"Un bel libro, Marcus, non si valuta solo per le sue ultime parole, bensì sull'effetto cumulativo di tutte le parole che le hanno precedute. All'incirca mezzo secondo dopo aver finito il tuo libro, dopo averne letto l'ultima parola, il lettore deve sentirsi pervaso da un'emozione potente; per un istante, deve pensare soltanto a tutte le cose che ha appena letto, riguardare la copertina e sorridere con una punta di tristezza, perché sente che quei personaggi gli mancheranno. Un bel libro, Marcus, è un libro che dispiace aver finito".
[Joël Dicker in "La verità sul caso Harry Quebert"]

mercoledì 23 settembre 2026

L'ironia del nuovo Maigret (Denis Podalydès), un eroe che sfida la modernità


L'ironia del nuovo Maigret (Denis Podalydès), un eroe che sfida la modernità
Il commissario creato da Simenon in una storia ambientata ai giorni nostri


Quanti sono i Maigret che conosciamo? Jean Gabin, Gino Cervi, Michel Simon, Gérard Depardieu sono i primi che tornano alla mente. Beh, da oggi bisogna aggiungere anche Denis Podalydès, e non in una posizione secondaria. La sua interpretazione del commissario parigino in Maigret, l'amore e la morte è di quelle che non si dimenticano, anche perché è ambientato ai giorni nostri.
Georges Simenon scrisse il delizioso Maigret e i vecchi signori nel 1960 (Adelphi) ambientandolo in quell'epoca senza tempo in cui si muoveva il suo personaggio più famoso, con un occhio rivolto «al suo lontano passato, agli anni vissuti all'ombra di un castello in cui suo padre era l'intendente» e dove i nobili proprietari «gli erano apparsi esseri di un'essenza sublime». 
Questa volta deve indagare sulla morte di un anziano diplomatico, ma lo «strano» amore che ha legato per cinquant'anni il morto, Armand Berthier-Lagès, alla principessa Isabelle de Vuynes (Dominique Reymond) evidentemente gli fa riaffiorare quei vecchi ricordi. Che Pascal Bonitzer, regista e sceneggiatore del film, apparentemente elimina (nessun riferimento al passato di Maigret) ma che poi lascia intuire nell'atteggiamento guardingo e diffidente con cui raccoglie testimonianze e indizi.
Anche se ambienta il film oggi, con le pressioni del Potere che vorrebbe la minor pubblicità possibile per la strana morte di quell'apprezzato diplomatico, Bonitzer si diverte a sottolineare l'incongruenza o meglio la resistenza del suo eroe alle tentazioni della modernità: «No, non ho ancora un cellulare - dice al procuratore -. Ha i suoi inconvenienti ma anche i suoi vantaggi». E subito aggiunge «E neppure guido», come per offrire il quadro completo della sua alterità. Perché Maigret non è incasellabile in nessuna categoria: è un poliziotto ma è diverso da tutti i poliziotti, è un investigatore ma non gli attribuiresti nessun metodo d'indagine riconoscibile. È fondamentalmente un profondo conoscitore dell'animo umano, un indagatore dei segreti più nascosti: «Maigret non si considera un superuomo, non si crede infallibile. Anzi, comincia sempre le sue inchieste, anche le più semplici con una certa umiltà
Si sforzava pazientemente di capire, ben sapendo che i veri moventi vanno ricercati in motivazioni profonde».
Raccontando i gialli si rischia sempre di svelare qualche indizio. Diciamo allora che il confronto più duro è con Jacqueline Larrieu, detta Jocotte (Anne Alvaro), l'impenetrabile domestica dell'ambasciatore con cui Maigret inizierà un «assedio» fatto di allusioni, di accenni, di piccoli affondi, di finte ritirate e soprattutto di tanta ironia. E con lei farà i conti anche con quel mondo di nobili più o meno altezzosi che sembrano sempre sul punto di rivelare qualcosa e poi si fermano sul più bello. Senza per altro farsi ingannare, perché «diffidava delle apparenze, dei giudizi sbrigativi».
E proprio l'ironia, non così presente nelle interpretazioni pur ottime del passato, è forse la caratteristica più significativa di questo Maigret versione Bonitzer, oltre a un finale che regala quale dubbio in più del romanzo: questo Maigret sa ridere, naturalmente alla sua maniera, senza essere mai scomposto e tanto meno sguaiato. Perché è un Maigret che sa prendere le distanze dal mondo (il dialogo con il suo superiore a proposito delle forme che i nobili vogliono salvare) ma che conosce talmente bene come vanno le cose da non potersi esimere da qualche battuta, da qualche punzecchiatura.
A tenere insieme tutto, oltre a una scrittura praticamente perfetta, è anche una regia «invisibile» (e per questo ancora più grande) che si prende il tempo di osservare il suo protagonista camminare da solo per strada, mettere e togliere il cappello, pulire il fornelletto della pipa, appoggiarsi con delicatezza alla presenza di sua moglie (Irène Jacob, quasi una presenza kieślowskiana), che concede al suo ispettore il tempo dei dubbi e delle esitazioni, ma proprio per questo lo stampa per sempre nella nostra memoria.

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