nonostante alla fine della giornata il computo offra una distesa di parole lette, dette e ascoltate che varrebbero ben più di un romanzo al giorno, il significato che se ne trae è pressoché nullo, come quello di un vortice da cui si è usciti ancora vivi per miracolo o per fortuna.
Si staglia così un panorama all'opposto da quello offerto da Pluribus (la serie di Vince Gilligan) dove la solitudine non è data da un mondo unico e onnisciente, ma da un modo vario e totalmente cerebroleso e come tale imprevedibile, come da regola della stupidità dell'indimenticabile Carlo M. Cipolla, così giusto da aggiungere alla lista delle cose da fare, da vedere, da ascoltare e da leggere, provare quantomeno a buttare un occhio a Le leggi fondamentali della stupidità umana (Il Mulino).
Una morte cerebrale diffusa che si sostanzia nell'ansia di ogni nuova ipotesi, imprevisto e «Proprio ora che mi ero messo a pari!», si sente spesso esclamare di fronte a un nuovo film, a una nuova serie, podcast e anche libro. Come se ci fosse un grande manovratore che ci obbliga a una performance continua. Certo la pressione sociale è evidente a chiunque come è evidente che non si tratta più di una socialità dove ciò che si vede è condiviso da altri, ma in cui ci si rimbalza come in una partita di Patronu, titoli da consigliare o meglio imporre all'altro. Celo, celo, manca!
🌎 CLICCA QUI per continuare a leggere

lunedì 9 febbraio 2026

Capolavori del cinema tratti da romanzi da recuperare: "Eyes wide shut"


Capolavori del cinema tratti da romanzi da recuperare: Eyes wide shut
Come il romanzo Doppio sogno ha ispirato Eyes Wide Shut: un viaggio tra letteratura e cinema nel cuore del desiderio, della gelosia e dell'inconscio

👉 fonte: LibreriAmo

Eyes Wide Shut, l'ultimo film di Stanley Kubrick  uscì nel 1999, continua a essere oggetto di interpretazioni, analisi e dibattiti. Ma forse la sua forza narrativa, surreale e inquietante, nasce proprio dal fatto che non è solo cinema: è cinema in dialogo con la letteratura.
Perché Eyes Wide Shut non è semplicemente "ispirato da" un romanzo. È un adattamento libero e radicale che prende le coordinate psicologiche, simboliche e oniriche da un testo ottocentesco e le trasporta in una dimensione visiva che sfida qualsiasi certezza.
Quel romanzo è Doppio sogno (Traumnovelle) di Arthur Schnitzler, pubblicato nel 1926: la storia di un uomo e una donna alle prese con desideri nascosti, paure, identità segrete e mondi che si svelano oltre il velo della coscienza.
Eyes Wide Shut rimane uno dei film più discussi e amati del cinema contemporaneo non perché sia semplice o immediato, ma perché costruisce un ponte tra letteratura e immaginario visivo: porta sullo schermo la psicologia del desiderio, del dubbio e della doppiezza che già abitava il testo di Arthur Schnitzler.
Dal libro allo schermo, l'esperienza non si limita a raccontare una storia diversa: rivela che le narrazioni più potenti sono quelle in cui il sogno, la paura e il desiderio si intrecciano indissolubilmente. Ed è per questo che Eyes Wide Shut continua a essere un cult da (ri)guardare, studiare e interrogare.
Doppio sogno è un testo breve, sottile, ma potentissimo nella sua capacità di esplorare ciò che si cela dietro le buone maniere della borghesia viennese di inizio Novecento. Il protagonista, Fridolin, è un medico che, dopo aver ascoltato le confidenze inquietanti della moglie Albertine, si ritrova a vagare per le strade della città in una notte che sembra un incubo: incontri misteriosi, tentazioni, ambiguità di identità e una sfilata di personaggi simbolici.
L'elemento che più caratterizza il romanzo è il sogno e il doppio: non c'è quasi distinzione tra ciò che è reale e ciò che è immaginato. Schnitzler lavora con precisione psicologica sulle pulsioni, sulla gelosia, sull'oscuro che abita in ogni relazione umana. Il tempo narrativo si piega, i confini si dissolvono, il lettore si trova sospeso in una consapevolezza che non è mai rassicurante.
La novella è quindi una sorta di antefatto letterario delle moderne speculazioni sull'inconscio: un terreno in cui le regole morali si dissolvono e dove il desiderio non è un accessorio, ma una forza inarrestabile.
Kubrick non fa un adattamento "classico" della novella di Schnitzler. Non trasferisce personaggi o trame così come sono scritti, ma ne cattura l'intensità psicologica e simbolica.
Nel film, Tom Cruise interpreta Bill Harford, un medico di successo la cui vita borghese prende una piega profonda dopo una confessione della moglie Alice (interpretata da Nicole Kidman): l'aver provato desiderio per un altro uomo. Da quel momento, Bill intraprende un viaggio notturno che lo porta in scenari surreali: feste segrete, maschere, sensazioni di doppio, identità scambiate e desideri inconfessabili.
La trama è diversa (il film è ambientato nella New York contemporanea) ma il problema centrale resta identico a quello di Schnitzler: cosa succede quando il desiderio, prima represso, si affaccia nella coscienza? Come reagisce il soggetto quando si confronta con l'oscenità della propria interiorità?
Kubrick costruisce una lunga discesa nella notte, un po' come Dante nella sua selva oscura, ma senza redenzione garantita. Il film non offre risposte definitive, ma piuttosto immagini potenti e aperte all'interpretazione.

Dal libro allo schermo: somiglianze e differenze
Il sogno e la doppiezza. Nel romanzo di Schnitzler è tutto sottile, fluttuante: la notte è un mondo onirico in piena luce diurna. Kubrick traduce questa logica in immagini: le maschere, le luci artificiali, il ritmo sospeso della narrazione costituiscono una logica onirica per immagini.
Il desiderio come motore narrativo. In entrambi i testi il desiderio è ciò che mette in discussione l'ordine apparente. In Doppio sogno è un motore psicologico puro; in Eyes Wide Shut diventa visivo, rituale, collettivo, inquietante.
Identità e maschere. Schnitzler lavora con il concetto letterario del doppio. Kubrick, con il suo stile visivo, rende la maschera metafora: non solo quella fisica delle scene ermetiche della festa, ma quella psicologica che ogni personaggio indossa nel rapporto con l'altro.
Il finale. Il romanzo di Schnitzler si chiude lasciando molto in sospeso, oscillando tra realtà e sogno. Allo stesso modo Kubrick non chiude nulla in maniera risolutiva: la scena finale ha la stessa inquietudine e ambiguità, suggerendo che ciò che accade di notte non scompare alla luce del giorno.

Quello che lega Doppio sogno e Eyes Wide Shut non è tanto una trama precisa, quanto una idea di soggetto: l'essere umano come narratore di sé, ma anche come oggetto di pulsioni che spesso nega, reprime, nasconde.
La filosofia contemporanea, da Freud in poi, ci ha insegnato che ciò che noi chiamiamo "coscienza" è soltanto la superficie di un mare profondissimo. Kubrick, visivamente, e Schnitzler, letterariamente, esplorano questo mare: ciò che sta sotto è sia fonte di piacere che di terrore.
La notte, nei due testi, non è solo un tempo cronologico: è una dimensione in cui la coscienza si rovescia, e l'io è costretto a confrontarsi con aspetti che di giorno restano nel buio. Il doppio, il desiderio, il giudizio morale: tutto diventa fluido, incerto.

Che fine hanno fatto i sogni che sognavamo? Se lo chiede Mattia Insolia nel romanzo "La vita giovane"


Che fine hanno fatto i sogni che sognavamo? Se lo chiede Mattia Insolia nel romanzo La vita giovane
Dopo Gli affamati e Cieli in fiamme, Mattia Insolia torna con un romanzo duro, potente e, forse, generazionale, La vita giovane. Il protagonista è Matteo, costretto a tornare a casa per il matrimonio di due suoi amici… Sarà l'occasione per ricordare il passato, fare i conti con i fantasmi lasciati al paese e provare a rispondere a una domanda: che fine hanno fatto i sogni che sognavamo?

👉 fonte: il Libraio

Ci sono storie che cominciano con un'affermazione. Altre che ruotano attorno a una domanda. Ci sono domande che trovano risposta e altre che, ça va sans dire, restano orfane.
La vita giovane (Mondadori) di Mattia Insolia gira attorno a un quesito semplice e devastante: che fine hanno fatto i sogni che sognavamo?
Una risposta non viene data in modo diretto, e forse non potrebbe essere altrimenti. È qualcosa che ogni lettore e lettrice deve cercare fuori dal libro, dentro la propria esperienza.
Nonostante si parli di sogni, il romanzo è duro e concreto, come solo la realtà sa essere. La realtà di Matteo, protagonista ventottenne che da nove anni non rientra al paese natale. Perché tornarci significherebbe fare i conti con ciò che è rimasto indietro, con i fantasmi lasciati lì ad aspettare. Eppure Matteo torna, perché due amici del liceo stanno per sposarsi. È questo il pretesto narrativo da cui Insolia fa partire il racconto: un ritorno che diventa attraversamento (e superamento?) del passato.
Al paese, per quel weekend speciale, Matteo ritrova i cinque amici con cui ha condiviso l'infanzia e soprattutto gli anni del liceo: Sofia, Giorgio, Matilde, Marta e Tommaso. Anni che il narratore recupera poco a poco, intrecciando presente e memoria, riportando alla luce episodi che hanno segnato per sempre quel gruppo.
Qualcuno potrebbe definire Insolia un autore generazionale: ha trent'anni, come il suo protagonista, e racconta una generazione attraversata da rabbia, disillusione e desiderio di capire. Forse lo è, forse no. In ogni caso, la storia riesce a parlare anche a chi non appartiene a quella precisa età anagrafica, perché le domande che pone vanno oltre…
I temi di La vita giovane sono molti, ma non si ha mai la percezione che siano stati inseriti per accumulo o per effetto. Emergono in modo genuino, perché fanno parte della vita dei personaggi. C'è l'amore, nelle sue forme più fragili e mancate; l'amicizia come rifugio e la famiglia come gabbia; i sensi di colpa, molti, che si stratificano nel tempo; la violenza, in quasi ogni sua (drammatica) sfumatura; l'autolesionismo; relazioni profondamente tossiche; genitori che abbandonano e altri che trascinano verso il fondo; la malattia e l'abuso di sostanze; i segreti e i "ti amo" soltanto sussurrati.
Ogni personaggio riesce a trovare il suo spazio, Matteo ne racconta pregi e difetti come fossero ancora tutti insieme. Così anche ogni argomento trova il modo di emergere, dolorosamente. Attraverso quest'unica voce tutti si confessano a chi legge, e maggiormente a loro stessi.
In fondo a tutte queste storie scorre lo stesso sentimento: un senso di smarrimento che accompagna il passaggio all'età adulta. Citando il romanzo con cui Mattia Insolia è stato proposto al Premio Strega 2021 (Gli affamati, Ponte alle Grazie), potremmo dire che questi sono ragazzi svuotati, senza più appetito…
Interessanti sono anche gli stratagemmi narrativi scelti da Insolia (che all'attivo, sempre per Mondadori, ha Cieli in fiamme, 2023). Il primo è dichiarato: è lo stesso Matteo a raccontarci di aver chiesto agli amici ciò che lui non ha vissuto in prima persona, gli anni successivi al liceo, diventando così un narratore che raccoglie, ricostruisce e restituisce. Il secondo è più sottile, ma altrettanto efficace: la creazione di una tensione crescente, quasi da thriller, attorno a quell'episodio violento che turba i cinque amici e che incombe sul romanzo come una ferita mai rimarginata.
La scrittura segue questo movimento: è frammentata, fatta di salti improvvisi tra ricordi, scene del presente, episodi lontani. Un andamento che restituisce il funzionamento della memoria e del pensiero, quel continuo andare avanti e indietro che accompagna ogni tentativo di dare un senso a ciò che è accaduto.
E poi c'è quella domanda, che torna, insiste, accompagna ogni capitolo: che fine hanno fatto i sogni che sognavamo? È una domanda che non riguarda solo Matteo e i suoi amici, ma chiunque abbia immaginato una strada e si sia ritrovato, a un certo punto, su un sentiero diverso. La vita giovane non offre consolazioni facili, ma costruisce uno spazio di riconoscimento. Un romanzo con cui è difficile non entrare in connessione, perché parla di ciò che resta quando il tempo passa e chiede il conto.

----------
Leggi anche:

domenica 8 febbraio 2026

Spotify che vende libri proprio non ce l'aspettavamo


Spotify che vende libri proprio non ce l'aspettavamo
Il colosso dello streaming inizierà a vendere libri cartacei tramite la sua applicazione: l'annuncio di Spotify è giunto a sorpresa

👉 fonte: Punto Informatico

Con una mossa piuttosto inattesa, Spotify ha annunciato che inizierà a vendere libri all'interno della sua app. Non audiolibri, ma libri cartacei. Lo farà grazie alla collaborazione con Bookshop.org, a partire dalla primavera e coinvolgendo inizialmente i territori degli Stati Uniti e del Regno Unito. L'obiettivo dichiarato è quello di supportare gli autori e le librerie indipendenti, sia dal punto di vista della visibilità sia da quello economico.
L'iniziativa mira solo a estendere il raggio d'azione della piattaforma o c'è davvero di più? A questo punto, ci aspettiamo di vedere il colosso dello streaming aprire un e-commerce attraverso cui comprare singoli e album su supporto fisico. Dopotutto, il ritorno del vinile è una tendenza ormai ben affermata e molti stanno riprendendo familiarità con la musica da toccare.
Tornando alla vendita dei libri, un passaggio del comunicato ufficiale spiega bene la finalità che Spotify vuol raggiungere: Crediamo che il futuro della lettura o dell'ascolto debba essere flessibile e adattarsi meglio alla vita delle persone. Dopotutto, il 73% dei proventi per il mondo dell'editoria arriva ancora oggi dal cartaceo.
Un'altra novità annunciata è Page Match. Ne abbiamo già scritto su queste pagine alcune settimane fa, quando sono emerse le prime informazioni. È una funzionalità che permette di passare dal libro all'audio libro e viceversa, in un istante.
Come funziona? È molto semplice: basta inquadrare una pagina con la fotocamera dello smartphone e la piattaforma trova automaticamente quel punto da cui ripartire nell'audiolibro. Sarà disponibile entro la fine di febbraio nelle app Android e iOS di Spotify, per la maggior parte dei volumi in inglese. Il supporto per le altre lingue dovrebbe arrivare più avanti.

Si scrive meglio di giorno o di notte? Chiedete a Sartre


Si scrive meglio di giorno o di notte? Chiedete a Sartre
Da Marcel Proust a Rosella Postorino, un viaggio tra le abitudini più o meno notturne che danno vita ai libri e i ritmi circadiani degli scrittori

👉 fonte: rsi.ch

La biografa Annie Cohen-Solal racconta, tra i vizi di Jean-Paul Sartre (tra cui fumare due pacchetti di sigarette al giorno) l'assunzione di Corydrane, miscela di anfetamina e aspirina; anziché le due compresse raccomandate pare che ne prendesse una ventina, e che non disdegnasse scrivere di notte e dormire di giorno.
Franz Kafka amava scrivere dopo la mezzanotte; nelle Lettere a Milena emerge ben più combattuto del francese: «Il sonno è l'essere più innocente che ci sia e l'uomo insonne il più colpevole».
Tra i gufi, anche Marcel Proust. Si alzava alle quattro di pomeriggio, accendeva una miscela di oppiacei per alleggerire gli effetti dell'asma cronica, poi scriveva, preferibilmente a letto.
James Joyce (racconta il biografo Richard Ellmann) si alzava tardi, lavorava nel pomeriggio e passava le serate nei locali per "ripulirsi la mente dal lavoro letterario".
Truman Capote, come Proust, preferiva scrivere a letto (si definì un «autore assolutamente orizzontale»). Scriveva quattro ore al giorno, mentre consumava bevande e fumo. Aveva delle ossessioni: non sopportava vedere più di tre mozziconi di sigaretta nel portacenere, non iniziava né finiva nulla di venerdì e si rifiutava di «comporre un numero di telefono o di accettare una stanza d'albergo se la somma delle sue cifre dava un numero da lui ritenuto sfortunato».
Non mancano, tuttavia, i mattinieri.
Sylvia Plath, soprattutto dopo la nascita dei figli, scriveva all'alba. È noto che J.K. Rowling abbia scritto i primi libri di Harry Potter seguendo un rituale speranzoso e disciplinato: si recava ogni giorno all'Elephant House, ordinava un caffè (quanto allora si poteva permettere) e scriveva a oltranza con la bimba vicino.
Anche Toni Morrison era solita scrivere all'alba, quando i figli dormivano. Si comprende la non neutralità, oltre che per la famosa "stanza tutta per se", e quindi per il dove della scrittura, anche per il quando della scrittura (dell'essere donna, e dell'avere figli o meno).
Tra i mattinieri, Hemingway e Maya Angelou. Quanto a Thomas Mann, lui si svegliava prima delle otto, beveva una tazza di caffè con la moglie, faceva un bagno; alle otto e mezza faceva una colazione completa e dalle nove a mezzogiorno si chiudeva nel suo studio.
E oggi? La tendenza delle scuole di scrittura è insegnare la disciplina, l'idea di mettersi alla scrivania ogni giorno, magari dal mattino. Ma si può essere disciplinati e seguire il proprio tamburo; insonni e scrivere di notte, oppure combattersi se si è così (perché gli scrittori sono persone, e l'idea di artista maledetto è morta con Baudelaire e la sua sifilide).
Violetta Bellocchio racconta: «Io non posso scrivere di notte, né dopo un orario che stabilisco, perché altrimenti mi parte un ciclo di insonnia brutale con semi-allucinazioni visive (cerco di dormire e vedo righe di testo che si compongono e disfano: pare che a mia madre accadesse la stessa cosa)». Quando lavora a un libro s'impone un timer di salvataggio e chiusura file, attorno alle 20 o 21. «Il che a tratti è una rogna perché se comincio tardi nell'arco della giornata la tentazione è sempre di andare avanti a oltranza durante la notte, ma non fa più per me».
Rosella Postorino ha l'abitudine di dormire con il Kindle sotto il cuscino, «così se nella notte mi sveglio posso sfilarlo e leggere. Se sto scrivendo, per esempio nelle vacanze dal lavoro, mi sveglio alle 6 per scrivere. Di notte, anche se mi sveglio, non scrivo».
Mattia Insolia, all'alba, si dedica alla lettura. Altre due Millennial di talento vivono l'esperienza agli antipodi; Eleonora C. Caruso condivide: «Il sonno per me è un Tema, ho scoperto come si dorme negli ultimi tre anni grazie ai farmaci». Valentina D'Urbano invece racconta un guilty pleasure: «Niente musica e tisane, ma sigarette e programmi trash» che manda in loop per concentrarsi mentre scrive.
Una cosa è certa: Jean-Paul Sartre faceva di peggio. E ciò sa ancora rassicurarci.

La classifica dei libri più venduti


Dati relativi alla settimana dal 26 gennaio al 1° febbraio 2026 (Fonte: Robinson - Repubblica dell'8 febbraio 2026):

1. Stefania Auci - L'alba dei Leoni
2. Piergiorgio Pulixi - Il nido del corvo
3. Alberto Angela - Cesare
4. Bianca Pitzorno - La sonnambula
5. Walter Veltroni - Buonvino e l'omicidio dei ragazzi
6. Gianrico Carofiglio - Viaggio in Italia
7. Aldo Cazzullo - Francesco. Il primo italiano
8. Mel Robbins - La teoria di lasciare andare
9. Don Winslow - L'ultimo colpo
10. George Simenon - La vecchia

venerdì 6 febbraio 2026

Recensione dell'inchiostro Lamy Blue-Black (in boccetta)


Per questa mia recensione dell'inchiostro Blue-Black della Lamy, parto dal calamaio: è il notissimo modello T52, uguale per tutti gli inchiostri "standard" dell'azienda tedesca (gli inchiostri premium della serie Crystal, invece, usano il calamaio  T53).
Si tratta, come potete vedere da questa breve carrellata di foto, di una elegante boccetta che contiene ben 50 ml di inchiostro (c'è anche una versione più piccola, poco diffusa, contenente soltanto 30 ml di inchiostro, chiamata Lamy T51). Io sono solito usare l'inchiostro Blue-Black (blu-nero) ma, come ho appena detto, in commercio ci sono anche i classici nero, rosso, blu, verde, turchese… oltre a tanti altri in edizione limitata o celebrativi.


Analizziamo la confezione d'acquisto: la boccetta è inserita in un semplice scatolino con alette (su cui sono indicate anche le istruzioni ed i disegnini per ricaricare la stilografica). Una volta aperto lo scatolino, quindi, ecco emergere questa boccetta… o calamaio, per i più nostalgici!
La boccetta, avendo un collo largo è in grado di ospitare anche le penne stilografiche più grosse; è tutta in vetro ed è inserita in una basetta in plastica nera e cava al centro, perché la boccetta vera e propria ha, alla sua estremità, una specie di "fossetta", utilissima per poter utilizzare fino all'ultima goccia di inchiostro contenuta al suo interno. Inoltre, dentro alla stessa basetta in plastica, è posta (estraendola da una fessura laterale) una piccola ma pratica strisciolina di carta assorbente con cui, una volta terminate le operazioni di ricarica, potremo anche pulire la punta della stilografica.
Il prezzo di una boccetta T52 è intorno agli 11-12 euro… E per quanto mi riguarda (visto che uso questo inchiostro ogni giorno), li vale tutti.


Passiamo ora alla prova vera e propria dell'inchiostro Lamy Blue-Black. Si tratta di un inchiostro molto fluido (non intasa e non ostruisce la penna), abbastanza scorrevole (il flusso è sempre costante). È particolarmente indicato per l'uso su documenti d'ufficio, firme ed assegni. Il nome blu-nero è abbastanza fuorviante perché si tratta di una colorazione tendente al "grigiastro profondo" con accenni di blu scuro quasi vintage. Comunque, l'effetto (evidentissimo appena l'inchiostro è messo su carta) non è per nulla sgradevole, ed anzi a me piace moltissimo perché è una tonalità molto elegante. Tiene abbastanza bene il contatto con l'acqua ed i liquidi in generale; sfumatura e spiumaggio sono completamente assenti.
L'asciugatura è velocissima: dopo 7-8 secondi puoi già passarci un dito sopra senza il rischio di sporcarti. E questo vuol dire che non ci saranno neanche problemi di attraversamento della carta (salvo in casi estremi o se quest' ultima è di pessima qualità).
Insomma, è un buon inchiostro professionale (ma nulla ci vieta di usarlo in altri contesti), senza infamia e senza lode. Per dirla tutta, è il classico inchiostro per la vita di tutti i giorni (ecco, appunto).