Il libro in cui Philip Roth affronta Philip Roth
L'autore sfida il suo doppio in un romanzo, un po' autofiction, un po' thriller e anche spy-story
👉 fonte: Esquire
C’è un aspetto che si sottolinea poco quando si scrive dei romanzi (o si commentano in incontri pubblici) di Philip Roth: sono divertenti. Sì, Roth, fa ridere, anche nelle situazioni più drammatiche, controverse. Anche laddove si dovrebbe piangere, perfino nel punto in cui il dolore è più evidente, ogni tanto sorridiamo, e i motivi sono diversi. Intanto pensiamo allo sguardo. Il modo in cui Roth osserva i suoi personaggi, li disegna, li segue e, prima ancora, li immagina, tiene sempre presente il ridicolo, che continuamente ci attraversa. Per Roth la tragedia esiste solo in una sottocartella della commedia, la grande commedia umana densa di miseria che attraversiamo.
L'orrore spesso viene da qualcosa che risulta stupido, ridicolo se lo osserviamo da un diverso punto di vista. E pensiamo ai fatti, alle numerose storie che l'autore americano ha scritto, che si tratti di religione, di sesso, di razzismo, di complotti, di guerre, di amori che cominciano o che finiscono, di tradimenti, di sport, di famiglia, Roth inquadra sempre un punto in cui ci rendiamo conto del comico, del grottesco, ovvero dell'anticamera o della conseguenza dell'assurdo. Uno dei romanzi, in questo senso, tra i più divertenti di Philip Roth è Operazione Shylock, uscito per Adelphi con la nuova, bellissima, traduzione di Ottavio Fatica, e con una prefazione di Emmanuel Carrère.
In questo romanzo uscito nel 1993, Roth parla di Philip Roth e poi del suo doppio, un altro Roth che si aggira tra le pagine. Ciò che accade in sintesi.
Philip Roth, in Operazione Shylock, si scatena in una delle più formidabili performance narrative, tra le sue, inserire un altro Roth, come l'opposto, come il suo avversario per poter dire, fare, scrivere tutto ciò che gli pare. Benissimo. Solo il nomignolo Moishe Pipik distingue il suo opposto da sé. Il tema del doppio qui viene usato con un talento che non ha quasi eguali, l'unica prova di pari livello, altrettanto ironica, forse un tantino superiore, è L'uomo duplicato (Feltrinelli) di José Saramago. Roth si cattura, si morde, si disfa, si prende in giro, ma nel farlo costruisce un libro che è molte cose. Romanzo, autofiction, thriller, spy story, itinerario processuale, questioni religiose tra le più complesse. Solo Roth poteva mettere insieme il Mossad, il processo al mostro di Treblinka, il recupero dopo un crollo psichico da Halcion, l'incontro-scontro con ebrei e palestinesi in una Gerusalemme controllata dall'esercito israeliano, il faccia a faccia terribile con il suo doppio: un mitomane che si propone di salvare gli ebrei ashkenaziti da un probabile prossimo sterminio; promuovendo nei fatti una nuova diaspora, un incredibile controesodo verso i paesi europei, come a ristabilire un ordine e un certo tipo di vita.
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