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"Un bel libro, Marcus, non si valuta solo per le sue ultime parole, bensì sull'effetto cumulativo di tutte le parole che le hanno precedute. All'incirca mezzo secondo dopo aver finito il tuo libro, dopo averne letto l'ultima parola, il lettore deve sentirsi pervaso da un'emozione potente; per un istante, deve pensare soltanto a tutte le cose che ha appena letto, riguardare la copertina e sorridere con una punta di tristezza, perché sente che quei personaggi gli mancheranno. Un bel libro, Marcus, è un libro che dispiace aver finito". [Joël Dicker in "La verità sul caso Harry Quebert"]

martedì 3 marzo 2026

Accidia, malinconia, oblomovismo e altri mali letterari


Accidia, malinconia, oblomovismo e altri mali letterari
Forse nessun'altra letteratura, come quella russa, ha avuto una speciale sensibilità per l'abbrutimento e il torpore esistenziale dei propri protagonisti. A rendere davvero interessante questo innato sguardo clinico, però, è il modo con cui gli scrittori si confrontano in maniera sempre ambivalente - mai prevedibile - con le insanabili tare di questi "eroi"

👉 fonte: Lucy sulla Cultura

Nel 1859 esce Oblomov, il capolavoro di Ivan Gončarov che dà il nome alla sindrome tipicamente russa dell'oblomovismo (oblomovščina), una specie di pigrizia metafisica che impedisce di agire e di prendere decisioni. A chiunque conosca anche solo di fama il romanzo è noto che Oblomov non si alza dal letto per le prime centocinquanta pagine del testo, e nel frattempo, restando coricato, battibecca col servo Zachar e riceve la visita di una serie di personaggi che costituiscono una galleria della vita attiva pietroburghese e al contempo la gamma delle possibilità di azione cui lo stesso Oblomov ha rinunciato: passano un tipo mondano, un impiegato, un buono a nulla, uno scrittore. Oblomov è arrivato in città ormai da dodici anni dalla remota tenuta familiare di Oblomovka, nei pressi del Volga, in cui ha trascorso un'infanzia da piccolo idolo domestico, circondato di mollezze, di cure e di attenzioni morbose circa la sua salute. Con il padre, la madre, innumerevoli vecchiette e l'immancabile njanja che ha provveduto a riempirgli la testa di storie e leggende popolari. Poi ha studiato, ha conosciuto Štolc, un suo coetaneo tedesco e positivo, ha fatto persino l'università e si è convinto di potersi rendere utile alla patria grazie a una vita onesta e laboriosa. Ma arrivato a Pietroburgo tutto si è spento a poco a poco, la realtà delle cose si è mostrata troppo dura e sgradevole e Oblomov si è ritirato progressivamente: ha lasciato l'impiego, ha smesso di leggere, di andare a teatro, e passa appunto le giornate a contorcersi nel letto senza riuscire ad decidere di alzarsi.
È a questo punto che il lettore lo incontra e, preso atto delle premesse, segue l'azione romanzesca che disegna una curva perfettamente circolare. Oblomov si accende per un attimo (si innamora di Olga, una ragazza deliziosa che potrebbe salvarlo dalle sue inclinazioni degradanti) ma per mille ragioni non riesce a concludere nulla. Per sposarla dovrebbe rendersi degno della vita elevata che la ragazza rappresenta ma ciò non è possibile, è una cosa che in pratica non si può fare per quanto appaia realizzabile in teoria. Olga finisce per accorgersi che Oblomov è irrecuperabile e non può che lasciarlo, fra lacrime di rimpianto e disillusione. Qualche capitolo più avanti sposerà invece Štolc, il tedesco positivo, che è la sua vera anima gemella. Mentre Oblomov riprecipita nel suo oblomovismo: sposa una donna comune, la sua padrona di casa, che lo venera come un idolo e lo accudisce come un bambino, e vive come gli viene, vive e basta, poi muore di un colpo apoplettico dato dal regime sedentario e dall'alimentazione troppo grassa.
In Russia l'uscita del romanzo suscitò come al solito, in un sistema ipersensibile ai risvolti politici e morali delle creazioni letterarie, un acceso dibattito sul tipo del protagonista. Nelle stesse intenzioni di Gončarov il romanzo era un atto di denuncia del parassitismo e dell'inerzia di una parte dell'aristocrazia russa, quella parte che restava attaccata alla vita feudale e all'immobilismo "asiatico" della società tradizionale, in cui va detto che era ancora in vigore la servitù della gleba (sarebbe stata abolita poco dopo, nel 1861). Oblomov inoltre era pensato come un tipo "del suo tempo", cioè di quel tempo di passaggio in cui l'onda della modernità industriale, produttivistica e borghese stava arrivando anche in Russia e si apprestava a spazzare via il vecchio mondo. «Addio vecchia Oblomovka - dice Štolc alla fine con un pizzico di malinconia -, il tuo tempo è finito». E così la pensava Gončarov, che aveva in mente un moderato progresso e un graduale allineamento della civiltà russa a quella europea, senza scosse rivoluzionarie e senza troppo risentimento verso le classi alte. Al tempo stesso, però, aveva messo al mondo un personaggio che andava oltre le sue intenzioni.
Da sinistra, la critica radicale interpretò l'oblomovismo come un tratto nazionale, naturalmente deteriore, una cattiva tendenza dello spirito russo a dissiparsi, separare le idee dalla realtà, perdersi in un rimuginio senza costrutto.
Nikolaj Dobroljubov, esponente di punta della critica sociale, scrisse una recensione intitolata Che cosa è l'oblomovismo in cui cercava gli antenati di Oblomov nei cosiddetti "uomini superflui" di Puškin, Lermontov, Turgenev, e concludeva che tutti, retrospettivamente, risultavano affetti dall'oblomovismo. Quindi una malattia congenita dell'uomo russo, che non solo non era affatto debellata come pensava Gončarov, ma continuava a spandere i suoi effetti, ostacolando il progresso e l'emancipazione del popolo. In questi termini viene discussa la figura di Oblomov nel periodo successivo, fino alla fine del secolo e oltre. In sostanza diventa una colpa di ordine sociale di cui qualunque russo, in specie se intellettuale, sente in sé la presenza allo stato latente, e che insieme ad altre affezioni dello stesso ordine, per esempio l'individualismo, la corruzione endemica, l'inefficienza ecc. impedisce alla Russia di gettarsi "in avanti" secondo la famosa esortazione di Gogol’ nel capitolo finale delle Anime morte. Un senso di vergogna misto all'indignazione si accompagna alla coscienza di questa sorta di tare all'apparenza insanabili, che producono l'eterno spettacolo dello squallore russo: le strade fangose, gli edifici scrostati, quella micidiale ristrettezza di pensiero e assenza di prospettive in cui sembrano vegetare le città di provincia. 
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