"Un bel libro, Marcus, non si valuta solo per le sue ultime parole, bensì sull'effetto cumulativo di tutte le parole che le hanno precedute. All'incirca mezzo secondo dopo aver finito il tuo libro, dopo averne letto l'ultima parola, il lettore deve sentirsi pervaso da un'emozione potente; per un istante, deve pensare soltanto a tutte le cose che ha appena letto, riguardare la copertina e sorridere con una punta di tristezza, perché sente che quei personaggi gli mancheranno. Un bel libro, Marcus, è un libro che dispiace aver finito". [Joël Dicker in "La verità sul caso Harry Quebert"]

martedì 21 luglio 2026

Libri gialli e buon cibo, quando il detective è un gourmet


Libri gialli e buon cibo, quando il detective è un gourmet
Nei gialli contemporanei, la buona tavola si rivela molto spesso lo strumento ideale per risolvere un delitto

👉 fonte: io Donna

Mangiando bene si indaga meglio? Probabilmente sì. Forse per questo nessuno ha ancora inventato un detective anoressico (smentitemi). David Rossi, il profiler delle serie Criminal Minds, ha un paio di intuizioni fondamentali mentre prepara gli spaghetti alla carbonara (è di origine italiana e ci tiene a dirlo). Dalla Londra vittoriana alla Sicilia di Vigàta, passando per Shanghai con Chen Cao, poeta e ispettore di polizia, il palato degli investigatori racconta carattere, ossessioni, geografia sentimentale e, spesso, il loro metodo. Dopo Sherlock Holmes il detective smette di essere una macchina deduttiva. Comincia ad avere gusti, debolezze, rituali.
Il capostipite degli investigatori gourmet è Nero Wolfe, creato da Rex Stout, ovvero “una cena ben riuscita vale quanto un caso risolto”. Obeso, sedentario, allergico alla fatica, ha una devozione religiosa per i piatti preparati dal cuoco Fritz. Anatre arrosto, foie gras, salsicce artigianali, tartufi, il menu occupa spesso più spazio dell'autopsia! Favolose le frittelle mattutine e le salsicce di mezzanotte (così la giornata è completa).
In realtà, tutti i poliziotti e commissari golosi sono figli e nipoti di Pepe Carvalho, che in certi momenti coincide con il suo creatore, Manuel Vázquez Montalbán. Cosa mangia? Il pasticcio di porri e brioche con midollo e foie gras e il salamino piccante al sidro vengono dall'Andalusia, mentre le lumache con granceola sono catalane, come gli spinaci con gamberi e vongole. Ed ecco due piatti made in Carvalho: il tonno lardellato, che prevede una doppia cottura del pesce rivestito di pancetta, prima fritto in padella e poi passato al forno, e il guazzetto di pesce alla Carvalho, con tranci di rana pescatrice e gamberoni.
Salvo Montalbano, con la caponatina, la "pasta n'casciata" e il pescato del giorno, è parente stretto di Carvalho, e Andrea Camilleri rende omaggio all'autore già nel cognome. Ma c'è un altro siciliano, meno famoso, il maresciallo dei carabinieri Saverio Bonanno (Il canto dell'Upupa, di Roberto Mistretta) ugualmente vorace. Divora «grosse fettine di vitello, farcite con uova sode, pisellini di campagna, bocconi di pecorino, un filo d'olio, cipolletta tagliata fine e rosmarino», oppure pasta al forno, coniglio con olive nere, patate con la crosta e doppia razione di cardi impanati.
La verità? Un piatto racconta più di un profilo della Bau (Behavioral Analysis Unit, l'Unità di analisi comportamentale, una sezione dell'Fbi statunitense). Gli arancini spiegano Montalbano e il suo modo di ragionare meglio di un trattato. Una cacio e pepe racconta Rocco Schiavone, il vicequestore dei gialli di Antonio Manzini, più di qualsiasi monologo interiore. Un bicchiere di vino condiviso al BarLume di Marco Malvaldi vale quanto un interrogatorio.
Nei romanzi del BarLume (la serie Sky è arrivata a 13 stagioni, l'ultima quest'anno) il cibo non è un dettaglio. Il protagonista, Massimo Viviani, è un barista maremmano di seri principi: non serve mai un cappuccino dopo pranzo! Le indagini nascono quasi sempre davanti a un bancone o durante un pranzo: cacciucco, fritto di pesce, schiacciata toscana, ribollita, pappardelle al cinghiale, salumi e pecorini. Si mangia e si parla molto di cosa si mangerà. Le discussioni tra Massimo e il commissario Tassone, capace di elaborare metafore esistenzial-gastronomiche sulla besciamella o filosofie di vita legate agli ingredienti della carbonara, e le chiacchiere dei pensionati che animano il bar sono quasi più divertenti delle indagini…
Malvaldi ha anche trasformato Pellegrino Artusi, padre della cucina italiana moderna, in un "food detective", il primo della nostra narrativa. Odore di chiuso (Sellerio), ambientato nel 1895 in un castello della Maremma toscana, trasforma Artusi in un investigatore. Invitato per un fine settimana di caccia e buona tavola, aiuta la polizia a risolvere un omicidio. Fa il bis con Il Borghese Pellegrino, dove impariamo a conoscere, dietro il cuoco detective, un intellettuale curioso, ironico, capace di leggere le persone con lo stesso rigore con cui analizza una ricetta. Uno che applica già il metodo investigativo alla cucina.
Invece Rocco Schiavone (romanzi di Sellerio, serie Rai2 con Marco Giallini, che ha appena girato la stagione 7) mangia per ricordare Roma e la vita che ha lasciato. Trasferito controvoglia ad Aosta, vive la cucina valdostana quasi come una punizione: polenta, fontina e piatti alpini vade retro. Desidera carbonara, amatriciana, cacio e pepe, supplì, trippa, carciofi alla giudia. Sogna le trattorie romane, riceve pacchi di comfort food dagli amici. Se per Montalbano i piatti di Adelina sono un "quantum of solace" (un briciolo di conforto), per dirla con il titolo di un film di James Bond, per Schiavone le nostalgie del palato rappresentano il mondo perduto. Una costante della sua vita sono i tramezzini, ora messi in fila nella raccolta I tramezzini di Rocco Schiavone recensiti all'inizio di ogni capitolo. Il più erotico? Salmone, avocado e maionese.
Schiavone coltiva il suo palato mentre Luigi Alfredo Ricciardi, amatissimo e malinconico commissario nella Napoli anni '30 (anche lui nella gloria televisiva con tre stagioni), chissà cosa mangerebbe senza la tata Rosa che apparecchia prelibatezze, dalla "menesta 'mmaretata", con verdure di campo e carne di maiale (nel romanzo Il giorno dei morti), ai "ciccimmaretati", raccontati così dall'autore, Maurizio de Giovanni: «Lo scuro grano cappella, il granturco, le fave, le cicerchie, i ceci e le mimmiccole, le lenticchie… In una scodella c'erano le castagne Janghe, che avrebbero avuto il compito fondamentale di conferire dolcezza alla zuppa».
Manca qualcosa di padano, ed eccoci serviti con Erica Arosio e Giorgio Maimone. L'investigatore Marlon (Mario Longoni) e l'avvocata Greta Morandi risolvono misteri nella Milano degli anni 50-60, spesso davanti a un "peposo", tipico spezzatino di manzo cotto lentamente nel vino rosso e abbondante pepe nero (all'epoca tutte le trattorie della città erano toscane). Marlon, però, da buon milanese, è uno specialista di risotti, in particolare alla barbabietola. In Juke Box la chiarezza arriva a cena, proprio mentre Greta&Marlon seguono il Cantagiro. Anche nel prossimo romanzo, Gran Varietà (da Mursia in ottobre) si mangia bene, stavolta in un famoso ristorante di Parigi.
Poi ci sono le investigatrici, che non sempre cucinano ma, pur di concedersi un peccato di gola fanno jogging ogni mattina. Come Lolita Lobosco, vicequestore a Bari, quinta di reggiseno e Louboutin di rigore, che tra gli spaghetti all'assassina e lo "scammaro" (una pasta compattata in padella come una frittata, ma senza uova) ha reso famosa l'autrice, Gabriella Genisi e la lunga saga pubblicata da Marsilio. La fiction Rai con Luisa Ranieri è alla stagione finale, la quarta. Ma più della trama, la gente ricorda e adora le ricette, che raccontano, complice il delitto, i sapori di un territorio.
Succede lo stesso con la Sicilia di Vanina Guarrasi, vicequestore a Catania (nei gialli Einaudi di Cristina Cassar Scalia e nelle due stagioni di Canale 5 con Giusy Buscemi) a cui tocca indagare anche in una gelateria. Non ama cucinare, però mangia, eccome, nella "Trattoria da Nino" e non ingrassa (succede solo nei romanzi). Pizza fritta, cucciddatu di San Giovanni imbottito di salame dei Nebrodi, arancini e le infinite specialità della tavola calda catanese. Però ha le sue ragioni: davanti a una parmigiana di melanzane trova l'intuizione giusta per risolvere un omicidio.
«Vanina mangia tutto quello che vorrei mangiare io» ammette Cassar Scalia: «Vorrei un dolce iris al giorno o la colazione pantagruelica. Se vado da Nino, scelgo quello che sceglie lei: involtini, caponata, polpette…». Qualche riga dalle storie di Vanina: «Pane con la meusa le ci voleva, per recuperare il suo equilibrio. Versione completa, per giunta. Cunzato. Altro che un Cuba Libre».
E poi: «Caponatina, peperoni a ghiotta, cucuzza a minestrina, pasta alla Norma». Di diete non se ne parla. Eh sì, il detective anoressico non potrebbe proprio funzionare…

Nessun commento:

Posta un commento