Leggere libri diventa cool. Elogio della lentezza nel tempo della brevità
Leggere richiede più fatica di quello cui siamo abituati. Eppure il romanzo è vivo e ha trovato nuovi spazi proprio sui social, e in particolare su Tiktok
👉 fonte: la Repubblica
Ho cominciato a leggere, a leggere seriamente, a sedici anni; in ritardo rispetto a tanti scrittori e scrittrici. E da allora non ho mai smesso. Intendo che da allora finito un libro ne ho sempre, subito cominciato un altro. I giorni più complicati, in cui ho avuto più da fare, ci sono stati e in quelli non ho letto, o, magari, ho letto meno. Però da allora l'ho sempre fatto: i libri si sono sempre succeduti gli uni agli altri e nella lettura mi sono sempre calato del tutto, nella maniera più assoluta, lasciandomi assorbire, inghiottire dalle pagine.
Se leggo, io nel mondo non ci sono, esisto da un'altra parte, in un luogo lontano: ho saltato fermate del tram e della metro perché stavo leggendo, sono arrivato in ritardo a un mucchio di appuntamenti, ho perso chiamate, scordato di dover fare quello o quell'altro.
Per anni leggere è stato andarmene.
In questo periodo, però, in realtà già da qualche anno (ma la situazione va peggiorando), mi accade una cosa. Leggendo sento l'impulso di controllare il cellulare. Non perché il libro non funzioni: sono io che fatico a restare. Una sensazione diffusa, quasi fisica: l'attenzione è un muscolo indebolito. Fortuna vuole che siano tanti i lettori miei amici che mi hanno detto di trovarsi in una situazione simile; ad alcuni succede pure guardando un film, o chiacchierando con altre persone. Per cui mi sento meno solo. In questo contesto, leggere non è più un'abitudine neutra. È una scelta.
Ed è anche una scelta difficile perché, in effetti, la battaglia per riavere la nostra attenzione è con algoritmi fatti per tenerci appiccicati agli schermi.
Viviamo dentro un ecosistema che premia la velocità. I contenuti sono brevi, frammentati, fagocitanti, e le piattaforme competono tra loro per pochi istanti del nostro tempo. In mezzo a questo flusso, rapidissimo, il libro appare anacronistico: vuole continuità, silenzio, solitudine, una sorta di disponibilità mentale che non è più scontata. Non stupisce che le statistiche sulla lettura di piacere mostrino un calo costante negli ultimi anni.
Leggere, semplicemente, chiede più fatica di quello cui siamo abituati.
Eppure il libro non è scomparso. Il romanzo è vivo. E ha trovato nuovi spazi proprio nelle piattaforme che lo minacciavano. Su TikTok, il fenomeno BookTok ha tramutato la raccomandazione letteraria in linguaggio popolare: video brevi ed emotivi (spesso i lettori, che hanno tredici, quindici, diciassette anni, piangono davanti alla videocamera) che hanno portato in classifica libri su libri, spesso usciti parecchi anni prima, e lanciato casi letterari. Certi generi (tra tutti il romance) devono molto a questa dinamica.
Il paradosso è: il sistema della brevità alimenta il desiderio di lentezza.
Non è marketing, ma identità. Mostrare un libro, leggerlo in pubblico, (sui mezzi o sui social) fotografarlo, discuterne, è diventato un modo per dire qualcosa di sé. In un mondo in cui tutto scorre veloce, il libro segnala lentezza. Segnala profondità. È una forma di distinzione discreta: non nel senso elitario, ma di differenziazione. Io mi sottraggo.
Ci sono rituali nuovi che rendono esplicita questa presa di posizione. I silent reading party: i lettori si ritrovano in uno spazio comune per leggere, in silenzio. Non si parla, non si commenta, si sta lì. Leggere insieme per poter farlo da soli. È un gesto semplice, ma racconta qualcosa: abbiamo bisogno di strutture collettive così da difendere un'attività che un tempo era naturale. C'è un'ambivalenza, però. Quando la lettura diventa contenuto (la pila di libri sul comodino, o il book haul) rischia di trasformarsi in performance. Non leggere per star dentro un libro ma per poter dire che lo stiamo facendo; non una colpa individuale, è dinamica culturale: in un sistema che rende visibile ogni gesto, anche la concentrazione diventa esibibile.
A ogni modo, leggere parrebbe essere (quasi) diventato cool.
Finalmente. Eccoci, è il nostro momento.
Tanto che pochi giorni fa sul Times scrivevano che l'intellettuale, anzi meglio il simil intellettuale, quello che vuole sembrar tale, è di moda. Leggere ed essere un topo di biblioteca è il nuovo sexy?

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