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"Un bel libro, Marcus, non si valuta solo per le sue ultime parole, bensì sull'effetto cumulativo di tutte le parole che le hanno precedute. All'incirca mezzo secondo dopo aver finito il tuo libro, dopo averne letto l'ultima parola, il lettore deve sentirsi pervaso da un'emozione potente; per un istante, deve pensare soltanto a tutte le cose che ha appena letto, riguardare la copertina e sorridere con una punta di tristezza, perché sente che quei personaggi gli mancheranno. Un bel libro, Marcus, è un libro che dispiace aver finito". [Joël Dicker in "La verità sul caso Harry Quebert"]

domenica 21 giugno 2026

Perché riscoprire "Domenica" di Georges Simenon, opera sulla crudeltà silenziosa della vita domestica


Perché riscoprire Domenica di Georges Simenon, opera sulla crudeltà silenziosa della vita domestica

👉 fonte: Libreriamo

Conosciuto dal grande pubblico soprattutto per essere il padre del celeberrimo commissario Maigret, lo scrittore belga Georges Simenon possiede in realtà una produzione parallela altrettanto monumentale: i suoi celebri romans durs, i "romanzi duri". Ed è proprio in questa preziosa costellazione che si inserisce Domenica (Dimanche), pubblicato per la prima volta da Adelphi nella splendida traduzione di Daniela Salomoni.
In questa storia, che si consuma sotto il sole apparentemente abbagliante e pacifico della Provenza, Simenon ci prende per mano e ci trascina, stanza dopo stanza, silenzio dopo silenzio, all'interno del retrobottega dell'animo umano. Un'opera che rappresenta una vera e propria radiografia clinica e poetica delle nostre solitudini e delle gabbie invisibili che ci costruiamo da soli.
Fin dalle primissime righe del romanzo, le stesse che aprono questo viaggio, veniamo catapultati in un'atmosfera sospesa, quasi ipnotica. Émile, il protagonista, si sveglia senza bisogno di sveglia. Accanto a lui, nel grande letto di noce, c'è la moglie. Una presenza immobile, muta, la cui apparente passività nasconde in realtà una precisa e logorante "strategia". Sopra di loro, nella mansarda, si sveglia invece Ada, la domestica: una giovane donna descrittiva, dall'odore "selvatico e speziato", con cui Émile ha intrecciato una relazione viscerale e ferina.
Émile lavora nell'albergo-ristorante di proprietà della famiglia della moglie, una donna che ha preteso il controllo totale della sua vita, persino rifiutando l'accordo prematrimoniale pur di legarlo a doppio filo a sé e al proprio patrimonio. In questo triangolo claustrofobico, fatto di sguardi non detti, di routine esasperanti e di rancori che covano sotto la cenere, Émile matura un piano. Una risoluzione lucida e glaciale. Una domenica mattina, mentre il sole filtra dalle persiane, il lettore avverte che il punto di non ritorno è stato superato. Eppure, come scrive Simenon, Émile «non aveva paura. Non aveva nemmeno voglia di tornare sui suoi passi. Non era né impaziente né agitato».
Leggere Domenica significa fare i conti con alcune delle verità più scomode sulla natura umana. Il primo grande insegnamento di Simenon riguarda la natura del conflitto. Siamo abituati a pensare alla violenza e alla crudeltà come a esplosioni improvvise, urlate, teatrali. Simenon ci insegna il contrario: la crudeltà più feroce è quella silenziosa, che si annida tra le pieghe della rispettabilità domestica. È la violenza psicologica del controllo, del non-detto, dell'indifferenza usata come arma strategica.
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