"Un bel libro, Marcus, non si valuta solo per le sue ultime parole, bensì sull'effetto cumulativo di tutte le parole che le hanno precedute. All'incirca mezzo secondo dopo aver finito il tuo libro, dopo averne letto l'ultima parola, il lettore deve sentirsi pervaso da un'emozione potente; per un istante, deve pensare soltanto a tutte le cose che ha appena letto, riguardare la copertina e sorridere con una punta di tristezza, perché sente che quei personaggi gli mancheranno. Un bel libro, Marcus, è un libro che dispiace aver finito".
[Joël Dicker in "La verità sul caso Harry Quebert"]

mercoledì 5 agosto 2026

"Yesteryear": perché tutti parlano di un libro che non è ancora uscito


Yesteryear: perché tutti parlano di un libro che non è ancora uscito
Prima ancora di arrivare nelle librerie del nostro Paese, il romanzo più chiacchierato dell'anno è già un caso editoriale e culturale: una storia di tradwives, nostalgia e identità femminile

👉 fonte: D - la Repubblica

Non capita spesso, ma alcune storie hanno il potere di diventare un caso ancora prima di essere raccontate. Yesteryear, il romanzo d'esordio di Caro Claire Burke, appartiene a questa rara categoria: negli Stati Uniti se ne parlava mesi prima dell'uscita in libreria, mentre in Italia, ancora prima che fosse disponibile in traduzione, era già finito nelle newsletter editoriali, nei video di BookTok e nelle discussioni online. Con somma gioia dei lettori e delle lettrici, la casa editrice Neri Pozza ha annunciato la pubblicazione per l'inizio del 2027, salvo poi anticiparla a novembre 2026, cavalcando l'entusiasmo generale. Nel frattempo, Anne Hathaway ne ha acquistato i diritti, diventando protagonista e produttrice di quello che sarà il riadattamento cinematografico, e sui social già circolano immagini generate con l'intelligenza artificiale che la ritraggono nei panni della protagonista di questa storia. Il suo immaginario è già ovunque, grazie a una trama potente e alla sua perfetta sincronizzazione con alcune delle tematiche contemporanee più calde.
Pubblicato negli Stati Uniti lo scorso aprile, il romanzo è diventato rapidamente un fenomeno editoriale. È stato scelto dal Good Morning America Book Club, l'autrice, pur essendo alla sua opera prima, è stata ospite del Late Night with Seth Meyers, è rimasto per settimane nella classifica dei bestseller del New York Times, ha raggiunto il primo posto nella classifica BookTok ed è diventato uno dei titoli più discussi nei gruppi di lettura e sui social. Come mai? Le recensioni insistono tutte su un punto: Yesteryear usa il thriller, la commedia nera e il viaggio nel tempo per parlare di questioni profondamente attuali.
Senza troppi spoiler, quello che sappiamo di Yesteryear è che la protagonista, Natalie Mills, è una delle più celebri influencer tradwife americane. Milioni di follower la osservano mentre impasta, cresce i figli, cucina tutto from scratch, vive in una idilliaca fattoria accanto ad un amorevole marito cowboy. Un'esistenza quasi fuori dal tempo, architettata alla perfezione per essere raccontata sui social grazie ad uno stuolo di collaboratori, tate, assistenti, e un attento lavoro di regia, illuminazione e montaggio. Un giorno accade qualcosa di inspiegabile: Natalie si risveglia davvero nel 1855, e scopre che essere una donna nel contesto rurale di quasi due secoli fa non ha nulla a che vedere con la fantasia che vende online. Scopre suo malgrado che quello che spaccia come idillio è in realtà una vita di fatiche, privazioni, subordinazione e sopravvivenza. Un incubo a cui la protagonista deve trovare un modo di fuggire.
Yesteryear è arrivato nel momento in cui il dibattito sui ruoli di genere e sul mito del ritorno ai "valori tradizionali" è più acceso che mai. E se c'è un fenomeno che sui social ha saputo trasformare questa discussione in aesthetic è proprio quello delle tradwives. Sono donne che raccontano una vita dedicata alla casa, ai figli, al marito, spesso intrecciando valori religiosi conservatori e un'estetica impeccabile. Per alcuni rappresentano un'alternativa al modello della donna contemporanea, costretta ad essere sempre produttiva e performante; per altri sono la versione patinata di un progetto culturale regressivo.
A renderle così controverse non è soltanto il modello di femminilità che propongono, ma anche il fatto che quella "spontaneità" è una costruzione accuratamente progettata. Dietro ai video di pane appena sfornato e i vestiti in lino si nasconde un intenso lavoro di produzione, contratti pubblicitari, strategie di marketing e ore e ore di montaggio. Altro che "come una volta": la semplicità per le tradwives è un prodotto, e un prodotto che genera molti introiti, almeno a giudicare dal successo di creator celebri come Nara Smith o di Hannah Neeleman, fondatrice di Ballerina Farm (il cui fatturato annuo si stima intorno ai 70 milioni di dollari).
Negli ultimi anni la nostalgia per il passato è diventata un terreno di battaglia culturale dentro un ecosistema che comprende la manosfera, i movimenti redpill, una parte della destra conservatrice, ambienti complottisti e tutti quei gruppi che guardano con sospetto ai cambiamenti degli ultimi decenni, dall'emancipazione femminile ai diritti civili, fino alla fiducia nella scienza e nelle istituzioni. In questo racconto la modernità avrebbe distrutto la famiglia, confuso i ruoli di genere, allontanato uomini e donne dalla loro presunta natura, per cui la risposta più adeguata sarebbe tornare indietro.
Le tradwives rappresentano il volto più instagrammabile di questa nostalgia. Non condividono necessariamente il linguaggio degli incel o della manosfera, ma finiscono per alimentare lo stesso immaginario ordinato e binario, nel quale uomini e donne hanno ruoli definiti e la felicità coincide con l'accettazione del proprio posto nel mondo. È proprio questo immaginario che Yesteryear mette alla prova: vi piace tanto il passato? Provate a viverci davvero.
Sono in molti a definirlo "geniale", il libro dell'anno, il romanzo che tutti devono leggere. C'è invece chi accusa Burke di aver tratteggiato una donna cristiana troppo piatta e stereotipata, e chi sostiene che un'idea narrativa brillante finisca per disperdersi nello sviluppo della trama. Le recensioni, insomma, non sono unanimi. Tuttavia, come accadde con Il racconto dell'ancella di Margaret Atwood, il dibattito va oltre i meriti letterari del romanzo, perché a infiammare lettori e lettrici è soprattutto il suo nucleo tematico: i diritti delle donne, i ruoli di genere, il rapporto tra emancipazione e tradizione. Yesteryear non è un romanzo contro la nostalgia in sé, ma contro la nostalgia che diventa ideologia.
Burke prende quell'idea idealizzata del passato e la porta fino alle sue estreme conseguenze. Ma, in fondo, non sono le tradwives il suo bersaglio: è l'idea, sempre più diffusa, che basti guardare indietro per trovare risposte semplici a problemi complessi.
C'è, infine, un altro tema importante di cui Yesteryear si fa veicolo. Il romanzo riflette sul modo in cui costruiamo il presente, tra realtà manipolate, identità progettate e immagini studiate al millimetro. Burke intercetta una delle ossessioni più profonde del nostro tempo, ovvero il desiderio di apparire autentici e, allo stesso tempo, perfetti, impeccabili. E si chiede che cosa resti quando la messinscena finisce. Anche senza averlo ancora letto si intuisce dunque perché Yesteryear sia diventato un caso: al di là del suo valore letterario, il romanzo ha toccato diversi nervi scoperti del nostro tempo.

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