"Un bel libro, Marcus, non si valuta solo per le sue ultime parole, bensì sull'effetto cumulativo di tutte le parole che le hanno precedute. All'incirca mezzo secondo dopo aver finito il tuo libro, dopo averne letto l'ultima parola, il lettore deve sentirsi pervaso da un'emozione potente; per un istante, deve pensare soltanto a tutte le cose che ha appena letto, riguardare la copertina e sorridere con una punta di tristezza, perché sente che quei personaggi gli mancheranno. Un bel libro, Marcus, è un libro che dispiace aver finito".
[Joël Dicker in "La verità sul caso Harry Quebert"]

giovedì 13 agosto 2026

La grande menzogna nascosta dietro il noir


La grande menzogna nascosta dietro il noir
Detective insofferenti alle gerarchie e alle regole che però risolvono sempre i loro casi mettendo ordine al caos. Ma è un ordine fittizio e al servizio del sistema

👉 fonte: la Repubblica

Ogni mattina, prima di entrare in ufficio, un vicequestore della narrativa poliziesca italiana si concede quella che lui stesso chiama la sua "preghiera laica": una canna, fumata con la stessa cura liturgica con cui un tempo si recitava un rosario. Impreca, disprezza i superiori, tratta le procedure come un fastidio. È, con ogni evidenza, il più antisistema dei poliziotti italiani. Però è l'esatto contrario, perché nessuno, tra i tutori dell'ordine di carta, chiude i casi con più efficienza di lui. Non è un'eccezione, è la regola del genere applicata con particolare arguzia. Un altro commissario, di altri paraggi e d'umore ancor più cupo, odia le gerarchie, disprezza le scartoffie, litiga con chi gli sta sopra. Ma ammette di far parte della piramide esattamente come chi la difende senza fingere di odiarla. Un terzo caso: l'avvocato che dubita della giustizia a ogni pagina, con l'aria dimessa e scettica marchio di un intero filone italiano, e che però quella stessa giustizia la esercita, con successo, in ogni aula in cui mette piede.
Il meccanismo è sempre uguale. Questi personaggi vendono al lettore la trasgressione come merce pregiata, in un contesto in cui l'aderenza alle regole è vista come ingenuità o peggio. Ma la funzione narrativa che svolgono è l'esatto opposto: sono i più efficaci restauratori d'ordine in circolazione, camuffati da ribelli. Il lettore, accettando quel travestimento, si sente scaltro, disincantato, dalla parte del bastian contrario. E intanto si allena a credere che il caos abbia sempre una soluzione, un nome, un volto da ammanettare nell'ultimo capitolo.
Non è una coincidenza che due o tre tra le firme di maggior peso del giallo italiano contemporaneo vengano dalle file della magistratura o della polizia. Il dato è curioso, ma il punto non è chi scrive il libro, è quale patto stringe col lettore ancor prima che apra la prima pagina: caos iniziale, metodo, colpevole isolato, ordine restaurato. Un rito che si ripete identico da un secolo, a prescindere da chi lo confeziona, e proprio per questo più interessante come fenomeno collettivo che come biografia individuale.
Non tutto il genere si è prestato docilmente al rito. Esiste una tradizione italiana, minoritaria ma non marginale, che il giallo lo ha attraversato solo per smontarlo: un romanzo che comincia come inchiesta di mafia e finisce per mostrare che il potere vero resta fuori dalla portata del magistrato; un romanzo tra i più alti del Novecento italiano che rifiuta di chiudere il caso, lasciando il colpevole a piede libero. Eccezioni illustri che confermano, più che smentire, quanto sia raro un giallo che non restauri nulla.
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