Gran galà con delitto di Simone Tempia
Ricorrono anche in questo giallo british style alla Agatha Christie i dialoghi con il maggiordomo immaginario Lloyd, protagonista dal 2014 dei libri dello scrittore lombardo e di una seguita pagina Facebook
👉 fonte: Studenti.it
È gradito l'abito scuro. Un appuntamento indubbiamente prestigioso, la cena elegante organizzata dalla contessa Franca Mazzucco, nella dimora estiva in Toscana, il 19 novembre 1964. Stona il tono perentorio dell'invito, tuttavia è nel carattere della nobildonna, anche duchessa di Montefalco. È fatta così, tanto a modo suo, proprio come l'autore che l'ha creata, nel romanzo Gran galà con delitto (Garzanti, aprile 2026). Pensate che Simone Tempia sostiene di vivere con un maggiordomo immaginario e di "trovarsi molto bene". Aggiunge anche che i suoi baffi démodé, a punte allungate, noti a chi lo intercetta sui canali televisivi, "sono un valzer, una sfida… antenne per i segnali interstellari".
Nato a Borgosesia nel 1983, risiede a Bergamo, è un giornalista e autore che scrive da quand'era quattordicenne ed è tutto quello che desidera fare nella vita. Ha collaborato con Vogue, Wired, GQ, Missoni, con l'attore Marco Paolini, il disegnatore Bruno Bozzetto e i fumetti di Topolino. Si considera di professione copywriter, "ma può capitare di vederlo in TV come esperto di parole". Nel 2014 ha lanciato una pagina Facebook, Vita con Lloyd, interessando presto oltre centomila lettori e trasferendo domestico e burattini nei suoi libri. Ben cinque romanzi hanno per protagonisti Lloyd e Sir. Il secondo è il padrone di casa (alter ego dell'autore), il primo un maggiordomo immaginario, saggio e rassicurante, che interagisce col datore di lavoro e allo stesso tempo suo psico-paziente di fatto, regalandogli brevi ragionamenti filosofici, sagge considerazioni, consigli istantanei su come affrontare la varia quotidianità.
Retti dalla sempre pronta assennatezza di Lloyd e surreali ma non troppo (intelligenti e più centrati di quanto possano sembrare a prima lettura), i dialoghi ricorrono anche in questo romanzo, fluidamente e classicamente giallo, british style. Non a vanvera, una collega nel genere di Tempia, Alice Basso, ha accostato le atmosfere narrative di Simone a quelle di Agatha Christie. Lo leggiamo sulla fascetta, gialla manco a dirlo, che asseconda il lancio del romanzo, presentando "un autore da 250mila copie: siete tutti inviati, ma attenzione, tra gli ospiti si nasconde un assassino".
Scavando su Facebook, risulta che il nostro bergamasco ha impiegato otto anni per trasformare in un libro in brossura l'idea balenata una sera. A lungo non si è sentito abbastanza pronto, capace.
In compenso, è soddisfatto del risultato: "Accoglietelo con serenità, è un mondo in cui vi troverete bene".
Ma torniamo alla cena dalla Mazzucco, dama dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Anticipa nell'invito che sarà un incontro tra persone vicine alla famiglia, oltre all'occasione per renderle partecipi di un fatto che di certo non mancherà di suscitare la loro attenzione. Ogni ospite potrà farsi accompagnare da un componente della servitù o da altra figura di servizio (classismo smaccato, non sembra?). La contessa sarà lieta di dare ospitalità presso la villa e offrire la prima colazione il giorno successivo.
Un distico dell'autore introduce il romanzo: Quattro inviti. Otto partecipanti. Uno è immaginario. Un altro è un assassino.
I partecipanti? Un editore in bolletta, il commendatore Savoldi, con giovane e scaltra segretaria al seguito. L'uomo non fa che rivolgere espressioni quasi irripetibili all'indirizzo della contessa, ma Imma lo induce ad ingoiare il malanimo e accettare l'invito, chissà che non si possa ricavare qualcosa di concreto dalla serata. Anche il principe Augusto Alighiero Savino (quattro lune nel blasone, fisico asciutto, capelli corti biondicci) avrebbe ignorato il cartoncino della madrina, convinto che più che qualcosa da dire la duchessa abbia molto da minacciare. E questo in aggiunta alla minaccia paterna di diseredare il figliolo tutt'altro che prodigo, che pende come una spada di Damocle. A miti consigli lo induce al solito l'assistente "molto affezionato" e sua buona coscienza: Marco, nato Marco e nient'altro che Marco, alto, postura perfetta, spalle e torace allineati, abile e arruolabile, gambe dritte, mascella leggermente squadrata. Niente occhi, solo sguardo. Lei e lei sono Violetta Mazzucco, caschetto biondo, e la psicologa Irina. La paziente si sottrarrebbe all'appuntamento indesiderato, in quella casa della zia ci si è sempre trovata male, tanto nel soggiornarvi che al ritorno. Ogni volta il padre e la sorella litigavano di brutto, per via del caratteraccio della contessa ("è maligna, non fa mai nulla per cortesia"). Però, tornare in quella villa ora potrebbe rivelarsi terapeutico.
Il giornalista Martinet non sa spiegarsi affatto il perché dell'invito nella dimora della ricchissima e pessima nobile nel Mugello. Cosa avrà mai a che fare con quella gente è un quesito senza risposta. Ma la saggezza del maggiordomo immaginario con cui si accompagna continuamente lo rimette in carreggiata. Nessuno sa che volto abbia Lloyd, nemmeno il suo accudito interlocutore. Chi è poi quel giovane sfigurato, il volto ridotto a una cicatrice orrenda, dopo l'incidente che ha distrutto la sua famiglia? E il guardaspalle che lo accompagna?
Come nella splendida villa di Nigger Island del romanzo Dieci piccoli indiani di Agatha Christie, il giallo si profila subito, pressoché esangue, in una ridda di situazioni e capovolgimenti di prospettiva.


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